
Chiacchiere
Chiacchiere
Le chiacchiere sono leggerezza, nuvole, desiderio di ossigeno e di respiro, di volare sempre in alto, di cambiare, ti staccano la spina una gran voglia di andare in standby; esse sono la pausa e la vacanza, la merenda e la ricreazione, il picnic, il tiro al pallone e la passeggiata nel bosco, il bagnasciuga e la sdraio sotto l’ ombrellone mentre mangi una fetta di anguria ghiacciata.
Le chiacchiere sono tutte quelle cose inutili, frivole che non devi riordinare, che ti sbracano e ti lasciano andare, che ti cambiano la vita; sono le mille paia di scarpe o un solo tacco a spillo, cento profumi, un fondo tinta, il fard, il rossetto, i mille colori di uno smalto. Le chiacchiere danno il senso alla vita, che sarebbe pesante come un masso. La vita non è seria, senza le chiacchiere, perché la vita stessa non è seria, perché ha il suo tempo, finisce, è fugace ed aleatoria.
Le chiacchiere sono sobrietà, ti fanno fare a meno anche dell’ essenziale, perché se sei povero non ti fa pensare, se sei ricco, non sai che fartene, se stai bene, ti fanno stare meglio e se soffri, ti tirano su.
Se mangi chiacchiere, sogni e se le realizzi non sogni più, hai solo bisogno ancora di tante altre. Chi sogna, non perde tempo e fa chiacciera, perché essa ti distacca da tutto, spiana la strada, ti fa andare oltre, ti sprona, raccoglie i frutti e notizie utili per proseguire.
La chiacchiera ti fa ridere, è una comica, ti fa scherzare ed insultare, senza risentirne, abbatte le barriere,
ti accorcia le distanze, i confini, ti fa toccare, baciare, abbracciare, prendere le pacche sulle spalle, ti fa voler bene e sentir bene, ti rende simpatico, ti fa brindare con dei calici fruttati al nero di Troia. La chiacchiera è godereccia. È un dolce frollo per conversare, è una farfalla che non pensa.
Le chiacchiere sono come le foglie al vento, che fanno poesia, cadono per fare il tappeto dell’ autunno, sono un fiume in piena, creano corrente e profumi d’ acqua, trascinano scorze d’ albero pietre e tronchi, sono una ragnatela, intricata di pettegolezzi, storie amene e racconti di una fiaba.
Esse sono scintille, che attraverso un soffio accendono la curiosità, coinvolgono e aggregano, sono un arcobaleno che colorano fino allo sfinimento la giornata, con racconti ripetuti fino allo spasmo, all’ esaurimento della risata, attraverso continue analisi differenti.
Sono come un labirinto, nel quale smarrirsi senza logica e all’ avventura senza volerne uscire, se sono molestie, sono un mare di parole, in cui è facile affogare, se non si sa nuotare. Sono un fuoco d’artificio, brillano per un istante e poi svaniscono nel nulla, sono una festa che dura il tempo che trova, è effimera, inutile, ma è tutto ciò che resta .
Le chiacchiere sono un giardino in fiore, dove ogni parola è una spina o un petalo che fanno un bel prato, sono una danza, un flusso di movimenti che delineano l’ armonia di geometrie circolari, è la grazia della sensualità dei veli che accarezzano la pelle e l’ aria. Sono una corrente d’aria che passa tra i capelli, tra le stanze afose, mentre sei seduto su un gradino di travertino mentre mangi un gelato. Chi fa chiacchiera, consuma, non è avaro, è una cicala che sa essere una formica.
La chiacchiera è come il fumo dell’ antico toscano, lascia il profumo e la scia, la luce la rende nuvola sfiora ed avvolge; è un fuoco di paglia, una vampata di luce, un calore che diventa cenere. Sono come la schiuma per la barba, ammorbidisce, decongestiona e scompare se la radi; è la spuma della birra nel boccale, se non ci fosse non sarebbe festa; è la schiuma di mare che ti schizza sulla pelle; sono le bolle di sapone, magiche, gonfie, brillanti per un istante che ti fanno sentir bambino per istante e poi scoppiano.
La vita sarebbe una chiacchera, se non ci fossero chiacchiere e chi non chiacchiera è triste e pallido, non è una persona seria.
giorgio burdi
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L’ Invidioso
L’ Invidioso
L’ invidia, dal punto di vista psicoanalitico, viene considerata una difesa contro sentimenti di impotenza e inadeguatezza, in cui l’individuo percepisce una condizione di privazione e mancanza dell’ essenziale per il proprio benessere. È evidente che si tratta di una condizione psicologica, più che solo materialistica.
Freud, la collegava alla fase fallica dello sviluppo psicosessuale. Attraverso l’ “invidia del pene” per le donne, mentre per l’ uomo alla messa in discussione della perdita della sua potenza sessuale: l’ invidioso è una isterica o un impotente.
L’ invidioso, nella sua complessità, è un uomo adagiato su se stesso ed inconsapevole, afflitto dal sentimento della privazione e della sfortuna, dedica gran parte del suo tempo nell’ osservare gli altri, non si affaccenda, non conosce la fatica per emanciparsi, è accartocciato su se stesso, è a “folle” e attende che arrivino tempi migliori fortunati, è retratto ad una condizione neolitica, chiuso come un “orso” , introverso, pensa in vernacolo e farfuglia aforismi social.
L ‘invidioso ti conta gli errori, è un rosicone, di suo ha ben poco, si erge solo per correggerti . Se è in auto, ti sorpassa, ti taglia la strada e rallenta di colpo, è un commerciante che vive della sua pochezza che ostenta, è un triggianese che non è nato barese o milanese.
L’ invidioso, è un bullo, un ossessivo auto condannato che guarda fuori, è una maestrina con la penna rossa che ti bacchetta, fa pettegolezzo, interroga senza spiegare, non da risposte, cela la sua privacy e le proprie malattie, come fossero disgrazie, è un ficca naso che ha solo orecchie, un impertinente che ti spara solo domande e se scova fragilità, ha sa di cosa gioire.
Ti ruba informazioni, è un cleptomane che gira per le tue stanze, guarda in tutti i pensili, vive in tana come un predatore in agguato, non fa cene e dagli amici si nutre a sbafo, di suo consuma molto poco, risparmia sull’ aria che respira , usa le unghie come stuzzicadenti, è un avaro bloccato alla fase anale, dispensa con molta parsimonia, è amico per opportunismo, critico e giudice di tutti, è un maniaco del controllo, del cambiare le carte in tavola, è un radar, misura tutto per difetto; secondo Jung, vive immerso nelle ombre della propria famiglia.
Nella scala genealogica, si pone tra un umanoide ed un umano, tra un asociale ed un sociopatico, è un maleducato, se è generoso è per competere, studia su Facebook , è un isolato, piange sul bordo del letto la sua uno depressione, cinicamente ti sorride, dal viso smunto, si logora nell’ acido muriatico del proprio fallimento.
L’ invidioso, è spento, vive nel buio, su una vedetta, al cospetto delle luci altrui, non curante dei loro sacrifici. Il suo pasto preferito è la frittura, più frigge per te, più ti riconosce il tuo valore. Si biasima e si disprezza da solo, per tutto il tempo che spreca nel non perderti di vista. L’ invidiato è un protagonista, l’ altro uno spettatore, una marionetta, un osservatore, uno che ti ronza attorno come una zanzara, è un avvoltoio che attende di ridere di te, finchè tu diventi una carogna.
L’ invidioso compete, ti sfida e ti diffama. Sei il suo metro di misura, se hai uno, ne vuole due, se dici tre, ne dice sei, si arrampica sugli specchi pur di raggiungerti, ha poche idee, solo le tue, crede nel suo fato avverso, è ludopatico, non paga nessuno, è sempre in pensione, ripiega sul divano per le serie taroccate.
Ti fa i conti in tasca, è uno scroccone e per lesinare, lacera la mortadella con le dita, è senza ritegno. L’ invidioso ha la guerra in testa, si logora da solo, perché non sa come fermarti, ti vorrebbe ammalato, e più vai avanti, più si frustra.
I suoi pensieri, ti contorcono intorno ad un filo spinato, nel quale ti avvolge nel suo reticolato, se in lui incappi, ti immischi, non sa da dove colpirti, piu picchia, più si fa male se resti in piedi, è un condannato alla sua stessa isteria.
L’ invidioso è un superstizioso, fa e teme le sentenze, le influenze malvagie, è uno scaramantico, un complottista, è la voce del popolo. L’ invidiato non conosce superstizione, è uno studioso, un uomo di scienza, con fatica non perde tempo, non crede nell’ invidia e negli spergiuri, se ne fotte dei riti vudù, dei maligni, cartomanti e degli sciamani.
L’ invidiato lo schiva, va diritto per la sua strada, viaggia sulla rotta del proprio talento, nel suo spazio vitale come in un incantesimo ipnotico, fa della propria attitudine la sua missione, lo rende concentrato, fiero di se stesso, sordo ai fracassi delle apprensioni sociali .
L’ invidiato è ambizioso, si slancia sempre più in alto di se, cade mille volte, si rialza per duemila, si riprende, sgobba, soffre, fallisce, si ferisce, si sbuccia, si ricuce e si rimette su, vive di incubi, notti insonni, sa rinunciare, si logora, ma poi si espande, esplode e dilata i suoi territori. L’ Invidiato non chiede o pretende mai, non ci pensa e passa, all’altro, tutto è dovuto, ti crea l’ obbligo, è un politico che se ti da, gli devi.
L’ invidiato è un passionale, un razionale, un uomo che vive di umanità, lotta per la fede del bene umano, del suo progetto, per migliorare il mondo. L’invidioso, sventola la bandiera della propria arroganza, desidera il tuo decadimento, è uno strafottente, non lo sfiora mai un minimo senso di colpa.
L’ invidia è un corto circuito, la subisce chi la vive per l’ inquietudine che produce, l’ invidiato invece è più sereno, perché di queste ansie non ne ha.
L’ invidiato è felice di se e se gli altri riescono, è fiero, gioisce per i loro successi, gli fa festa, non li invidia mai, è generoso del suo tempo e delle proprie risorse, con loro non è mai competitivo o arrogante. Anche se non può, aiuta, gli racconta delle sue fatiche, di come si superano i dirupi, lo sostiene e gli offre tutte e due le mani, crede che nella altrui riuscita e lo sostiene, desidera il suo bene se procede a stento, soffre con lui, lo appoggia e gli offre le spalle.
giorgio burdi
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Il Catetere
Il Catetere
Cosa accade quando siamo costretti a dover convivere con un oggetto, quale è un catetere, ritenuto indispensabile per determinate funzionalità fisiologiche e organiche, ed avvertirne tutta l’ avversione del corpo, attraverso il dolore, per la presenza di un oggetto estraneo non riassorbibile che attraversa il nostro corpo ? In tal senso, un catetere ha una funzione fondamentale di bypass e di drenaggio, potenzialmente temporaneo, che viene accettato solo nell’ attesa che si ripristini una funzionalità e venga immediatamente quanto prima rimosso.
Immaginiamo per un istante, cosa possa significare convivere, in situazioni di disagio relazionale e mentale, in cui si viene coercitati e costretti a rimanere in condizioni di persistente sofferenza, per questioni solo meramente organizzative e funzionali. Ci si ritrova a sentirsi condannati quando il rigetto si fa impossibile, quando il corpo estraneo deve rimanere lì a prescindere, ed ogni forma di liberazione da esso diviene pressoché impossibile tale da produrre una condizione di dolore insostenibile.
Il dolore mentale, alla pari di quello fisico, alle volte è meno sostenibile. Molte pazienti riferiscono di tagliarsi, sentire lo strazio di una ferita sulla pelle, che percepire la lancia nell’ anima di una frustrazione. Comunque sia, ciò che ci permette di avere la percezione di esistere, è il dolore e il piacere, ma tanto di più il dolore. Quando stiamo bene, non ci rendiamo conto, ma quando soffriamo, ci ricordiamo e solo allora ci percepiamo, prima sembravamo non esistere.
il dolore ci da la dimensione e l’ intensità dell’ esistere e per il suo essere così intenso, può mancare da sentirne la nostalgia, paradossalmente ha la capacità di avvicinarci se condiviso, tra due persone che soffrono esso permette di aprirsi e raccontarsi, ci rende intensi e vicini, molto più dell’ amore, sentimento senza radici, carico alle volte di sole aspettative, rispetto al dolore quando è carico di partecipazione. Chi condivide un dolore, ha più l’ opportunità di unirsi ed amarsi, se comunque non diviene la norma. La condivisione del dolore è il preludio dell’ amore se è empatico, anche se il dolore molto spesso viene adoperato come sciacallaggio per adescare.
Il piacere ci mette a contatto più con il mondo, il dolore, esclusivamente con noi stessi e favorisce l’ isolamento. Il dolore ti costringe ad una introversione, a guardar dentro ciò che non vorresti vedere, ad una ispezione dei sotterranei, equivale ad un rifugio, ad un rientro nel guscio in una qualsiasi confort zone, il piacere è velocemente consumabile, proclama la condivisione immediata, l’ estroversione, il dolore è lento, impone la pazienza, impone una relazione paziente.
Quando soffriamo mentalmente, abbiamo dentro di noi tanta roba che non vogliamo rivisitare, da volerci riempire di rumori e di folle intorno. Ma l’ insoddisfazione generata da una modalità simile, può avere il suo compromesso solo attraverso
l’ isolamento. Nell’ isolamento, ci auto condanniamo ad incontrare i nostri ostacoli, a confrontarci ripetutamente con i diversi cateteri, corpi estranei, utili un tempo, ma fastidiosissimi nel presente se persistenti, ci ritroviamo a fare i conti con tutti i nostri numeri due.
A questo punto sarebbe il caso aiutarci nel cambiare rotta, basta ad evitarli, a far finta, come se non ci fossero, consideriamo che non si può sopravvivere a lungo con i tormenti, col loro essere onnipresenti e comunque i corpi estranei devono essere rimossi; parliamo col nostro isolamento, con i nostri disagi e ricerchiamo uno ad uno i nostri cateteri mentali per capire come liberarsene, fatti aiutare, come per un intervento chirurgico che da solo non lo puoi fare.
Il dolore fisico può essere una vacanza, anche se brutta per sua natura. Ti costringe a riflettere a stare con te stesso. Ti permette di staccare con tutto , è uno dei pochi validi momenti in cui, vieni ri fiondato su te stesso e può avere il suo risvolto positivo. Il luogo del dolore è il luogo per eccellenza in cui, vuoi o non vuoi, stai con te. Il dolore ti strattona tutto, ti impone a lasciar perdere, a distaccarti, ti impone l’ abbandono, ti dice, adesso basta, ci sei solo tu, sei tuo, pensa a te.
Ti chiede di mettere da parte qualcosa, pone le tue mani di fronte al mondo, impone lo stop, la manutenzione, il tagliando, urla, lasciatemi stare, raccogli e rimani con poche certezze, ti rimangono solo quelle vere, le migliori, quelle indispensabili con molti abbandoni, ti rendi conto chi hai intorno per davvero, fai caso solo allora all’ effimero, a tutto ciò che è mascherato e inutile, Il dolore fa una selezione naturale, serve a dare un significato più vero a tutto ciò che si è, e a ciò che si ha.
Quando c’è il dolore, non abbiamo più scuse, ne più desideri, se non quello di guarire, non desideriamo nient’ altro e nessun’ altro, vogliamo circondarci solo da chi ci sta più vicini, entriamo in modalità protezione non ci sono piu idioti che tengano, ne bisogni, nulla che catturi vacue attenzioni, nulla che dia stimoli o ci soddisfi, se non unicamente poter star meglio. Ogni ri tornare in salute è un ricordarsi di tornare a vivere, è l’ unica cosa più giusta e migliore che possa desiderare.
Il dolore crea una scrematura inevitabile, genera la differenza, ti sbatte un pugno diretto in faccia, lancia la sfida e il confronto, ti porta sul ring e ti sferra un ceffone, ti dice, sveglia, addormentato, la vita è altro, ti frantuma sullo specchio, guardati e riguardati. Il dolore ti strappa la maschera, ti scaraventa per terra come uno straccio bagnato, ti tratta a muso duro, ti fa vedere gli opportunisti, ha priorità ed ha sempre ragione, non ha filtri, parla solo di te.
Il dolore ti cambia la vita, te la fa ritrovare pulita e purificata, ti dice quello che realmente serve e tutto quello che devi buttare.
È la nostra salute che decide tutti i nostri significati. Quando essa tentenna o viene meno, ritorniamo sempre all’ essenziale. Nella routine del benessere o nel malessere quotidiano, dimentichiamo ciò che abbiamo e di essere vivi, abbiamo la tendenza sistematica a fissarci sempre su un nuovo problema, su un qualche cavillo rompicapo, da non smetterla mai.
Ci lamentiamo di continuo, ci lasciamo tormentare dai conflitti, dallo stile e dalla qualità della vita che conduciamo, ma solo quando vacilla la salute, apprezzavamo la routine, pretendiamo che ci vada meglio, quando invece ci andava già bene, da poter dire che quando andava peggio, andava comunque meglio, ma allora non eravamo propensi nel ricercare i corpi estranei, perché viviamo da predestinati, che la vita debba andare avanti così nella scontatezza, comunque e basta.
Basterebbe già comprendere, cosa all’ improvviso ci cambia l’umore, per intercettare i vari cateteri sparsi e galleggianti nella nostra mente; fare la loro mappatura, caricarsi di coraggio, prendere delle nette posizioni, serve per ristabilire il nostro equilibrio. Equivale a ricercare l’ elenco dei fastidi che non ammettiamo di avere, su tanta roba inutile accumulata, da poterli riporre in una discarica. I nostri dolori dipendono dalle concessioni offerte attraverso una nostra licenza.
giorgio burdi
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benny
Solamente tu potevi trovare il meglio in una situazione così opprimente e fastidiosa, la gioia e il desiderio durante una parentesi di “stasi” fisica che al contempo ti riporta all’interno e ti riporta a te, meraviglioso l’articolo.
Che fortuna che ho avuto a incontrarti in questo momento, sei una persona meravigliosa.. vita pura.
mena
Buongiorno Giorgio, ho letto il tuo post sul catetere. Mi sono molto immedesimata, perché anche per me la sofferenza fisica in questo periodo è sentire un oggetto in gola che mi toglie il respiro, a volte ho paura di morire asfissiata, a volte ho paura di morire e basta.
Per una cazzata, perché di per se è una cazzata, eppure mi sto rendendo conto che si può morire anche per una cazzata, non solo per un cancro oppure per la Sla o per tante altre cose che suscitano un immaginario di gravità nella nostra mente.
Spesso ce ne dimentichiamo che la vita è un soffio, che non dipende da quanti esami e controesami facciamo, da quanto stai attento a questo o a quello.
Io clinicamente sto bene, non ho niente di grave, ho solo una maledetta cosa sulla corda vocale che mi dà un senso di soffocamento per molto tempo durante il giorno.
Ad oggi non ha più senso nessuno dei problemi che avevo, vivrei senza sesso anche tutta la vita, pur di averla di nuovo una vita, senza dolore. Oggi è così, poi già lo so che magari guarisco e tornerò a percepire le cose allo stesso modo di prima, ma da un lato spero che tutto questo, se e quando passerà, possa mostrarmi un diverso lato o senso della vita che finora non ho visto.
La vita ha voluto che smettessi di dire anche solo una parola, ma non basta perché provo ancora dolore, allora ho provato a fare pace con la mia rabbia che è la cosa che nell’ultimo anno mi ha fatto più male, a perdonare e accettare certe situazioni, ma non è semplice.
cristina
Buongiorno Dottore, è impressionante come questo link sia veritiero. E’ esattamente così che mi sono sentita quando ho subito l’intervento. Ero concentrata su me stessa, poco interessata al mondo esterno. Anche prima dell’intervento volevo che il mio compagno andasse a Milano, nonostante fossi preoccupata per Milano.
Preoccupazione svanita appena entrata in ospedale. *Il dolore ti sfinisce, impone lo STOP*. Il problema reale sussiste quando si ritorna alla normalità, quando il dolore fisico scompare e piano piano il dolore mentale ri-torna e vieni nuovamente risucchiata in mille pensieri e preoccupazioni nocive.
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Alta Sensibilità
Alta sensibilità: Il Desiderio di Essere Capiti
“Certe volte mi piace starmene nella mia bolla. Dove sento più forte il suono del mio respiro. Dal dentro tutto sembra più morbido. Inoffensivo. Li’ al centro, all’altezza del petto ritrovo l’equilibrio, abbandono il bilico e mi godo la calma che cerco. Riabito il mio corpo. E mentre cammino, entro nel primo, poi nel secondo negozietto per fare la spesa e riconnettermi con l’esterno. Il panettiere mi saluta e scambio la prima parola. Parole che escono dalla ruggine di una macchina che fatica a riprendere il passo. Mi piace comprare il pane. Buongiorno signora. È la mano che mi tira fuori dal mare. Qualche passo ancora. Un’altra bottega. Buongiorno signora. Vibro un pochino di più. Qualche passo oltre sono a casa. Scrivo. Mi sento meglio. Inizio la giornata. E me ne frego.”
Quando ero piccola mia madre mi diceva che ero come un gas. Penso volesse dire che avevo dei contorni piuttosto sfumati, e nessuna forma precisa, e che piuttosto mi adattavo al contenitore che mi conteneva. Lei ci aveva visto giusto: credo di aver vissuto i miei primi 45 anni sempre nei panni di quelli che incrociavano il mio cammino: sentivo le loro paure, le loro intenzioni ed anche le loro passioni come fossero le mie. Sulla mia pelle. Era come se l’unico confine tra me e loro fosse la pelle e nessun altro costrutto!! Meno che mai i miei bisogni contrapposti ai loro. Loro erano attraenti e sentivo di esserlo anche io.Semplicemente imparavo a fare come loro, semplicemente li osservavo e ripetevo. Funzionava bene. E talvolta facevo pure meglio di loro. Ho imparato tante cose; avuto tanti successi e sagomato pezzetti di me. Ero abbastanza brava in tutto quello in cui mi cimentavo. Nessuno sapeva che senza volerlo, percepivoprofondamente e imitavo, piuttosto che seguire le mie attitudini.
I miei insegnanti dicevano che ero troppo emotiva. Anche loro ci avevano visto giusto: studiavo, ma la tendenza all’ansia mi faceva dimenticare. Facevo quello che dovevo, lo facevo abbastanza bene ma fino al terzo liceo non ho mai “spaccato”: mi ricordo il gesto della mano della mia professoressa di matematica. Le punte delle sue dita della mano erano verso l’alto e si toccavano l’una con l’altra a intermittenza. Voleva dire che si, studiavo, ma la sostanza non c’era; ma nemmeno ho mai peccato! Ero una “brava bambina”. Al terzo liceo sono stata bocciata. Non perché lo meritassi fino in fondo, ma un accordo tra i miei professori e mia madre voleva liberarmi dal faticoso recupero di quattro materie dovuto alle troppe assenze per malattia, che mi avrebbe fatto partire il nuovo anno scolastico già stanca. Nessuno si è accorto, invece, che io a scuola non volevo andare. Mi annoiavo. Ed ero sempre in ansia. Facevo una fatica pazzesca. La notte sognavo le interrogazioni. Avevo una paura costante. Ricordo il primo giorno della scuola elementare: sull’uscio della porta la maestra mi accoglieva con un sorriso; io guardavo tutti gli altri. Erano li da pochi minuti, come me; ma li vedevo interagire, divertirsi, come se si conoscessero da sempre; Io volevo solo scappare. Mi sentivo solo un narratore, ma dovevo essere un attore.
Mio padre diceva che ero troppo buona, ma in una accezione che non mi è mai sembrata abbastanza positiva. Insomma, forse mi si poteva rivoltare come un calzino e io me lo lasciavo fare; certamente i problemi degli altri li sentivo miei. Dovevo aiutarli. Un po’ più da grande, desideravo iscrivermi all’università di psicologia. Ma ancora mi rimbomba lo scherzo dei miei genitori: “con la tua sensibilità diventeresti oberata dai problemi degli altri. Loro si curano e tu ti ammali.” Dicevano.
Un ritratto ancora oggi appeso nel salone di casa dei miei genitori, fatto da mia madre, mi ritraeva col capo chino ed una espressione di tristezza che mi ricordo benissimo: era ampia, spessa, e a tratti rassegnata. Nei buchi ero facilmente irritabile e sempre arrabbiata.
Io mi sentivo semplicemente diversa e soprattutto sempre inadeguata: Io sentivo una moltitudine di stimoli provenienti da fuori e spesso non riuscivo ad organizzarli. Mi sentivo un senso di smarrimento ed avevo una costante domanda in testa: cosa è questa sensazione in cui mi perdo. Difficilissima da spiegare: la sua connotazione emotiva era del tutto simile ad uno stato di allarme continuo, confusa con uno stato di irritabilità altrettanto costante. E tutto rimbombava. Invece che trovare una risposta, mi saliva l’ansia, o la tristezza, o la rabbia o, ancora, il rimuginio. Costantemente. Ogni cosa che mi sfiorava, mi risuonava. Cercavo protezione. In ogni modo di essere “brava”, cercavo protezione. Cercavo di entrare nelle grazie dei miei genitori, e soprattutto di mio padre. Un suo appunto, una sua critica (e ne faceva di continuo)…. Mi ammutolivano e la vergogna e il senso di colpa mi dilaniavano (letteralmente) la pancia, allora, come in ogni epoca. La ragione di questo desiderio di approvazione costante. Era probabilmente dovuto al fatto che io per prima non credevo nel mio sentire.
Ma ero anche troppo testarda. E se qualcosa non mi andava a genio, lo faceva per ogni cellula del mio corpo. Non era un parere; diventava una questione, direi oggi, identitaria. Se qualcosa mi sembrava ingiusta, dovevo negoziarla, chiedere spiegazioni, parlarne, per dimostrare al mio interlocutore che, nella discussione, non si potevano tralasciare dettagli della narrazione che necessariamente avrebbero portato il mio interlocutore a cambiare la sua idea. Inutile dire: il mio interlocutore questo eccesso di dettaglio neanche lo vedeva, figurarsi se poteva crederlo. Non riuscivo a concepire questa a-sensorialità! I dettagli mi sono sempre arrivati. Prendevo l’autobus per andare a scuola. Aspettavo spesso alla fermata che ne arrivasse uno non troppo pieno: la folla mi disturbava. In quel tempo di attesa, guardavo ogni singola macchina che passava e le persone che erano dentro. Le loro macchine, le loro smorfie piccole e grandi, i colori che portavano…tutto balzava in un colpo d’occhio. Mi pareva di sapere chi fossero. Ovviamente non ho mai saputo se azzeccavo, ma per me non c’erano dubbi. Sentivo per grandi linee stati d’animo e livello di soddisfazione. Attribuivo loro una routine, un lavoro, una attitudine.
A certe mie reazioni esagerate la risposta era sempre la solita: Maturerà.
Questo è un luogo comune.
Io non sceglievo di essere cosi’. Io lo ero, direi oggi, fisiologicamente. E su quel “troppo” che per gli altri sembrava non accettabile, che faceva sorridere e minimizzare, non si poteva intervenire, se non con comprensione, accoglienza, amore. Tutte cose che, seppur presenti nella mia storia, in qualche misura dovevo aver ritenuto non sufficienti. Ho un ricordo nitido dell’imbarazzo ad abbracciare mia madre. Credo di aver cosi’ sperimentato il senso di abbandono, e il fatto che fossi sola. Ricordo che scherzosamente alludevo al fatto che certamente dovevo essere stata adottata.
Sono cresciuta e, come tutti si aspettavano, ero diventata socialmente matura e realizzata. Per scotomizzare la mia “immaturità”, seppur sperimentando il solito panico ad ogni prova, non solo ho conseguito una laurea (non in psicologia) e un dottorato a pieni voti (e per non sentire l’ansia ero stata proprio una secchiona.), ma in quel posto cosi’ “ostile” io ho deciso di rientrarci da professore; All’inizio ho faticato per superare la vergogna, ma poi, per un po’, la passione mi ha trascinato in un vortice. E non sentivo piu tanto disagio. Finalmente non mi annoiavano piu’. Mi sono sposata con un uomo ambito, ho fatto due figli meravigliosi. Sono andata a vivere in una mega villa. E avevo pure i cani da guardia. E ciliegina sulla torta: sembrava mi ritenessero una gran figa!
Percepivo solo una strana scomodità in tutto quello che facevo. Era tutto faticoso, sempre. E da un lato avevo imparato a dubitare di me; dall’altro continuavo ad ambire ad essere perfetta, per poter essere come gli altri: come la “normalità” impone, e poter superare definitivamente il mio senso di inadeguatezza ed abbandono. Per anni mi sono infilata in un ciclo in cui queste due cose si alimentavano a vicenda. Vulnerabile anche nelle relazioni di età piu’ avanzata, cercavo di tamponare come all’università, anche nella quotidianeità. Non mi presentavo mai ad una situazione senza aver (metaforicamente parlando) studiato dalla prima all’ultima pagina, parti speciali incluse. Altrimenti un senso di inadeguatezza mi pervadeva. Ero perfettamente incastonata in una vita da “persona altamente sensibile, corretta”. Come a volte accadeva a quei tempi: ero una mancina che imparava a scrivere con la mano destra.
Dopo pochi anni dalla nascita della mia seconda figlia, tutto l’accrocco vacillava. Io mi sentivo di scoppiare. Tutto è scoppiato. E ovviamente io ero la pazza!! Nella mia mente avevo imparato che ero solo una persona sbagliata (immotivatamente esagerata, sempre incazzata, sempre triste), con una bassa autostima, ed anche una bassa stime di se’, nonostante i successi. Una persona che per qualche subdola ragione, non aveva piu’ accesso a tutti quei dettagli. Che pensava a mettere la merce migliore sul bancone (quella brava bambina di sempre). Vulcanica. Sempre pronta a fare troppo per gli altri. Ma non era mai abbastanza. Chiedevo sempre il permesso di essere vista, o amata. Ero strana, come mi ha definito qualcuno.
Io non mi sentivo strana. Ma non compresa. Avevo a volte il bisogno di chiudermi nella mia “bolla”. Per respirare un po’.
Spesso mi sono sentita isolata. Soprattutto dopo momenti di grande sofferenza emotiva. E certamente, comprendo oggi, spesso sono stata lontana dai miei bisogni di rallentare, di focalizzazione sul compito da fare, di investire in relazioni che potessero consentirmi di essere me stessa, senza contaminarmi o intossicarmi.
….a mia figlia: Bambina Altamente Sensibile, il mio diapason. (ma questa è tutta un’altra storia J)
valeria carofiglio
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Noia
Noia
Emozione è movimento interno che preme per venir fuori, è potenza generativa, costruttiva.
L’emozione è un momento di trasparenza e autenticità del nostro Io, che emerge con irruenza, si prende il suo momento, il suo spazio, spinge, esce e dipinge, colora il nostro volto, e tutto quello che abbiamo attorno.
Le emozioni pretendono trasparenza, dignità, pretendono presenza per regalarci verità.
Sono mutevoli, piene, concrete ma anche astratte, dinamiche, decise e ingenue esattamente come noi.
L’emozione è autenticità, è numero uno, moto ed ascolto interno, è liberazione delle nostre verità e tensioni, necessaria per il reale benessere.
Può capitare nel corso delle nostre esperienze di sentirci sbagliati nel provare determinate emozioni, di non riuscire a gestirle e cerchiamo di sopprimerle, appiattirle, sezionarle, ce le nascondiamo, andando poco alla volta a eliminare i diversi colori che fino a poco prima ci accompagnavano nel dipinto della nostra tela, soffocandone sfumature, brillantezza e tonalità.
Così da una tela vitale piena, colorata e differenziata il risultato è la possibilità di utilizzare pochi o nessun colore, rendendo il dipinto spento, buio e a tratti incomprensibile.
Con la soppressione delle emozioni l’impulso di vita e il numero uno si spengono e ciò che resta è la noia. La sofferenza di certe esperienze sfiancanti, determinate relazioni impossibili intrise di dolore, il reiterare di pazzi comportamenti, anestetizzano le emozioni. I dolori cronicizzati ci rendono assenti, spettatori di noi stessi, non più protagonisti. La noia è la perdita del proprio protagonismo.
Così ogni attività, ogni evento, ogni contesto perdono di interesse, perdono di potenza, limitando la persona a emozioni fredde, rigide e bloccate. La noia porta ad una chiusura individuale, ogni stimolo perde quota, il suo valore, perché se congeli le emozioni, si tarpano le ali, precipiti nello schianto di uno sguardo fisso nel vuoto.
le emozioni sono il sale, l’ agro dolce, il miele, l’ acido e il piccante, l’ insipido, il tiepido, il ghiaccio, il bollente della vita, traducono il reale in un impatto soggettivo, trasportano, sono espansioni di energia vibrante, impetuosa e Vera. La noia è sensazione di vuoto, isolamento, smarrimento e simmetria tra la gente, impossibilità di percezione di se stessi e degli altri, è distacco.
Le emozioni sono fiumi impetuosi, scroscianti, travolgenti, freschi, veloci, cascate imponenti e meravigliose, ma cosa succede se le blocchi? Se rendi impossibile il loro scorrere, il loro movimento?
L’acqua non ha più riciclo, diventa stagnante, più passa il tempo, più si sporca, diventa torbida, non si vede più il fondo, non si vede più cosa c’è all’interno. Le emozioni trattenute sono un danger, sono come le acque in una diga, più si accumulano, più si rischia di spaccare gli argini della mente e della pelle, di travolgere se e gli altri.
Le emozioni sono le radici di una magnolia, da esse prende il nutrimento per far sbocciare i fiori della vita, che colorano i rami e il paesaggio del nostro eden. In assenza delle radici nulla nasce tutto si secca, i frutti scompaiono.
In assenza delle emozioni viviamo la nostra vita con assenza di profondità, senza desiderio, lasciandoci trasportare da ritmi obbligati, da una routine di apparente tranquillità, monotona e alienante. Viviamo le situazioni per il dovere e la consuetudine di farlo, senza gioia, ne desiderio.
Come si potrebbe ballare un tango senza emozionarsi? Cantare, sorridere, piangere, incazzarsi senza emozioni? Fare l’amore senza passione o desiderio?
Dovremmo allenarci a non bloccare le emozioni, allenarci a farle emergere e farle uscire e sgorgare con tutta la potenza del loro urlo liberatorio, ogni istante sarebbe una festa, una danza scatenata senza attesa di speciali ricorrenze, perché le emozioni sono le nostre ricorrenze per festeggiare di continuo noi stessi, per un pianto non frenato, una risata chiassosa e scomposta, orgogliosi e spregiudicati, fieri di essere vivi dentro una emozione senza coprirsi il volto con le mani.
Allenarci a gioire, ridere, urlare, piangere e commuoverci per liberare la nostra energia, la nostra potenza, liberare il nostro Io, la nostra essenza . Il blocco, la fine e la morte delle emozioni, è la noia.
benedetta racanelli
tirocinante di psicologia
Presso lo studio burdi

Senza Freni
Senza Freni
Chi fa analisi, si mette in discussione, abbatte i limiti, tira fuori le proprie meraviglie. Con essa ritorna integro e stabile, persona di fiducia, ripudia le maschere e non ha peli sulla lingua, è uno su cui si può fare affidamento, ma non all’ infinito.
È quella persona in grado di poter dire a se stessa, c’è in me qualcosa che non va, non funziono, faccio gli stessi errori, sono imprigionata nelle mie nevrosi dei miei automatismi, vorrei svincolarmi, andarci a fondo, scovare le radici, poterle sradicare.
Il problema vero tra chi si mette in discussione e chi non lo fa, è molto serio e profondo, al punto tale che esso viene esteso dal personale ad una relazionale, al sociale. Ognuno potrebbe dire di essere in grado di mettersi in discussione, ma non è così semplice. Ognuno direbbe di essere medico o psicologo di se stesso e che non credono in loro, perché sono puri commercianti. A parte le troppe resistenze e gli alibi presenti in queste espressioni difensive, c’è anche tanta esibizione di ignoranza.
Questo modo di pensare e di agire, viene determinato da chi ignora quei meccanismi mentali, tanto presenti in ognuno, che sono condizionati dalla memorie e da meccanismi interpretativo – proiettivi, limitativi, che intaccano e deviano la vita personale quotidiana delle relazioni e quella vita sociale. Ognuno si attribuisce la capacità di sapersi mettere in discussione, per il fatto di vedersi semplicemente come soggetti pensanti, capaci di auto analizzarsi. Un’ analisi di questo tipo è farlocca, porta solo acqua al proprio mulino.
L’ eccellente padre della psicanalisi Sigmund Freud, riconosce il limite di potersi analizzare da solo e per questioni personali si rivolge dal suo amico psichiatra Josef Breuer, però da questo riconce disappunto, perché non in grado di farla. Per la psichiatra psicanalista Karen Horney, autrice di un famoso libro dal titolo “Autoanalisi”, riconosce il limite dell’ analisi fai da te.
Pertanto gia chi non si mette in discussione ha già un serio problema, ma chi fa autoanalisi fai da te, è un falsario mendace, perché si auto giustifica e commisera, si ri-conduce ai propri torna conti. È patologico chi ritiene di non sbagliare mai, chi mitraglia alibi in ogni circostanza, chi è convinto di avere le ragioni sempre dalla propria parte si condanna ad un’ isolamento auto inflitto.
L’ analisi, quella titolata, va fatta da uno specialista che oltre alle sue competenze, è super partes, non ha obiettivi personali rispetto ai cambiamenti del soggetto, se non quelli concordati. L’ autoanalisi invece non è verificabile ed oggettiva, è del tutto differente per chi ha fatto un percorso individuale o gruppo analitico.
Recitava Jean Paul Sartre, “l uomo è l’ inferno”, invece sottoscritto è felice di entrare nel proprio studio, perché può incontrare persone “normali”. Ciò che rende un uomo sano e normale è unicamente la sua capacità di mettersi in discussione o il suo solo desiderio di farlo. Il mondo fuori è tossico, nevrotico, fuori di testa, psicotico, alle volte da essere odiato.
Chi fa analisi viene riportato alla serenità di se stesso, compie un restyling o il restauro del suo valore che possiede da essere riportata allo splendore dell’ opera che è, raggiunge il suo benessere, impara correttamente e consapevolmente a relazionare con il gli inconsapevoli.
Chi fa analisi, è autorizzato a mollare i propri freni inibitori, è capace di una rabbia ponderata, evoluta, ma incisiva. Chi l’ analisi non la conosce e non sa cosa sia il mettersi in discussione, trasforma la propria rabbia, specialmente quella sommata ed implosa, in impulsività o violenza.
La rabbia è una emozione regale, che si affaccia naturalmente in ognuno, quando si trova in contesti in cui si affranca il bisogno di giustizia. Essa è il nostro body gard, il rappresentante sindacale che ripetutamente invita e chiama all’ appello la propria presenza. La rabbia non è mai pericolosa, ma la sua reiterata implosione, si.
Quando essa si presenta, è delicata, alle volte non trova le parole, si manifesta sotto forma di sensazione di disagio, ma se la reattività è immediata, trova le sue ragioni e gli equilibri appropriati. Ciò che conta è comunque la sua espressione, mantenendo il contatto con i contenuti reali. La rabbia diviene depressione o violenza se ripetutamente viene soffocata.
Chi fa analisi, da ragione e valore ai propri diritti, ai principi, all’io e alla propria dignità, non va mai tralasciata, non detta o nulla di intentato. Essa è l’ espressione della propria intimità. Pertanto, parlare sempre, tacere mai. Ogni qualvolta affiori, una pur microscopica , si viene chiamati all’ appello, al proprio protagonismo, la rabbia è una grande opportunità per essere sempre vivi e presenti.
Se non ascolti la tua rabbia, l’ altro si regola su di te, ti metti in disparte, in secondo piano, scompare la tua autostima, diventi preda e zerbino, ti fai sottomettere e svalutare. Quando non
l’ ascoltiamo, ci ammaliamo e diventiamo i massimi responsabili, perché essa ti parla di continuo e tenta di difendere incessantemente la tua salute. La vita è un incessante confronto e la risposta data produce stimolo ed adrenalina, stanca e svilisce solo chi molla e non l’ ascolta.
Una persona depressa, schiva la rabbia, non ha testa per il confronto e la lotta, è stanco di suo, magari vorrebbe scomparire, si pone già come un perdente in partenza. Una persona mossa dalla rabbia, viene mossa dalla sua pulsione di vita, è più tranquilla, intraprendente e produttiva, produce endorfine e adrenalina; da lì a poco ogni conflitto gli risulterà essere la norma, perché risponde, si confronta, combatte ed ha riscontri, ribadisce, non molla, così da offrirsi l’ opportunità di avviare dei cambiamenti e risultare soddisfatto qualunque sia il risultato, perché ciò che più risolleva è, comunque, aver fatto sentire la propria voce.
giorgio burdi
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La Pulce
La pulce:
Lettera al femminicida
La pulce è un parassita che ti succhia via il sangue, si nutre della tua energia, della tua vitalità, te ne priva, se ne alimenta e se ne impossessa del cibo che sei. La pulce è infima, ingannevole, ti raggira, e presuntuosamente ti manipola e ti ribalta.
La pulce è un errore, un orrore. che ti si attacca addosso, ti incapsula, ti rinchiude, ti toglie il respiro e ti rende preda, è un cannibale che ti gusta a brandelli.
La pulce è quell’uomo che sente ciò che ti manca, ti nutre di quello che ti serve, ti fa credere nel tranello di essere l’ unico indispensabile, per poi intrappolarti e strapparti l’anima.
La pulce è un vuoto narcisista, insignificante, parcellizzata, deviata, malato pervertito in frack, un’aberrazione cromosomica. È talmente assente a se stessa che necessita della tua vita per esistere.
La cosa peggiore è che la pulce sceglie la sua preda, sulla base di quanto piu essa soffra, è un ombra che si nutre di quella poca luce che ti resta, più brilli più ti sceglie. Ti rinchiude, ti controlla, detesta il tuo sorriso, lo schiaccia, ti logora.
Si prende come fossi una schiava e lui il tuo padrone. La tua bellezza, la tua gioia, la tua innocenza e la tua forza, la tua voce, i tuoi occhi, il tuo corpo, lo rendono migliore, fino a prenderti la vita come un vampiro.
La pulce è avida, egoista, bugiarda, ti confina, ti tiene segregata, ti isola, ti assoggetta, è muffa, infetta tutto ciò che tocca, ti fa marcire, non ti lascia finché non sei putrefatta, fin quando non ti avrà prosciugata del tutto la tua linfa. Finché anche il tuo respiro non cesserà di esistere.
Contamina la tua aria, è un gas nocivo, ti stordisce e non si ferma, fin quando non avrà terminato la sua opera, la sua azione scenica, è teatro d’orrore. Per lui sei vittima sacrificale, sacrificio di cui necessita per aumentare il suo ego, e il suo potere, annientarti per dare un senso alla sua misera e inutile esistenza.
Ma la pulce ha un grande limite, essa si nutre di te, brama la tua energia, deve togliertela per averla. Ma se ti sottrai, lo fai morire. Se denunci, lo vedrai tremare. Più ne parli più ti salvi. Io ho fatto tutto questo, ne ho parlato, ho denunciato, ho lottato.
“Ti stai lasciando intimorire da una pulce”: è stata la frase la frase salvifica del mio psicoterapeuta che ha smontato per sempre l’ impalcatura delle mie paure.
Una voce fuori, come di casa, che mi rimbombava nella mia testa, tale da disintegrare in modo deflagrante i miei terrori. Una voce che mi sveglia dall’incubo, dal mio sonno. Apro gli occhi, e tutto di un tratto, la pulce che mi divorava come un tumore il cervello, torna nella sua dimensione microscopica; mi sembra un sogno ma ora posso finalmente vederla per quella che è, piccola, insignificante, inutile, larvale.
Ritrovo la forza, la mia forza, che motiva sotto i suoi tacchi, mi riprendo ciò che è mio. Mi è esploso sul volto il sorriso ed ho scelto di tornare a sorridere convinta, di tornare a vivere lontana dai suoi inganni, dalle sue manipolazioni, dal suo controllo. Ho finalmente scelto tutta me.
Ho riscoperto di quanta forza ho e che ha cercato di succhiarmi. Ho riscoperto la bellezza dei miei occhi, delle mie emozioni pra prive delle sue censure e controlli.
È Bella, la mia libertà.
Ho imparato a riconoscere le pulci, le ho viste con gli occhi della verità, non dovete temere di allontanarle, dovete urlare, parlarne, denunciarle, salvarvi, amarvi, anzi vi suggerisco che il miglior antiparassitario lo trovate in voi stesse, nella buona autostima e nel sano vostro amor proprio.
Non abbiate paura, la paura è omertà, vi rende complici. Fatevi aiutare, non chiudetevi, parlatene, denunciate, ribellatevi, amatevi incondizionatamente e come me tornerete a sorridere, tanto, questa specie di uomini, sono solo delle pulci.
ilaria
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Il Mio Silenzio
Il mio Silenzio
Bianco, candido, pulito, ordinato,
Il silenzio si frappone tra il caos dei pensieri,
Gli da un senso, gli dà un posto.
Il silenzio è fresco, intonato,
Come il respiro di chi ami e ti dorme accanto.
Il silenzio ti dà pace, ti dona il tempo, scandisce i pensieri,
Il silenzio può generare sentimenti ambivalenti, contrastanti.. dipende da te.
Se hai paura dei tuoi pensieri, della solitudine delle tue emozioni, il silenzio può essere mostruoso, può generare un tornado di pensieri a cui resti legato, ti trasporta con irruenza e senza sosta, non riesci a padroneggiarlo e si trasforma in rumore assordante.
Ma se sai accoglierne la bellezza e percepirne l’eleganza, il silenzio ti parla, ti risponde. Ti culla, come l’amaca in una pineta, con freschi soffi di vento.
Il silenzio spoglia dalla freneticità dei doveri, dalla ricerca di soluzioni veloci. Dall’assedio cognitivo a cui siamo sottoposti senza concederci tregua.
Il silenzio è la lettura di un libro davanti a un raggio di sole che irradia la stanza,
È una tazza di caffè al mattino sulla balconata,
È andare al mare a guardarci l’orizzonte,
Il silenzio è un momento personale di conoscenza senza giudizio, di ammirazione verso l’infinito del nostro Io, È concedersi di esserci, soli per noi, per guardarci dentro.
Il silenzio è respiro, lento, ritmato.
È sensazione, un momento intimo in cui ascoltarci, sentirci, espanderci.
Quando immagino il silenzio vedo la natura, sentieri, fiori, immagino il calore del sole che supera l’intreccio dei rami in una foresta, ascolto l’acqua della sorgente mentre salgo di quota in montagna.
Sento il ronzio di un’ape che passa di fiore in fiore.
Sono in contatto con quello che ho attorno, sono libera di sentire davvero.
Il silenzio è un momento personale, una parentesi rassicurante, è corpo e anima in sinergia.
Il silenzio non richiede niente, è denso, intensamente assente. Il silenzio è infinità, la nostra, personale infinità.
Dovremmo prendercelo, di dovere,
Regalarci momenti di silenzio,
Donarci la possibilità di sentirci davvero,
di essere intimamente presenti
a noi stessi.
benedetta racanelli
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Empatia
Empatia
Empatia etimologicamente vuol dire “ sentire dentro “ , vivere su se stessi lo stato d’animo dell’altro.
Significa connettersi con l’altro.
L’empatia è una funzione fondamentale che contraddistingue l’essere umano, in quanto gli consente di provare su stesso le emozioni, le sensazioni piacevoli o spiacevoli che percepisce da un’altra persona, neuro biologicamente l’essere umano possiede dei neuroni specifici, chiamati neuroni specchio, che si attivano attraverso la visione o la percezione di una determinata emozione, sensazione o azione dell’altro.
Appare quindi chiaro quanto importante sia l’empatia.
La forma più simbiotica di empatia è quella che una madre sperimenta con il proprio bambino
appena nato… si instaura una fusione così profonda da permettergli di rispondere prontamente ai bisogni e alle esigenze del piccolo, in questa fase chiamata identificazione materna primaria,
la madre e il bambino diventano un tutt’uno, l’uno è il prolungamento dell’altro, difficile identificarne e circoscriverne un limite.
Le relazioni umane si basano sull’empatia, la comunicazione stessa trae le sue origini dall’empatia,
sarebbe impensabile relazionarsi, affezionarsi e amare, senza l’empatia.
Nonostante quanto sembra essere solida e imprescindibile questa verità.. nei rapporti umani la
capacità di connettersi con l’altro sta diventando sempre meno presente.
La voglia e la capacità di vedere empaticamente l’altro, di guardargli dentro, di comprenderlo,
sentirlo… sta svanendo.
Ed è la società stessa che ci sta costringendo a farlo.
La società moderna infatti promuove un’idea dell’uomo individualistica, un’idea di relazioni veloci,
facili, relazioni smart. Difatti attraverso le diverse piattaforme basta semplicemente aprire una chat
e parlare, ci si scambiano delle parole, si chiacchiera del più e del meno, di quello che uno fa nella
vita, dei sogni, di sesso, di quello che si è mangiato un’ora prima, e si fa sesso.
Quando ci si annoia si chiude semplicemente l’app. È facile, non servono neanche spiegazioni.
Le relazioni stanno diventando sempre più fredde, egoistiche, nevrotiche. Stanno privando le
persone della magia della comprensione, del dialogo vero, della meravigliosa capacità di entrare
nell’altro e sentire le sue paure, le gioie, le sue voglie sulla propria pelle.
Non sembra così terrificante non sentire l’esigenza di comprendere l’altro?
L’identificazione propria dell’uomo, passa inevitabilmente verso l’identificazione sociale, per poter mangiare devi inizialmente essere nutrito, per poterti vedere devi essere visto.
Per riuscire ad esprimerti devi essere ascoltato. È necessario esistere socialmente per poter esistere
individualmente.
Eppure questa cecità emotiva sociale sta divampando sempre di più, portando bambini, ragazzi,
giovani adulti a non essere visti e non poter ne voler vedere,
Vivendo delle interazioni e relazioni parziali, egoistiche, mascherate, private dell’essenza, dell’anima.
La mancanza di empatia erge muri, circoscrive limiti, priva l’essere di pienezza, toglie l’energia,
ingabbia l’anima.
In questo mondo di mancanze, in questa società che ci toglie anziché renderci, trovo la salvezza…
trovo la pienezza nella psicoterapia di gruppo, all’interno della stanza degli specchi.
In questa stanza è possibile, anzi indispensabile togliersi la maschera. Immergersi nelle emozioni,
lasciarle andare, lasciarle fluire così che tutti i presenti possano viverle, arricchendosi, prendendo e
dando. Le emozioni in questo spazio protetto ci attraversano, in cerchio, lasciando in ognuno
qualcosa in più, arricchendolo, incontro dopo incontro, difesa dopo difesa, dopo ogni sorriso,
lacrima, rabbia, affetto e presenza.
È uno scambio emotivo che ti nutre l’anima prosciugata da un individualismo imposto.
In questa stanza l’empatia prende forma, si riprende il suo spazio, in cambio ti ridona la tua essenza.
Ti fa vivere.
Benedetta Racanelli,
tirocinante di Psicologia presso lo Studio BURDI

Relazioni Takeaway
“La Riserva in panchina “
Le Relazioni takeaway
Esistono relazioni in cui non si è considerati come priorità, ma nascondono, opzioni finalizzate, accessori atti al raggiungimento di bisogni e scopi più reconditi ,occultati, finalizzati ad una rapida consumazione dell’ altro.
Relazioni takeaway, fatte di cibo succulento, buono da impastare con la sua saliva, degustarlo con la lingua, digerito con lo stomaco attraverso i propri succhi gastrici e poi espulso ed allontanato, attraverso una cascata di acqua, per lavarne il putrido ricordo.
Sono le relazioni in cui uno dei due soggetti pone l’ altro in un limbo, in una estenuante e reiterata dolorosa sensazione di continua attesa, alle volte per anni ed anni in standby, sempre con tanta poca chiarezza e molta ambiguità.
L’ altro, un giocattolo, un giocatore in panchina, una riserva senza possibilità di carriera, un rimpiazzo occasionale, un fermo biologico, in attesa che l altro nel frattempo esplori altre possibilità, che termini di giocare con opzioni più convenienti e disponibili e per poi rientrare in gioco e ricontattare la riserva in panchina quando sarà utile, riprende la giostra. Il gioco dell’ oca riparte, un giro giro tondo senza fine, come con oggetti consumabili sporcati e cestinati.
Per riconoscere chi mette in panchina, si necessita di una lente d ‘ ingrandimento attraverso la quale leggere i segnali devastanti e che permettono di prendere una posizione per se stessi . La sensazione e’ sempre quella di non essere mai la prima scelta, le esigenze e i sentimenti provati hanno poca importanza.
Le comunicazioni si fanno sporadiche, e quando riappaiono, trovano il tempo che trovano, hanno il tempo contato, arrivano sempre allo stesso punto, si ritrovano solo finalizzate sulle necessità e sulle convenienze dell ‘ altro, fondate sempre sui soliti bassi bisogni personali. Messaggi e desideri di vedersi diventano opzioni possibili e strumentali solo qualora esista un’ alternativa più appetitosa tutta da gustare.
L’ attesa all ‘ interno di questa dinamica, provoca, per chi rimane in panchina, un costante stato di frustrazione e insicurezza , di inadeguatezza profonda, tali da portare a dubitare del valore di se, a vantaggio di una relazione, che altro non può essere, se non la la mercificazione di “ Se”.
Chi mette in panchina, vive di traumi e non lo sa, ha una madre che tradisce il proprio padre, e il figlio sa. Di conseguenza non ci sarà donna che non rimarrà in attesa e che verrà sistematicamente tradita, tutte le donne conosciute, verranno tradite con altre donne, come rivalsa contro la prima donna, la “ madre”. Ciò comporterà un ripudio nei riguardi della propria moglie, non toccata e ritenuta illibata, al fine di recuperare una madre perduta.
Colui che ti mette in panchina, vive una problematica di tipo bipolare nel senso della stabilita- instabilità, sicurezza – insicurezza, fatua presenza – perenne assenza, paura ad assumere un impegno in coppia , unita alla necessità di mantenere aperte situazioni e opzioni con cui attuare il gioco della giostra senza fine, illudendosi della propria onnipotenza .
Chi rimane in panchina deve trovare la forza di rivendicare , reclamare il rispetto, il diritto alla propria dignità , perché tutti siamo titolari e certe relazioni impostate a servizio dei bassi bisogni altrui, lasciano la sensazione di essere carta da bagno, il tempo di un fazzoletto, sempre ultimi a loro.
Per uscirne da certe sottomissioni deve essere ritrovata la piena consapevolezza di certe dinamiche all’ interno delle quali ci si imprigiona . La piena consapevolezza alloggia all interno della rabbia per aver permesso, a determinati mercenari, di averli fatti insinuare tra i nostri pensieri, di aver permesso loro di comprarci e velocemente venderci, attraverso l’ inganno e l’ astuzia di un trucio commerciante.
Il contatto con la propria rabbia, porta alla rivendicazione e alla rivalutazione della dignità di se stessi, del proprio valore e della propria autostima e ciò può essere raggiunta attraverso una comunicazione rivendicativa chiara e diretta del sé, verso la persona interessata, attraverso la quale stabilire i limiti, i confini o la rottura con certe relazioni profilattiche.
angela ciulla
Continua