
La parola è uno speleologo
LE PAROLE DINAMITE La parola è una speleologa
Parole, parole, parole, suoni di vocali e consonanti stridule o melodiche, dai suoni ondulati o inceppati, sulla scia del tono di voce, sensuale, rauco o sfarfugliato, balbuzie di pensieri detti e non detti.
Si dice tanto per dire, mi è scappato, ho fatto un lapsus, non volevo dire questo, hai capito male, ma sei permalosa, esageri, dici cazzate, che belle parole, bla bla bla bla, ma sei connesso, parli a vanvera, che cazzo dici, mi riempi l’anima.
La parola è un veicolo di “virus” o di “antidoti” curativi, essa è la trasparenza dell’ anima, la rappresentazione del cosmo delle idee e del vissuto profondo.
La parola è la trappola designata del manipolatore con suoni fatti di pensieri, che attraverso toni e modi, conduce su prospettive e piani unidirezionali e alterati di relazioni non in relazione.
Il manipolatore è la causa dell’ alterazione dell’ autentico e della normalità, adopera parole ad elevato ph acido, commercializzate come ph basico, con effetti di conseguenti corrosioni corticali.
Se vuoi sapere cosa ha in testa, ascolta le sue parole attentamente e per non cadere nel’ inganno, osservalo, lo sgami.
La parola è l’ atto dell’ essere. Il comportamento, la sua edificazione.
Se non vuoi entrare in trappola, stacci tutto dentro all’ interno delle sue parole, ma solo per farle detonare.
Perché noi siamo gli estimatori della parola, gli appassionati di certi suoni, coloro che si attaccano ad esse, strateghi nell’ intercettare l’ ambiguo, il subdolo e l’ effimero.La parola è la nostra speleologa che ci conduce nei sotterranei della mente.
Le melodia delle parole, compongono il pentagramma di una relazione amorosa, curano e trasformano tra le sinapsi, le sintesi ormonali, gli attori della serenità chimica o delle nostre frustrazioni.
Quando la chimica è sballata, le parole sono un tritolo.
Fa attenzione a ciò che dici e molto di più a ciò che ascolti, perché il nostro è un incontro tra abissi di parole tremende e stupende.
Bisognerebbe imparare a sgrammaticare, riformulando la grammatica, usando codici differenti, linguaggi e segni da inventare, per poter capire profondamente l’uomo chi è, per uscire da determinati dallo scontato e dal’ ovvio.
Le parole dell’anima non hanno codici, non hanno grammatica, hanno suoni sensitivi e onomatopeici.
La nostra grammatica dei suoni è limitata per esprimere la sinfonia che siamo.
Riduciamo l’ uomo all’ al conosciuto, all’essenziale perché il conoscibile fa paura del fuori strada, di uscire da certi parametri.Profondamente sappiamo molto poco di lui, sismo spaventati dallo scandalo e le nostre parole restano così solo a metà.
giorgio burdi
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