
Superare il rimuginare
Metodo di approccio di psicoterapia dello Studio BURDI
per
SUPERARE IL RIMUGINARE
Cos’è il rimuginio
Il rimuginio è un processo mentale non funzionale e maladattivo. Possiamo paragonarlo a una spirale di pensieri ricorrenti, intrusivi, negativi e ansiosi che bloccano la nostra attenzione, ci intrappolano nella nostra mente, ci tengono ancorati al problema e ci allontanano sempre più dalla soluzione e dalla presa di decisioni.
Rimuginare significa preoccuparsi in modo ripetitivo di cose negative che potrebbero accadere in futuro, consiste nel prefigurare pericoli futuri. Quando invece si tende a riflettere continuamente e con insistenza sugli aspetti negativi della propria esistenza e quando i pensieri ricorrenti e intrusivi sono volti a un qualcosa accaduto nel passato, parliamo di ruminazione.
Il rimuginio è dunque un’attività anticipatoria, è il preoccuparsi di qualcosa molto prima. Consiste nel focalizzare l’attenzione su potenziali problemi futuri ben prima che si possano realizzare e ben oltre il potenziale rischio. È un atteggiamento perseverante, estremo e ansioso di preoccuparsi di cosa potrebbe accadere.
Lo scopo del rimuginio è quello di anticipare la minaccia e allo stesso tempo anticipare il modo di fronteggiarla o evitarla, costruendo mentalmente scenari per far fronte a situazioni potenzialmente pericolose e minacciose.
Durante il rimuginio agganciamo il pensiero negativo dandogli un valore di verità, questo porta una catena di pensieri sempre più negativi e ripetitivi. Anche il tentativo di trovare una soluzione, una spiegazione, diventa esso stesso motore di un nuovo giro di pensieri. La ricerca disperata di risolvere dubbi che appesantiscono la mente darà così luogo ad altri processi rimuginativi.
La persona che rimugina cerca di rispondere a un pensiero negativo iniziando a ragionarci sopra, elabora scenari negativi, li focalizza con immagini visive, elabora potenziali risposte. Il rimuginio è dunque un modo di ragionare faticoso: si cerca di risolvere la situazione quando concretamente non si può.
Rimuginando è come se bloccassimo la nostra mente in questo circuito di pensieri negativi e di ansia che rimane duratura e si aggrava nel tempo. Il rimuginio è un meccanismo sottostante ai disturbi psicologici come l’ansia e la depressione in cui il pensiero ripetitivo negativo viene percepito incontrollabile e produce prospettive distorte della realtà che alimentano stati d’animo negativi.
Esso, sebbene sia una forma di pensiero ripetitivo strettamente legato all’ansia, non è soltanto di tipo ansioso. Esistono diverse forme: il rimuginio desiderante, ossia quando torniamo con i pensieri e l’immaginazione su qualcosa che desideriamo, ma non abbiamo in quel momento, e pensiamo continuamente come poterlo ottenere; la ruminazione depressiva quando attiviamo catene di perché sui nostri disagi e sulle nostre problematiche, e la ruminazione rabbiosa che ha a che fare con una percezione di ingiustizia subita, di offesa o umiliazione ricevuta.
A prescindere dalle caratteristiche del rimuginio, esso è uno stile di pensiero che rende la vulnerabilità emotiva di ognuno più fragile e per questo è uno dei principali processi che prolungano e amplificano la nostra sofferenza psicologica.
Prolunga gli stati mentali spiacevoli, favorisce stati di insonnia, tensione, stanchezza, somatizzazioni, aumenta la sensazione di essere in pericolo, che ci sia una minaccia, un problema, e impedisce che la mente faccia il suo normale lavoro di autoregolarsi e transitare negli stati emotivi senza restare invischiata.
Il rimuginio è trasversale ad altre situazioni di sofferenza psicologica. Sicuramente è nucleo fondante dei disturbi d’ansia, ma interessa anche i disturbi del comportamento alimentare, il disturbo ossessivo-compulsivo, l’ipocondria, la fobia sociale e i disturbi di personalità.
In quanto processo mentale caratterizzato dalla ripetitività, il rimuginio provoca ripercussioni sullo stato emotivo e sulla personalità dell’individuo che entra in un circolo vizioso di pensieri ripetitivi e persistenti. Questa situazione prolunga l’umore negativo riducendo la capacità di attivarsi nella quotidianità, solidifica memorie negative.
Consuma le nostre risorse mentali, riduce l’attenzione, la concentrazione, la memoria, la nostra creatività, il pensiero diventa più astratto e si allontana dalla concretezza, ci rende indecisi perché alimenta dubbi e inibisce l’azione.
Cause
Nonostante il rimuginio sia uno stile di pensiero non funzionale, il rimuginare in alcuni casi ha una funzione specifica. In primo luogo, rimuginare crea l’illusione che si stia riflettendo sul problema; alcuni, infatti, credono che il rimuginio aiuti a risolvere ed affrontare le situazioni problematiche, preoccuparsi aiuta a risolvere il problema e a trovare la soluzione giusta. Ovviamente non è così, preoccuparsi troppo non dà gli strumenti per affrontare meglio il problema.
Altri ritengono che il rimuginio protegga dal soffrire troppo, è una sorta di scudo emozionale: se mi preoccupo delle cose negative che mi potrebbero accadere, soffrirei meno se mi dovessero accadere.
Un’altra convinzione del rimuginare è l’idea che farlo aiuti ad avere una conoscenza più approfondita di sé stessi, a non commettere errori e sbagli del passato.
Così come l’idea che rimuginare sostenga l’azione, cioè motivi ad agire. Spaventarsi delle conseguenze negative aiuta a spronarsi e motivarsi. In realtà rimuginare ostacola le capacità di concentrazione e non permette di agire.
È possibile, inoltre, ricondurre il rimuginio alla tendenza al perfezionismo, il timore dell’errore e la paura di dover affrontare una sensazione di fallimento.
Sintomi
Il rimuginio è già di per sé un sintomo che interferisce con il benessere psico-fisico della persona.
Chi rimugina ripetutamente può riscontrare diversi effetti negativi sulla salute e presentare sintomi di notevole importanza, alcuni di questi invaldidanti:
- Ragionamento perseverante e ripetitivo
- Pensieri sempre uguali
- Ragionamenti e dialogo interno
- Contenuti mentali negativi
- Pensieri incontrollabili
- Pensieri verbali e astratti
- Disturbi del sonno
- Ansia
- Depressione
- Irrequietezza
- Irritabilità
- Mancanza di concentrazione
- Affaticamento
- Somatizzazioni
Cura
La convinzione che il rimuginio sia incontrollabile è il primo fattore che sostiene la tendenza a rimuginare.
Scoprire di avere controllo sul rimuginio è un punto nevralgico dell’intervento per la diminuzione dello stesso e dell’ansia. Imparare a controllare il proprio rimuginio non significa non avere mai più pensieri negativi, cercare di sopprimerli ha un effetto boomerang, tornano nella nostra mente.
Dobbiamo imparare a lasciare scorrere i pensieri negativi, a non agganciarli, a non fermarli. Bisogna osservarli e trattarli per quello che sono, dei pensieri e non qualcosa di reale in quel momento.
Il rimuginio non è sempre presente nella nostra mente, questo significa che la mente è in grado di controllarlo. Rendersi conto di questo è il primo passo per mettere in discussione che il rimuginio sia incontrollabile.
Quando nella nostra mente affiorano pensieri negativi possiamo scegliere due strade: rimuginarci sopra, fissarci sul pensiero e creare una catena negativa di pensieri che porterà ansia e tristezza, oppure valutare il pensiero per quello che è, non come una realtà, ma come pensiero. Se non ha rilevanza pratica, spostare la mente nel qui e ora, così lo stato d’animo emotivo spiacevole transita, scorre e passa.
Quando il rimuginio diventa l’unico stile di pensiero per affrontare i problemi, le difficoltà, è opportuno modificarlo.
Come tutti i processi di pensiero, non si tratta di qualcosa di innato, bensì di appreso nel tempo dall’individuo, pertanto modificabile come qualsiasi altro comportamento.
Sicuramente la psicoterapia offre un grande aiuto perché lavora sulla ristrutturazione cognitiva. Aiuta a portare controllo sul pensiero, consapevolezza nell’identificare i processi negativi. Con una terapia cognitivo-comportamentale è possibile correggere gli atteggiamenti e modificare gradualmente il flusso di pensieri.
Il terapeuta attraverso tecniche psicoterapiche precise aiuta il paziente ad accogliere i pensieri intrusivi e lasciarli andare senza combatterli forzatamente. Promuove l’apprendimento di tecniche di problem solving per sostituire pensieri negativi e improduttivi con pensieri positivi e risolutivi.
Sintesi a cura di:
Dott.ssa Elisabetta Lazazzera
Tirocinante di Psicologia presso Studio BURDI

Il primo colloquio
Nonostante la necessità e il bisogno di chiedere aiuto, spesso prendere contatto con uno psicologo/psicoterapeuta risulta difficile, è motivo di grande imbarazzo e preoccupazione.
Sicuramente il primo colloquio è il momento che spaventa di più, non sapere cosa ci aspetta induce interrogativi, dubbi, disorienta e alcune volte porta persino al ripensamento. Altre volte, invece, suscita curiosità e genera aspettative.
Il primo colloquio è il momento in cui si entra in contatto con lo specialista, è un momento fondamentale di incontro e conoscenza reciproca.
É il momento in cui si intersecano aspetti cognitivi ed emotivi. Questa condivisione pone le basi per un rapporto terapeutico, un’alleanza terapeutica.
Il colloquio clinico è lo strumento finalizzato a raccogliere informazioni utili alla valutazione del problema o del disagio psicologico per il quale il paziente giunge alla consulenza, implica la formulazione di una diagnosi e di un progetto di intervento.
1° STEP–PRIMO COLLOQUIO
La conoscenza si basa sulla raccolta del terapeuta del maggior numero di informazioni.
Il colloquio clinico, oltre a consentire la raccolta di informazioni derivate dai contenuti verbali, dai racconti, permette una conoscenza diretta del modo di relazionarsi del paziente.
Sostanzialmente il colloquio clinico è un “colloquio aperto”, non ci sono domande già predisposte, già formulate e che seguono un ordine preciso. Si lascia al paziente libertà di raccontare e raccontarsi, di organizzare liberamente il modo di esprimersi.
Tuttavia, parlare con uno sconosciuto di aspetti privati e intimi della propria vita può provocare imbarazzo, vergogna, uno stato di agitazione.
Il terapeuta, pertanto, avendo cura di mettere a proprio agio il paziente, inizia il colloquio con qualche domanda utile a rompere il ghiaccio, poi gli lascia spazio, ascolta quali sono i motivi che l’hanno indotto a chiedere aiuto, i sintomi, i disagi e la compromissione di questa situazione nella sua vita.
Durante il colloquio il terapeuta facilita l’espressione e il racconto, nel rispetto dei tempi e dei modi, dei silenzi e delle difese di chi ha di fronte. Accoglie il paziente e facilita l’interiorizzazione della fiducia da parte sua.
La qualità della relazione che si instaura consente al paziente un’espressione più libera e autentica di sé stesso.
La fase di ascolto è determinante, permette al terapeuta di percepire i segnali inviati dal paziente e unirli a quelli derivati dalla propria esperienza professionale, di valutare le reali motivazioni del paziente e la capacità di insight, ovvero la consapevolezza che il paziente ha del proprio problema.
Altrettanto importante per il terapeuta è l’osservazione del non verbale, il grado di adattamento alla realtà, l’atteggiamento del paziente.
2° STEP – TEST PSICOLOGICI
Le informazioni ricavate dai racconti del paziente possono essere formali, riguardare i suoi modelli comportamentali e di comunicazione, le sue convinzioni, i suoi pregiudizi o i suoi valori, i suoi vissuti.
Queste informazioni a volte sono esaurienti, altre volte parziali o poche chiare, distorte. In tal caso il terapeuta adotta tecniche per ottenere informazioni più chiare, guida il paziente attraverso domande specifiche, riporta il colloquio su aspetti poco chiari, somministra test psicologici.
Ci sono test psicologici di vario tipo, utili ad analizzare la personalità, lo sviluppo intellettivo ed emotivo, le abitudini o gli interessi. Generalmente viene somministrato un test di personalità che mette in luce il profilo, le caratteristiche più costanti nella vita dell’individuo, il modo di rapportarsi con gli altri e il mondo esterno.
Il terapeuta affianca il test a delle scale cliniche e ottiene dei risultati che descrivono sia la personalità del paziente, sia le caratteristiche di uno stato di malessere psicologico, ovvero la sua condizione sintomatica attuale.
Partendo dai dati emersi che mostra e descrive, il terapeuta conduce il paziente a riflettere e individuare le casualità che hanno determinato la condizione attuale, a valutarle e a stilare dei punti per un percorso terapeutico.
L’utilizzo di test psicologici è importante, oltre ad integrare le informazioni raccolte durante i colloqui, consente di ottenere nell’immediato una conferma o meno delle osservazioni cliniche.
3° STEP – DIAGNOSI
Il terapeuta unisce tutti i dati raccolti dal paziente, dai test somministrati, dalle esplorazioni nelle diverse aree (cognitiva, emotiva, comportamentale, interpersonale, ambientale) e concettualizza il caso, fa una diagnosi.
La diagnosi è il far luce sulle difficoltà del paziente, cognitive ed emotive, sui suoi vissuti. Essa non si limita alla classificazione dei sintomi o all’inquadramento di un disturbo, bensì tiene conto della complessità e unicità dell’individuo.
Consente di conoscere le risorse interne del paziente, gli interessi, le abilità, tutte quelli parti sane con cui allearsi per motivare al trattamento e per una buona riuscita dello stesso.
La diagnosi è utile perché permette al terapeuta di muoversi all’interno di un quadro di riferimento con criteri precisi e di pianificare un trattamento terapeutico corrispondente, al paziente di promuovere l’insight, la consapevolezza del problema.
4° STEP–INTERVENTO TERAPEUTICO
Ottenuto un quadro più completo, il terapeuta propone al paziente le aree di intervento, le strategie terapeutiche e il percorso terapeutico, predispone e concorda degli obiettivi raggiungibili e l’approccio psicoterapico da adottare per raggiungerli.
A seconda del caso, può consigliare una Psicoterapia individuale o di gruppo, una Psicoterapia di coppia o disgiunta, una Psicoterapia familiare, seguire un orientamento psicodinamico, cognitivo-comportamentale, sistemico-relazionale…
La Psicoterapia inizia quando vi è condivisione del piano di intervento individuato.
Sintesi a cura di:
Dott.ssa Elisabetta Lazazzera
Tirocinante di Psicologia presso Studio BURDI

Superare l’autolesionismo
Metodo di approccio di psicoterapia dello Studio BURDI
per
SUPERARE L’AUTOLESIONISMO
Cos’è l’autolesionismo
Con il termine autolesionismo si indicano tutti i comportamenti e gli atti intenzionalmente autolesivi verso il proprio corpo.
L’intento di chi soffre di autolesionismo è provocarsi dolore e danno fisico. Gli atti e i comportamenti autolesivi patologici sono classificabili in tre principali categorie:
autolesionismo moderato o superficiale
- tagli della cute con oggetti affilati come coltelli e taglierini
- perforazioni con punteruoli o altri strumenti appuntiti
- bruciature con oggetti roventi o marchiandosi con sigarette
- mordersi
- sollevare lembi di pelle
- grattare e raschiare la pelle
- conficcare le unghie
- strapparsi peli e capelli
autolesionismo maggiore
- ingestione di sostanze chimiche e tossiche
- ingestione di grandi quantità di farmaci e di alcol
autolesionismo latente
- mancata ingestione di cibo
- pratica smisurata di attività fisica
Tra le diverse forme di autolesionismo rientra anche l’autolesionismo stereotipico, ovvero tutti quei comportamenti ripetuti come morsi o colpi con la testa, riconducibili a un ritardo mentale, all’autismo o alla sindrome di Tourette.
L’autolesionismo interessa qualsiasi età sebbene ci sia una maggiore incidenza nell’adolescenza e nei giovani adulti, in prevalenza soggetti psichiatrici; tuttavia, può interessare anche soggetti affetti da disturbi d’ansia e depressione.
È una forma di auto-punizione in soggetti con un forte senso di colpa e con un’elevata autocritica. A volte è praticato solo per raggiungere piacere, in questi casi è spesso associato a pratiche sessuali.
Alcuni studi hanno riscontrato che molti soggetti praticano autolesionismo per emulare amici o parenti autolesionistici, altri che l’autolesionismo è un modo per rivendicare forme di discriminazione del proprio orientamento sessuale o del proprio credo, forme di pregiudizio nei propri confronti.
Contrariamente a quanto si possa pensare, raramente questi atti autolesivi sono tentativi di suicidio o chi li mette in atto ha tendenze suicidarie, essi hanno una natura diversa. Alcune volte, però, possono essere predittivi di tentativi di suicidio soprattutto quando vi è una progressiva desensibilizzazione al dolore fisico.
L’autolesionismo può essere a volte letale a causa di intossicazioni da farmaci o sostanze nocive, di un grave danneggiamento dei tessuti, a causa di emorragie provocate da tagli profondi o colpi alla testa.
Lo scopo dell’autolesionismo è indurre una sensazione positiva e ottenere sollievo da uno stato cognitivo negativo. Quando i pensieri negativi predominano, gli autolesionisti vivono un momento di crisi che non riescono a controllare e ciò li porta a provocarsi dolore. Il dolore induce da un lato uno stato di soddisfazione e godimento, dall’altro una perdita di controllo.
Per l’autolesionista procurarsi un dolore fisico e quasi sempre anche un danno fisico, è un modo per sentirsi meglio, per alleviare lo stato di angoscia che lo affligge, per provare un distacco emotivo.
Chi mette in atto comportamenti autolesivi lo fa per focalizzare l’attenzione sul dolore fisico spostandola da quello emotivo, da quello dell’anima. Il dolore fisico percepito risulta meglio controllato e tollerato rispetto a quello emotivo, rispetto al profondo vuoto interiore sentito. Il dolore fisico genera sollievo perché allontana le sensazioni negative, il senso di angoscia incontrollabile e insopportabile.
Gli atti autolesivi vengono quasi sempre utilizzati per attirare l’attenzione, sono una richiesta di aiuto manifestando un disagio. Chi li compie ha spesso difficoltà a riconoscere e gestire le proprie emozioni.
L’autolesionismo urla la sofferenza che non si riesce a comunicare a parole.
Cause
Alla base dell’autolesionismo c’è sicuramente uno stress emotivo imponente.
Chi mette in atto comportamenti autolesivi può aver vissuto traumi emotivi come la morte di una persona carao un aborto spontaneo e traumi fisici come violenza e abusi sessuali.
Anche situazioni difficili in ambito lavorativo, si pensi a un datore di lavoro opprimente, assillante, soffocante, che genera sottomissione, difficoltà e insuccessi scolastici, fenomeni di bullismo, problemi sociali, difficili relazioni, conflitti con i genitori o con il partner…possono indurre all’autolesionismo.
L’autolesionismo è spesso espressione di problemi di natura psicologica:
- Stati depressivi
- Ansia
- Accentuato senso di colpa
- Mancanza di autostima
- Disturbo borderline della personalità
- Disturbi dell’umore
- Perdita di controllo, impulsività
- Disregolazione emotiva
- Discontrollo degli impulsi
- Disturbi di personalità antisociale
- Sentimenti negativi verso il proprio corpo
- Disturbi alimentari
- Disturbi della condotta
- Tossicodipendenza
Sintomi
Le manifestazioni dell’autolesionismo sono:
- Pensieri autolesivi frequenti
- Difficoltà interpersonali
- Pensieri negativi prima del gesto autolesivo
- Preoccupazione incontrollabile per il gesto
- Presenza di tagli o bruciature sul corpo
- Tendenza a coprire le parti lesionate
- Continua autocritica
- Bassa autostima
- Disgusto verso sé stessi
- Tendenza a isolarsi
- Abuso di alcol o di sostanze
- Abuso di farmaci
- Tendenza a strapparsi i capelli
- Mangiarsi compulsivamente le unghie
Cura
In alcuni casi l’autolesionismo potrebbe richiedere un’ospedalizzazione immediata, si pensi all’overdose da farmaci, l’intossicazione da sostanze, emorragie a seguito di tagli profondi, gravi bruciature.
Sicuramente il punto di partenza per un’accurata pianificazione della terapia è la consapevolezza da parte degli autolesionisti di avere un disturbo e di necessitare di specifico supporto medico.
Generalmente il trattamento dell’autolesionismo prevede una collaborazione multidisciplinare tra psichiatra e psicoterapeuta.
Nello specifico la psicoterapia pone l’attenzione sugli aspetti irrazionali, aiuta il paziente a individuare e riconoscere quei pensieri intrusivi, negativi e distorti, che lo spingono a procurarsi un danno e del dolore. Lo aiuta inoltre a riflettere e lavorare sui sentimenti e sulle circostanze che precedono gli atti autolesivi.
Il terapeuta lavora sulla motivazione al trattamento, aiuta il paziente a sviluppare strategie utili a gestire le emozioni negative e gli stati di malessere che sono alla base dei comportamenti autolesionistici. Il lavoro è orientato a sviluppare emozioni positive che permetteranno di migliorare le relazioni e di arginare l’influenza delle emozioni negative.
A volte il terapeuta può coinvolgere nel percorso terapeutico anche la famiglia del paziente, affinché possa essere di supporto durante il percorso terapeutico. Ovviamente questo coinvolgimento risulterà inappropriato se dovesse emergere che l’autolesionismo ha origine da difficoltà e disfunzioni familiari.
La terapia di gruppo, in particolare, risulta essere molto indicata: rapportarsi e confrontarsi con soggetti che hanno vissuto o vivono situazioni simili rende più facile l’esternazione e la condivisione dei propri problemi.
Affinché ci sia riuscita della cura è indispensabile che ci sia continuità della terapia soprattutto per evitare le recidive che in questo disturbo sono molto frequenti.
Sintesi a cura di:
Dott.ssa Elisabetta Lazazzera
Tirocinante di Psicologia presso Studio BURDI

ScriverE’
SCRIVERE’
Si scrive di tutto, prevalentemente di cronaca, di politica, di conflitti bellici, di menzogne, di fake, di illusioni, di chiacchiere, di gossip, di tutto ciò che non è, all’ interno di un teatro di maschere e di illusioni sceniche persuasive, alle quali quasi crediamo, perché abbiamo bisogno di credere in qualcosa per darci delle speranze, perché abbiamo un gran bisogno di sognare e siamo disposti per questo a lasciarci ingannare;
ma la scrittura su di se, rappresenta la più autentica forma di incontro con l’ autore, con noi stessi, la verità in realtà la conosciamo solo noi, noi solo sappiamo come stanno i fatti e non esiste bellezza più grande se non quella di svegliarci dal sonno e dall’ inganno, guardando dentro di noi, nella nostra realtà, dove essa stessa supera il sogno e i tanti bluffs, i piaceri effimeri e quelli di carta, di un mondo prevalentemente apparente,
La scrittura su di noi, rappresenta l’ aderenza all’ interlocutore che siamo, nel modo più diretto e più tangibile che possa esistere; attraverso la pagina bianca di uno schermo o il foglio, questo stesso diventa la materializzazione della nostra anima, la biografia di quell’ istante, del nostro movimento mentale o del nostro sindacato difensivo della nostra persona. Soggettivo o oggettivo, quel foglio rappresenta una via maestra di inizio di conoscenza e di consapevolezza su di noi.
Questo tipo di scrittura è sempre rivelatrice dell’ esistenza di un libro interminabile dentro ognuno di noi e ci apre al bisogno di lettura del nostro mondo interiore criptato, avente un nuovo linguaggio differente da ognuno. Noi tutti siamo delle meraviglie interminabili tutte da leggere e da scrivere, diverse dalle altre .
Il foglio bianco si pone cone un contenitore delle nostre interminabili risorse o come un album di fotografie che, di la a qualche istante, lascerà una serie di serigrafie, e di stampe su uno sfondo bianco, le impressioni, le copie dei nostri mondi più profondi; il foglio scritto diventa l’ evidente materia visibile di una vita interiore intensa, invisibile; nel momento in cui scriviamo di noi, in quell’ istante, rendiamo visibile ciò che era impercettibile, siamo veri, il foglio diventa foto sensibile, mentre focalizziamo l’ attenzione sulle nostre ripartizioni mentali, sul nostro oggetto turbativo o espressivo.
Il foglio si propone come lo sfondo di una tela sulla quale dipingere il nostro ritratto immaginale, bello o brutto che sia e accade attraverso la ricerca minuziosa della parola, ci conduce a fissare il focus su come stiamo, e sul perché siamo in quel modo, ripercorrendo la trama tra passato e futuro, fino a catturare quel filo dei significati e delle risposte ai nostri tanti perché.
Lo scrivere è molto più efficace del parlare. Nello scrivere scandagliamo la mente, la versiamo sul foglio prima a piccole goccioline, poi come un ruscello, dopo come un fiume in piena, non si deve far leva sulla memoria, con la scrittura si diventa ricercatori raffinati e più precisi attraverso il definire la parola esatta e attraverso la parola della parola, si definisce quella più idonea nella rappresentazione degli eventi interni.
Il solo parlarne, invece, fatica nel reggere la memoria, nel parlare si dimentica e si nega l’ evidenza o ciò che è stato detto, a meno che il parlare diventi psicoterapia, analisi, che aiuta nel mantenere la cordata.
La parola individuata, è lo strumento meraviglioso di indagine e di ispezione e di ispirazione, si scova tra i grovigli e i traffici di altre parole, nel tentativo di intercettare una situazione dubbia o confusa tale da diventare la parola che cattura, si pone come liberatoria e comprensiva nel marasma. La parola fissa, fa il punto, mette al muro, all’ angolo la situazione, intercetta quel fotogramma chiarificatore che, fino a poco tempo prima, lasciava nel dubbio e nelle titubanze, esprime un suo effetto catartico e terapeutico.
Nel tentativo di scrivere, la parola si fa vogatore, si fa spazio fra migliaia di molte altre, sbroglia la matassa e ridisegna una nuova trama, quella propria, liscia e serena. Scrivere è come porsi allo specchio, per intercettare le ombre, aldilà di ogni evidenza visibile, è una cordata o un tratturo che va tortuoso e dritto nel sottosuolo, è calare il secchio nel pozzo, è l’ incontro con il mistero del nostro caos, per ricercare le risorse nella miniera, da portare su alla luce. La parola cerca la strada di uscita, o di entrata, cerca la prospettiva del miglioramento e della felicità, se poi diventa parola agita, verbo e comprensione, diviene azione e cambiamento verso la propria realizzazione.
Quando provi a scrivere, tutto è complicato, non sai mai da dove incominciare, credi sempre di non riuscirci, perché il foglio è bianco e il vuoto ti fa paura, ti senti così, nullo e nella testa tutto è confuso, c’è solo il peso di una angoscia qualsiasi o di una festa, la sensazione magica di un paradiso, immerso in una giostra di problemi, o in un minestrone di situazioni, di turbamenti, di fastidì, in un traffico di gente mentale o nel frastuono più assoluto.
Poi arriva, una sola, quella parola che diventa il punto di un ricamo, che si espande molto piano verso il disegno.
Quanto desideri stare con te stesso, quanto interesse hai nel guardare ciò che ti disturba, quanto sei geloso del tempo dato agli altri ? C’è un momento in cui non hai più tempo da perdere, se non ti leggi e scrivi da dentro la tua storia, non potrai leggere o scrivere su nessun altro.
Senza una lettura e una scrittura di te, non avrai mai qualcuno, rimarrai insoddisfatto di te, della vicinanza di uno affettivo accanto, perché se non hai testa di stare dietro di te, come sarà possibile pretenderlo dagli altri. Le relazioni che creiamo sono lo specchio di come noi incontriamo o evitiamo noi stessi, e lo scrivere su di se, è uno strumento potente per fare chiarezza.
giorgio burdi
Continua
L’ Indicibile
L’ INDICIBILE
La caratteristica fondamentale del Numero Uno, è quella di non rinunciare mai, alla verità, di voler esprimere incessantemente quel flusso di percezioni profonde e sconcertanti che, in modo diretto e vorticoso, freneticamente ruotano dentro ognuno di noi.
Parliamo di indicibile come la massima espressioni di se. Per essere tale, l’ indicibile, ha rigorosamente la necessità di essere verbalizzato, avendo per sua natura una connotazione prevalentemente emotiva ed innanzitutto extra verbale.
L’ indicibile è visibile sempre e decisamente nell’ extra verbale.
Tutti vorremmo conoscere le diverse percezioni altrui, i loro pareri e i giudizi sul nostro conto. La diffidenza verso gli altri, nasce dalla atavica paura verso il giudizio, verso il timore che esso possa essere devastante e difforme dalle nostre percezioni ed aspettative.
Quando affermiamo che certe persone sono vere ed autentiche ? Quando esse “parlano schiette, sono dirette, “ parlano in faccia”, affermano e dicono ciò che percepiscono e ciò che pensano, senza alcun filtro o sotterfugio o manipolazione, non inducono a incertezze o a confusioni e non utilizzano retoriche, non adoperano giri di parole, ma sono espressione di chiarezza, se pur alle volte inaccettabili.
Chi si pone nell’ ottica di voler esprimere l’ indicibile, ama la trasparenza, risulta franco, innovativo, propositivo, resiliente e rivoluzionario, reattivo, giusto, ma alle volte veemente, insostenibile, controcorrente, fuori dai valori comuni, ti punta e non perde di vista il tema, il filo e l’ occasione, non è ne rinviante, ne proscrastinante.
L’ indicibile è la casa, è casa nostra, pretende il diritto al libero pensiero, alla parola, alla risposta, alla domanda, alla coerenza, all’ incoerenza e all’ onestà di se. Nelle relazioni ci sono molte variabili e punti vi veduta differenti di ognuno che si intersecano, incomprensibili ad ogni interlocutore e chiaribili solo nell’ ottica dell’ espressione dell’ indicibile.
È molto difficile la comune comprensione, siamo tutti intricati e lontani, rappresentiamo la contraddizione l’ un dell’ altro, diveniamo irraggiungibili, strani e folli, è solo nell’ orientamento di svelare l’ indicibile, che ricreiamo quel ponte di ricongiunzione che potrebbe renderci più collegabili ed affini.
Quando parliamo di indicibile non ci riferiamo a qualcosa che non si può dire, ma al contrario, ci riferiamo al “non detto”, che è più importante ed imponente dell’ evidente. L’ indicibile invece si riferisce al timore di esprimere casa propria, il se autentico, perché appare inopportuno dire e non conforme alla situazione, perché la sua espressione risulterebbe imbarazzante e sconcertante.
L’ indicibile ha coraggio, non rinuncia al proprio tetto, a se, è teso nel combattere le vergogne e gli imbarazzi, le incomprensioni, i conflitti o a crearli li dove sembra tutto andar bene, chiama all’ appello; esso è diretto, non conosce il buono o il cattivo senso, perché persegue il senso, e non conosce la buona o la cattiva educazione, ma percepisce cosa è rispettoso; è ribelle al conformismo, è irriverente, indiscreto, teme, ma osa, non tiene conto dell’ opinione comune, o delle disapprovazioni, ma il suo verbo è, dire, ciò che gli altri direbbero, ma, inibiti, non osano.
L’ indicibile ha una struttura in cemento armato, è un travertino, un ponte in acciaio, ha una marcia in più, parte per primo e se rinunci ad esso ti fai massa, gregge, curva sud, ti globalizzi, ti emargini, diventi un pantano putrido, ti auto confini, ed escludi, accetti lo scontato, rinneghi la dignità del tuo nome, rimani assente, spettatore, rinunci all’ intelligenza differente, rinunci ai tuoi contribuiti, cadi nel mal pensare, diffidi, diventi un orso, un musone taciturno, inciampi nelle tane del pettegolezzo, triangoli. Chi rinuncia all’ indicibile, diventa cinico, sarcastico, tra il detto e il non detto, fa libera professione di aggressività passiva, amico del malumore e delle rimuginazioni, delle interpretazioni e delle perplessità, preda dei soliloqui, delle introversioni, della scontrosità e delle aversioni .
All’ indicibile si oppongono le apparenze del sottaciuto, le elaborazioni, gli espedienti, le scuse, gli escamotage, le menzogne, le retoriche, i giri di parole, tutti quegli atteggiamenti difensivi per non mettersi mai in discussione, come il negare l’ evidenza e il rinviare per non decidere mai.
L’ indicibile è il frutto di una introspezione agita, è la consapevolezza in persona che si fa azione, è il vetro trasparente e la liberazione di se dalle trappole. Esso è l’ evacuazione, la foce, lo sbattere in faccia la verità taciuta che se lungamente trattenuta diviene disagio, rammarico, teatralità protratta, malattia, psicosomatica, nevrosi, disgusto e dispiacere.
La narrazione dell’ indicibile, attraverso la consapevolezza di non voler rinunciare a se, conduce alla riattivazione del benessere, delle sinapsi e della salute, è il riscorrimento delle endorfine, è il respiro, la riscoperta delle anime affini.
L’ espressione dell’ indicibile consta nello scovare dove sono le maschere e nel coraggio di toglierle.
La navigazione e la narrazione nel flusso dell’ indicibile, conduce all’ autenticità, al miglioramento o alla chiusura anticipata di certi rapporti, prima che diventino dei falsi consolidati, fino alla riscoperta di altri, speciali.
Ci sono persone che non si conoscono da sempre, se pur si frequentino da tanto, risultano essere tra di loro, estranee. Chi entra nel flusso dell’ indicibile, avverte sincronicità o fa selezione ed esclusione da subito.
Poche volte accade, che nel fracasso nella folla, si percepisce, la presenza di un sottile filo d’oro che collega ad un qualcuno di importante, che si osculta ma non si vede, un impercettibile filo di Arianna, li tiene legati da sempre, da sentir pronunciare piano e poi forte il proprio nome, da riconoscere quel qualcuno, che ricordi, ma mai conosciuto, molto vicino, e prima di quell’ istante, mai visto, intimo più della famiglia ma conosciuto li per li. Questo accade quando si è a casa e in sintonia con se stessi, senza carnevalate e nascondimenti, quando si è sereni, senza maschere, con la propria nudità, si incontrano le meraviglie.
Quanto di quel tempo viene adoperato stando in contatto in relazioni brillanti, ma allo stesso tempo vacue, fagocitanti, confusionarie, fatte tutte di un pezzo, rigide, apparentemente infrangibili e alla minima difficoltà, friabili ?
L’ indicibile produce trasparenze e tra due trasparenze, la luce non farebbe fatica ad infrangere l’ incomprensione.
Chi lo decide quando dobbiamo esistere ? Lo decide la nostra anagrafica e il nostro nome, anche se già lo eravamo prima, dal concepimento. Solo quando ci chiamano, reagiamo all’ interno di in un sistema che ci stimola alla risposta, la chiamata del nome è la chiamata all’ appello, alla propria sede, il nome ci ricorda che siamo, nel nome chiamato, si materializza il se. Se non ci chiamano, impariamo a farlo da soli, proviamo quell’ emozione di chiamarci da soli, col proprio nome.
A Nessuno di noi è mai stato insegnato ad ascoltare se stesso, diversamente siamo stati educati ad ascoltare e rispettare gli altri. Ci hanno dato il nome, ci hanno chiamato, ma abbiamo imparato i nomi della storia, le date dei conflitti e degli eventi, ma mai ci hanno indicato di rispettare e ricercare il nome proprio e ad ascoltarlo. Abbiamo spesso sentito chiedere, ascoltami, mai ascoltati, siamo stati educati a rimanere sordi a noi stessi, a finta di nulla, ad ascoltare solo i “rumori” delle voci stridule altrui.
La nostra voce urla dal nostro primo vagito e nasce come l’ altra voce, ogni volta che nasce una nuova voce, nasce la rivoluzione, il contraddittorio, ma parallelamente nasce la volontà e la tentazione di volerla mettere gia a tacere per la sua diversità, per il suo indicibile, per i suoi “capricci”. Ognuno esiste, se riesce a darsi voce, chiamandosi all’ appello.
giorgio burdi
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L’ indicibile
L’indicibile è per coloro che non temono il giudizio, che, sicuri del loro sentire, percorrono la via della sincerità, della realtà, della libertà di essere e di esprimersi.
Non tutti sono ingrado di accettare tale schiettezza sbattuta in faccia, a molti non piace la verità, preferiscono la finzione, il buon viso a cattivo gioco.
La verità è per pochi. Ma di quale verità parliamo infondo? Non estite un’unica verità, ognuno è condizionato dalle sue esperienze, dalle sue emozioni, la verità è spesso distorta da quello che noi crediamo di vedere o sentire.
L’indicibile va oltre la verità, è l’essere autentico, nudo e crudo, senza paura e senza vergogna, perché non ci si deve vergognare di essere se stessi, anzi, bisogna coltivare l’indicibile, bisogna portarlo fuori, esorcizzarlo, renderlo familiare, amico, compagno.
Ma ormai credo che bisogna essere se stessi e non pensare di poter piacere a tutti o di trovare un legame con tutti. Ci sono persone che non ti apprezzeranno ma probabilmente sarà anche meglio così. Mostrando l’indicibile sarai apprezzato da chi è come te o da coloro che nel tuo indicibile vedono qualcosa di unico e meraviglioso
rossella ramundo orlando
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Procrastinare
Metodo di approccio di psicoterapia dello Studio BURDI
per
SUPERARE IL PROCRASTINARE
Cos’è la procrastinazione
Procrastinare significa rimandare qualcosa al futuro prossimo o lontano. Termine che ha origine dal latino “pro” (a favore), “crastinus” da cras (domani), è l’atto di rinviare dall’oggi al domani, da un giorno a un altro, posticipare, differire, prorogare, temporeggiare, posporre, indugiare.
Ad ognuno di noi è capitato almeno una volta di rinviare un’attività, un compito, un impegno, un esame, una decisione, una scelta importante, un progetto di lavoro, lo studio, la dieta, l’attività fisica, buoni propositi per il nuovo anno…rimandare qualcosa che avremmo potuto iniziare o fare nell’immediato, ma a causa di mancanza di volontà abbiamo procrastinato.
Se rimandare occasionalmente qualcosa per pigrizia o perché considerato noioso è un atteggiamento non preoccupante, da considerarsi normale, posticipare continuamente è invece disfunzionale.
La procrastinazione, a volte, può diventare un’azione abituale, ricorrente, un’abitudine consolidata. Se cronica si trasforma in un vero problema, procura molteplici disagi, stress e frustrazione.
Chi ha la tendenza a procrastinare ha consapevolezza delle conseguenze negative di tale comportamento come l’accumulo di lavoro da dover svolgere all’ultimo minuto, la sovrapposizione di scadenze, l’aumento di ansia…ciò nonostante, sostituisce attività prioritarie con altre secondarie, meno importanti, ma ritenute piacevoli.Sceglie le distrazioni perché regalano sollievo, allentano la tensione e allontanano il senso di inadeguatezza.
Alla base della procrastinazione c’è un blocco mentale e psicologico. Rinviando si evitano le proprie paure, insicurezze, i propri limiti, si sfugge da problemi e preoccupazioni, non si prende responsabilità delle proprie azioni.
Generalmente si tende a procrastinare le attività più impegnative, complesse, le scelte più importanti, questo perché la procrastinazione è legata alla regolazione delle emozioni.
Tuttavia, però, più rimandiamo ed evitiamo qualcosa, più le sensazioni negative che si hanno verso quella situazione si rafforzano rendendo tutto più difficile.Molto spesso la procrastinazione induce il senso di colpa per non aver portato a termine qualcosa di programmato, questo senso di fallimento innesca un circolo vizioso che porta a continuare l’atteggiamento di procrastinazione.
Cause
Diverse cause possono essere attribuite all’origine della procrastinazione. Sicuramente la propensione a rimandare è genetica: non tutti procrastiniamo allo stesso modo.
Tra le maggiori cause della tendenza a procrastinare:
A prescindere dalla causa, senza dubbio procrastinare è un comportamento autodifensivo, di protezione. Rimandiamo per la paura di insuccesso, di fallire, di scoprirci imperfetti, di deludere le nostre e altrui aspettative, di essere giudicati.
Si pospone un’attività per allontanare le sensazioni negative da essa procurate e ottenere così un immediato sollievo seppur momentaneo da qualcosa che ci pesa.
Sintomi
Cura
È possibile smettere di procrastinare individuando le cause nascoste dietro questo meccanismo di difesa.Questo è il primo passo verso il cambiamento.
È importante intervenire tempestivamente perché ilprocrastinatore cronico ha grandi probabilità di incorrere in problemi di salute fisici e mentali. L’accumulo di stress e ansia, la continua insoddisfazione, il senso di frustrazione, la bassa autostima, possono indurre stati depressivi ma anche problemi fisici quali mal di testa ricorrenti, problemi gastrici, disturbi cardiovascolari.
Procrastinare in maniera assidua, inoltre, comporta conseguenze in ambito personale, relazionale e lavorativo. Limita la produttività personale e il raggiungimento dei propri obiettivi.
Intraprendere un percorso di psicoterapia è un valido aiuto. La psicoterapia permette di lavorare sulla regolazione emotiva imparando a tollerare e modificare le emozioni negative, sull’autocompassione e sul perfezionismo.
Attraverso la psicoterapia si impara a perdonare séstessi, a non avere vergogna per gli errori commessi, ma imparare da questi per rompere gli schemi in cui si è intrappolati. Si impara ad accettare di essere imperfetti e fallibili e a superare le rigidità.
La psicoterapia aiuta a cercare nuove abitudini funzionali, a riconoscere la procrastinazione come un inganno e a non assecondarla continuando a rimandare ma passando all’azione anche a piccoli passi perché tutto diventa più facile una volta iniziato. Partire gradualmente, focalizzarsi su obiettivi più piccoli, aiuta il raggiungimento dell’obiettivo finale.
L’autoconsapevolezza ci permette di raggiungere i nostri obiettivi.
Sintesi a cura di:
Dott.ssa Elisabetta Lazazzera Tirocinante di Psicologia presso lo Studio BURDI

La Trottola
LA TROTTOLA
Ogni cosa ha il suo posto e ognuno è di se stesso, è proprio, ma se perde il suo asse, la propria centratura, va fuori dalla sua perpendicolare, fuori strada, è la crisi, subisce la lussazione di se, la decentratura del menisco che lo rende claudicante; ogni cosa per reggersi deve essere sul suo baricentro, è un assioma, non sei tu a deciderlo, lo decide la legge della forza della gravità.
Una ruota che perde l’ asse genera una sbandata, un fuori strada, uno slittamento se la strada è viscida, uno schianto, un pistone che non fluisce, blocca il motore, l’ ingranaggio fuori centro del bilanciere di un orologio, sballa il tempo. Una corda molla, stona, una sbavatura, sporca, una foratura ti obbliga alla fermata, una macchia su una camicia, rovina la festa, un treno oltre i binati, deraglia. Per funzionare, tutto ha un centro ed una propria collocazione.
È indispensabile curare, rettificare il verso, fare un’ auto centratura, una equilibratura, la convergenza del se, piuttosto che rimediare delle stampelle, una barella, una carrozzella, una ditta appoggio o cercare ripetutamente una spalla sulla quale gravare e continuamente piangere.
Ognuno che reitera lamentele, si ostina abitualmente a gratificare il suo bisogno di attenzioni, ricerca continuamente consigli e consensi, si incolla e si accolla, salta in groppa come su un dromedario, si appiccica come una zecca, un simbiotico, crea una una fusione, una confusione, faticosa da slacciare, fatta di un legame solo di aiuto, di supporto e di dipendenza. È molto pericoloso chiedere e dare aiuto se esso non guarda oltre, verso l’ autonomia. È molto pericoloso perché , se l’aiuto non è competente, blocca la crescita, genera il controllo e involuzione, oltre che produrre dipendenza, ad un problema se ne accolla un altro.
C’ è a chi non basta mai, a chi ti cerca sempre, a chi ne vuole ancora e vorrebbe tutto, un coatto, che ti toglie a pezzi, ti frantuma, è chi ti stende a terra, una iniziale benevolenza, si fa presunzione ti mette a tappeto, si fa zerbino, sacrificio, nel tentativo di renderti, proprio, assimilato, assorbito, fagocitato, digerito, defecato, reso meno dell’ inutile e poi espulso e buttato. Certi vittimisti generano vittime, depersonalizzano. Attenzione a chi si lamenta troppo, a chi si decide di ascoltare, prima di lasciarsi coinvolgere in un problema altrui.
Chi tutto vuole, nulla stringe, chi chiede di piu, richiede sempre di più, distruggerà quel sentimento di passione, di amore, di umana solidarietà e convivenza, verrà meno il rispetto, prima o poi esplode, si va in fuga, più compresi, estranei allo specchio, perché lì, vedrà sempre l’ altro.
È molto bello, affascinante osservare una trottola, gira solo se è sola su se stessa. Non ha alcun altro riferimento se non il solo punto del suo ago sul quale regge. Regge sul nulla, un semplice ago, non si lamenta, non è tanto, ma non è poco, ma è l’unica risorsa che ha, un solo punto, nemmeno un punto e virgola, fa solo riferimento ad esso. Anzi, un solo punto è abbastanza, è la perfezione, perché se ce ne fossero anche solo due di punti, ci sarebbe la sbandata, lo squilibrio.
Se rammenti e ritorni sul tuo punto di rotazione, allora diventi stabile, ma per lo sguardo altrui, un egoista, un cattivo, perché riprendi a roteare, un intollerante, un ipocrita, un incoerente, un inaffidabile disobbediente, che non ascolta piu gli ordini e la coscienza degli altri o le direttive e i loro comandi, che vai a briglie sciolte, un bugiardo allo sbaraglio, da temere, che ormai può mordere senza collare né museruola.
Una trottola non ha alcun ritegno o scontate direzioni, si diverte, salta e ruota sfiammante, tra sfumature di colori, pazza gira, diserta le traiettorie e le prospettive, danza in inaspettate geometrie e direzioni. La morte non è solo quella che tutti sappiamo, ma è permettere di lasciar di noi, tutto nelle mani di qualcuno.
Perchè diviene così inevitabile e a volte necessario e proficuo, diventare l’ ombra di qualcuno, perdersi dentro un chiunque, inseguendo le sue orme, le sue nebbie, pendendo dalle sue labbra ? Non ci rendiamo conto di diventare il tappeti, succubi, sottomessi, come fossimo delle bambole. Come mai ci imbattiamo e commettiamo grossi e soliti errori di valutazione e come delle marionette ci lasciamo manovrare da fili cosi impercettibili ?
Sono le assenze subite che ci fanno cercare presenze qualsiasi. Questa è la trappola. Ognuno, nutrito da assenze subite, si nutrirà di ulteriori assenze presenti. Quando parliamo di presenza, non dobbiamo confonderla coll’ aver ricevuto vitto e alloggio e sostentamenti vari. Tutte le persone che entrano in analisi con un disagio, affermano che a loro, alle volte, non manca nulla. Ciò che determina l’ assenza è la mancata comunicazione e il dialogo che si prende cura di se, nella massima domanda del “ come stai ? “ ed innanzitutto gli abbracci rassicuranti di una presenza fisica reale a dispetto dell’ anafettività. Si può avere tutto, ma senza gli abbracci, la presenza diviene un fantasma, quell’ affetto platonico che si fa retorica, assenza.
Il vero problema siamo solo noi, è quello che cerchiamo assenti, ci incastriamo ed inganniamo in apparenti presenze. Ma la responsabilità non è dell’ assente trovato, ma delle nostre assenze passate sofferte. Esse ci hanno formato nel cercare e selezionare, in modo quasi certosino e con un tocco da quasi professionisti, solo e solamente assenze.
Anche se scegliamo di rimanere da soli, perché quella, secondo noi , è la scelta più conveniente, essa è la condizione ancora più chiara che lascia esattamente intendere delle assenze subite. Non posso star bene con, se sono stata formata all’ assenza, pertanto starò bene sola, o si fa per dire.
Per contro, la persona sola o chi soffre di solitudine, a sua volta ha sofferto la solitudine per le assenze forzate e di conseguenza chi ricercherà se non presenze assenti, perché ha imparato a cercare solo ciò che ha ricevuto, il nulla.
Chi è formato all’ assenza non è propriamente stato formato al nulla, ma viene formato al problema, al problema di avere o di evitare per forza qualcuno nella propria vita.
Se ne giunge a capo, solo se ognuno si chiede di quali assenze originarie ha patito ? La bonifica va fatta a monte e non a valle. Non è colpa del destino o dell’ attuale condizione, questa la si può sempre cambiare, ma della matrice originaria, che genera “serigrafie” all’ infinito.
Non sarà mai troppo tardi per recuperare il tempo vissuto male e con inganno e pertanto non sarà mai troppo tardi per recuperare oggi quelle energie per tornare a se stessi, sulla scia di quella libera trottola che schizza, gira e danza, che si accontenta di un solo punto e per quanto poco possa essere, è il suo indispensabile, è il suo tutto, e se volesse di più, sbanderebbe. Il problema di ognuno, è quello di perdere il proprio punto e di temere di non poterlo più ritrovare, ostinandosi a cercarlo negli altri.
giorgio burdi
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Le Transenne
Il perfezionismo:
Una vita in transenna
.Il perfezionismo è un’arma a doppio taglio per cui, se da una parte è tutto perfetto, dall’altra c’è tanto disordine.
L’idea di perfezione si accompagna con il concetto di ossessione, ansia, panico, compulsività: la ricetta utile per far impazzire un essere umano o dargli la possibilità di spegnersi.
Le regole, ciò che più piace al perfezionista, esistono, lì dove seguono il naturale funzionamento dell’oggetto. La vita è un apparecchio che deve seguire il suo automatismo.
I computer hanno un tasto di accensione e una procedura che porta a compiere una data operazione programmata da altri alla quale conformarsi.
L’essere umano non è dotato unicamente della parte programmatica o razionale ma anche di quella emotivo- sensibile, a programmata e sprogammabile, una follia per il perfezionista.
La capacità di saper raccontare ciò che si ha dentro, è al servizio dell’emozione stessa, che nasce ancor prima di essere pensata/organizzata mentalmente.
Vien da sé che il perfezionista, una volta ultimato il progetto di vita, non è poi capace di viverlo attraverso la propria pelle, perché dovrà seguire quella programmazione che ha costruito, riscontrando un disagio tra schema e vita di adattamento.
Quale ordine è allora quello del perfezionista? Si può dire simile ad un recinto chiuso in cui tutto è minimamente organizzato nei limiti in cui non entra un alito di imprevisto e di vento di sensazioni pronte a creare scompiglio.
E’ più facile immaginare un gregge di pecore in uno spazio recintato che pecore impaurite allo sbando. Il perfezionista vive l’ identica situazione.
Rigidità, linearità, logicità, raziocinio, rappresentano le transenne, le staccionate che fanno da padrone nella vita personale, militarmente organizzate del perfezionista.
Il respiro non si espande ed è soffocamento e dunque somatizzazione, perché ho una cefalea muscolo tensiva o una emicrania ? Perché i muscoli del mio corpo si irrigidiscono da soli? Eppure non ho fatto sforzi.
Il muscolo dell’anima sottoposto ad un movimento disfunzionale, contrario alla sua inclinazione, si satura alle contratture, sviluppando dolore, senza che sia la persona a volerlo.
Lo schematismo, il perpetuarsi dell’ossessiva organizzazione dell’agire, diventa come una ginnastica fatta male che porta la persona ad un irrigidimento, corporeo, insensibile ad alcuna emozione, ritenuta inutile.
Nulla è abbastanza, nemmeno uno svuotamento completo delle tensioni se la causa resta intangibile. Non c’è siddisfacimento per il perfezionista che da grande progettista, diventa un disabile nel fiume in piena della vita nella quale annegherebbe.
Lasciare le proprie staccionate, sprogrammare le abitudini,la routine, andare oltre, significa avvicinarsi a se stessi significherebbe far funzionare le proprie funzioni vitali, la circolazione, far pulsare serenamente il cuore, far respirare della pelle.
Uscire per poter rientrare in noi stessi dentro le nostre vesti che dona la possibilità di vibrare.
L’idea che meglio rende il danno di colui che tutto progetta è, che se il perfezionismo e l’emozione si incontrassero per strada, neanche si saluterebbero.
silvia valenza
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Il Perfezionismo È Una Disavventura
Metodo di approccio di psicoterapia dello Studio BURDI
per
SUPERARE IL PERFEZIONISMO
Perfezionismo negazionista
Il perfezionista non si lancia, scalpita e attende, pregusta ma non osa, rimugina, in fervore come una pentola con l’acqua che bolle e attende che vengano calati gli spaghetti.
(Approfondimenti su pensiero focalizzato e azione “Pensa e arricchisci te stesso” autore Napoleon Hill).
Ama la pianificazione, nei minimi dettagli, l’attesa dell’azione, ma non l’azione in se: essa infatti potrebbe nascondere l’insidia dell’errore.
Ma non è per errori che impariamo, che iniziamo a camminare in posizione eretta, che scoviamo le nostre debolezze e le nostre paure che sappiamo celare con maestria, che sperimentiamo cose o azioni a noi sconosciute?
Strettamente connessi, vagano per la nostra mente due energumeni di nome “errore” e “giudizio”.
Costoro, andrebbero tenuti a bada e non lasciati liberi di inquinare il nostro giardino mentale a loro piacimento, facilitando la creazione di convinzioni negative.
(Approfondimenti sulle convinzioni “Psicocibernetica”, Maxwell Maltz). Infatti, questi, ingordi delle nostre insicurezze, non sono mai sazi: portano a farci sentire inadeguati, sbagliati, talvolta con ansia da prestazione. Sono sempre lì, in agguato, dobbiamo dunque imparare a conviverci.
Vedete non penso esista un assoluto negativo o positivo, ma ritengo vi siano molteplici sfumature. Se presi nel modo giusto, dunque, errore e giudizio possono insegnarci molto. Ma come?
Nella sua eccezione negativa nella nostra società il giudizio è parte integrante, consequenziale, dell’errore.
Ma se voi sbagliaste, ed oltre ad esservi messi alla prova e aver tracciato con sincerità i vostri confini – estendibili gradualmente tramite la pratica – apprendereste come migliorare ogni giorno, non diventereste forse persone migliori?
Secondo la Psicocibernetica, siamo predisposti per tendere a un fine autoimposto raggiungibile tramite tentativi, volti al perfezionamento graduale della tecnica, sino al raggiungimento del fine stesso.
Mentre scrivo, mi trovo nella periferia estrema di Barcellona, causa un errore organizzativo con i miei amici che mi hanno portato a cambiare alloggio, senza però trovare una zona migliore.
Meraviglioso! Da questo “errore” organizzativo ho trovato in me il meccanismo inceppato che cercavo di oliare più volte, senza però essermi trovato nelle condizioni ottimali per farlo.
Zaino in spalla, pronto ad andare all’avventura in cerca di una nuova sistemazione. Quante virtù sento scorrere in me ora, prima come assopite e arginate da una diga nella routine quotidiana, ora fluiscono in me come un fiume in piena. Intuito, intelligenza emotiva, caparbietà, le sento ora dentro come non mai.
Ditemi, vi entusiasmerebbe forse di più un viaggio organizzato nei minimi dettagli, con le attività pianificate ora per ora? Ma ciò, in fondo, non si ridurrebbe alla mera esecuzione di un piano?
Spegnete i telefoni e chiudete per un attimo le agende, lanciandovi alla riscoperta del vostro numero 1.
Non lasciatevi inquinare dai piani dell’amico del bar, dai capricci del vostro partner, dalle aspre frecciatine di una collega. Entrate in contatto con il vostro io primordiale, senza timore dell’inevitabile giudizio esterno, spesso riflesso delle convinzioni altrui proiettate ottusamente su di voi e non di un feedback oggettivo. Amate errare, perché – errare humanum est – e perché privarsi di una delle migliori espressioni di umanità, se esso nasconde potenzialmente i frutti di un vantaggio superiore o equivalente.
Chi è audace, sbaglia per natura, interpretando l’errore con la propria percezione volta alla fiducia personale come opportunità e non come tragedia.
Chi fa, spesso viene giudicato, ma sa selezionare dalla lista come si fa su di un tablet al ristorante giapponese, quello sotto casa dove si va la domenica sera, solo i giudizi oggettivi e costruttivi per trarne vantaggio.
Dunque, il perfezionista non avrà dubbi di essere il migliore nel suo acerbo mondo interiore, fatto di sovrastrutture e specchi, che riflettono la luce ma non brillano di luce propria. Difatti, da una porticina scorgerà una luce abbagliante, dietro la quale si celano le mille tonalità di colore della vita, come un prisma, che egli non ammetterà alla propria vista, poiché sprovvisto delle lenti giuste.
Entrate al di là della porticina, perché dietro di essa si celano i colori più belli e lucenti del nostro cammino. E se nel vostro personale cammino vi imbatterete in qualcosa che non sia perfetta per i vostri standard, sappiate che perfezione fa rima con percezione e non per caso, è soggettiva e fallace, poiché ogni cosa può essere vista da infinite prospettive.
Non precludetevi mai opportunità e siate pronti a coglierle, quando questo diviene possibile, la vita diventa un’ avventura.
Carlo MASTROIANNI
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Sono Psicosomatico
Metodo di approccio di psicoterapia dello Studio BURDI
per
SUPERARE I DISTURBI PSICOSOMATICI
Cosa sono i disturbi psicosomatici
I disturbi psicosomatici sono reali disturbi corporei che si manifestano attraverso diversi sintomi percepiti a livello fisico, ma non direttamente riconducibili a patologie organiche o mediche.
I disturbi psicosomatici hanno origine nella nostra sfera emozionale, nel mondo affettivo, e riguardano la nostra psiche.
Alla base dei disturbi psicosomatici c’è la relazione mente–corpo e gli effetti negativi che la psiche riflette e trasmette al corpo. L’individuo è formato da entrambe le parti, psiche e soma, l’una influenza l’altra. In virtù di ciò una malattia organica può alterare la psiche e il funzionamento cognitivo, così come un disturbo psicologico può alterare il funzionamento dell’organismo. Trovare un netto confine tra corpo e mente può risultare spesso difficile data la continuità tra i due.
I disturbi psicosomatici, dunque, sono spesso risposte fisiche a disagi psicologici. Sono un ottimo campanello di allarme perché indicano la presenza di un disagio psicologico, di emozioni soffocate e dolorose. Essi nascondono un’interazione di problematiche fisiologiche, psicologiche, psicosociali e ambientali.
Attraverso i sintomi psicosomatici il corpo comunica quello che non si riesce a dire liberamente o ad accettare.
L’individuo che soffre di disturbi psicosomatici fatica a riconoscere che il problema sia legato ad una situazione emotiva compromessa e cerca solo risposte di natura medica e organica attraverso serie di accertamenti. Non riuscire ad individuare una patologia, un problema organico, non riuscire a dare un nome al malessere che si vive, genera ancora più ansia e stress.
Cause
Tutte le situazioni che mantengono il sistema nervoso simpatico in continuo stato di eccitazione e il protrarsinel tempo di situazioni stressanti non più ben tollerate e che affaticano il nostro organismo, genera sintomi fisici, provoca malessere. Tra le situazioni causa di sintomi psicosomatici:
I disturbi psicosomatici si manifestano quando la mente prova a controllare troppo.
Un’altra causa dei disturbi psicosomatici può essere riconducibile al legame disfunzionale del paziente psicosomatico con gli altri membri della sua famiglia così come sostenuto dallo psichiatra e psicoterapeuta Minuchin. Il legame disfunzionale è caratterizzato da relazioni non sane basate su eccessivo senso di protezione, eccessiva intrusione nelle questioni, rifiuto del disaccordo, conflitti irrisolti, mancato riconoscimento dell’individualità altrui.
Sintomi
I disturbi psicosomatici possono interessare diversi organi e apparati e manifestarsi con svariati sintomi:
apparato gastrointestinale
apparato muscoloscheletrico
apparato cardiocircolatorio
apparato respiratorio
apparato urogenitale
apparato tegumentario
sistema endocrino
Cura
Molto spesso i disturbi psicosomatici hanno un impatto negativo sulla vita dell’individuo condizionando la quotidianità e le relazioni.
Se i sintomi psicosomatici sono comuni nelle forme di depressione e dei disturbi d’ansia, essi sono presenti anche in assenza di disturbi di natura psicologica e questo rende più difficile per chi ne soffre attribuire il malessere fisico a un disagio psicologico anziché ad un problema organico.
Il primo passo per la cura delle somatizzazioni è riconoscere la loro natura. Sicuramente un approccio integrato tra discipline mediche e psicologiche risulta di grande supporto per il paziente.
La medicina aiuta a gestire i sintomi fisici e ad escludere problemi di natura organica, la psicoterapia ad ascoltare e accogliere i disturbi lavorando sull’individuazione delle cause.
La psicoterapia aiuta a guardare nella grande sfera delle emozioni, della paura, della rabbia e del dolore. Permette di individuare i pensieri ricorrenti, gli schemi rigidi di ragionamento e di ristrutturarli.
La psicoterapia, inoltre, permette di ristrutturare il modo di interpretare gli eventi negativi attraverso un lavorosulla consapevolezza delle proprie risorse. Molto spesso le reazioni emotive sono esagerate perché la nostra mente non valuta le proprie capacità e sopravvaluta la minacciosità e pericolosità degli eventi.
Il lavoro terapeutico aiuta a riconoscere la presenza di una componente emotiva che causa il sintomo fisico, riporta l’attenzione sulla parte emozionale e relazionale del problema.
Trovare la forza di lavorare su sé stessi scoprendosi, permette di migliorarsi, di trovare un proprio equilibrio emotivo e il proprio benessere.
Sintesi a cura di:
Dott.ssa Elisabetta Lazazzera
Tirocinante di Psicologia presso lo Studio BURDI
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