
Settimanale Psicologo Roma : LA POLITICA DELLE RELAZIONI AFFETTIVE
È corretto che il partner ci deve completare
LA POLITICA DELLE RELAZIONI AFFETTIVE.
È corretto pensare che il partner ci deve completare ?
La relazione affettiva è rappresentata da uno scambio emotivo, c’è chi dà e chi prende, essa non potrebbe mai reggere a lungo sulla unidirezionalità.
Chi non prende nulla o poco per se, pur continuando a concedersi, lo farebbe o per evitamento dell’ omissione di soccorso o per ricerca di uno smisurato consenso sociale.
Comunque sia c’è sempre un motivo per dare ed uno identico per chiedere.
Le spinte motivazionali affettive estendono le loro radici nei sotterranei delle nostre abitazioni mentali remote.
Ognuno di noi abita una mente arcaica carica di bisogni ed aspettative il piu delle volte insoddisfatte.
Ciò che non avremmo mai soddisfatto, lo cerchiamo per decenni, ostinatamente, come se fosse il tutto della nostra vita.
In ogni relazione affettiva dovremmo poterci domandare, cosa non ho mai potuto soddisfare di remoto e cosa mi manca.
Ma siamo davvero convinti che ciò che è rimasto insoddisfatto potremmo davvero ritrovarlo nel presente in un altro ?
È proprio vero che l’ altro ci completi ?
Una persona che ama se stessa, non brama o si angoscia per la mancanza dell’ amore altrui presente.
Il più delle volte si ama per mancanze o per bisogni. L’ amore autentico l’ un per l’altro è quell’ amore che non chiede nulla, ma da, in quanto espressione di benessere proprio.
Esso va via e gira le spalle dinanzi ad una persona proiettata che evidentemente vuole qualcosa da quell’ interlocuzione e in realtà non saprebbe dare nulla se non le proprie proiezioni e persecuzioni passate.
Il passato è fatto di circostanze precise presenze ed assenze, il presente lo stesso.
In questo senso il passato e il presente sono inconciliabili perché sono due mondi e modi di esistere differenti per contesti tempi e circostanze. Essi coesistono in quanto memoria e sono vicini in essa, ma sono lontani come il presente e il futuro.
Siamo noi che li facciamo incontrare all’ interno di una proiezione, e ciò che non è mai stato soddisfatto un tempo, non lo potrà mai esserlo ora per allora.
Si corre così il rischio di rimanere a percepire una esistenza continuamente insoddisfatta, protratta fino al presente col solo bisogno inconsapevole di una continua compensazione .
La vita delle relazioni affettive andrebbe vissuta per quella che è, non per quella che vorremmo che sia, non per ciò che ci manca, ma per ciò che c’è, così come è.
Quella della proiezione è una macchina infernale e devastante.
L’ amore non chiede mai, da’, perché è la rappresentazione di se stessa che si esprime. Chi chiede non ha, gli manca sempre qualcosa, vede l’ altro come una involontaria inesorabile opportunità di risorse, in un subdolo inconscio opportunistico.
L’ opportunismo affettivo è inconscio, è la politica di determinate relazioni. La politica garantisce gli interessi, gli interscambi, sottrae e da.
Mi innamoro di ciò che posso prendere, sei la mia energia, che te la porteró via, sei la mia stabilità, alla pari di uno stabilizzatore d’umore, tu mi rilassi, mi fai star bene, come un ansiolitico o sei il mio aiuto come l’ analisi per risolvere le mie neurosi recondite.
Anche chi continuamente da, per puro spirito di sacrificio o di assistenzialismo sociale, gratifica il suo ego, il proprio consenso sociale. In tal senso, chi non prende, in effetti prende inconsapevolmente parecchio.
A chi invece resta il vuoto, nel vuoto non si può ricolmare nulla, il vuoto chiama vuoto, specie se riempito da una relazione proiettata, prima o poi si riaffaccia.
Domandati piuttosto che cosa prendi e cosa dai, comunque sia, c’è sempre un interesse vicendevole, anche se è del tutto inconsapevole.
Peró l’amore puro esiste, è quello genitoriale, adulto, che dà soltanto e non si aspetta nulla, lo fa per amore della vita, per amore della procreazione per amore generazionale, lo fa per vocazione e donazione.
Quanto i genitori hanno dato e quanto possono aver tolto, tanta loro presenza è mancata, tanto vuoto hanno procurato.
Tanta assenza vissuta, altrettanta presenza postuma richiesta.
Il vero riempimento dovrebbe essere fatto di sé, del genitore e dell’ adulto che è dentro di ognuno.
La politica affettiva è condividere la soddisfazione e la pienezza di se, tra soggetti realizzati e non problematici con il bisogno di possedere l’ altro.
giorgio burdi

GLI ATTACCHI DI PANICO ROBA DA ADULTI
Diventa leggero come un bambino
GLI ATTACCHI DI PANICO ? ROBA DA ADULTI
Diventa leggero come un bambino
Tutto è iniziato senza che me ne accorgessi. Battito del cuore accelerato, sudorazione, tremolio e fortissimi giramenti di testa. Credevo si trattasse di un problema fisico, ma così non era. In realtà, tutte quelle sensazioni avevano nomi diversi: ansia e attacchi di panico!
Non immaginavo minimamente che gli eventi della nostra vita potessero avere un così grande effetto sulla nostra persona. O meglio, questo l’ho sempre immaginato… ciò che ho scoperto, grazie alla psicoterapia, è che non mi conoscevo abbastanza, ma soprattutto che avevo imparato fin troppo bene a non sapermi ascoltare, a soffocare me stesso, la mia vivacità e la mia voglia di vivere.
Del resto, cosa ci si può aspettare se, quando hai solo 5 anni, i tuoi genitori ti portano in macchina in una strada di campagna, quindi in un posto sconosciuto, di sera, al buio, dicendoti che ti lasceranno lì se non la smetterai di essere troppo vivace? Cosa ci si può aspettare se hai avuto dei genitori, da un lato, iperprotettivi e, dall’altro, autoritari?
La paura del posto sconosciuto, così come l’insicurezza, sempre presenti in me ma apparentemente ben nascoste, sono esplose prepotentemente ed inconsapevolmente quando mi sono ritrovato a vivere la prima esperienza in una grandissima città come Roma. Lì si è scatenato tutto, in un periodo non facile della mia vita, quando, al richiamo di quella paura infantile ed insicurezza, si sono aggiunti altri eventi difficili quali la morte di una persona, che ha poi di fatto spianato la strada ad una forte ipocondria, l’incertezza del futuro lavorativo e il difficile rapporto con la mia ragazza. Così mi sono ritrovato improvvisamente ad avere paura di vivere.
La psicoterapia è stata fondamentale perché mi ha aiutato a capire che l’ansia non va respinta, ma accettata ed ascoltata. Ho imparato a dialogare con essa e a comprendermi ed oggi non fa più male.La psicoterapia mi ha dato una consapevolezza superiore di me stesso e di ciò che mi accade intorno, portando la mia persona ad un livello di conoscenza più alto.La psicoterapia mi ha ridato la gioia di vivere e di inseguire le mie passioni.
La psicoterapia mi ha aiutato a buttare giù dal piedistallo persone autoritarie o autorevoli, perché sono persone normalissime esattamente come me.La psicoterapia mi ha aiutato a dare nuovamente libera espressione alla mia persona, alla mia vivacità e alla mia voglia di vivere.
La psicoterapia mi ha aiutato a credere di nuovo in me stesso e nelle mie capacità.La psicoterapia mi ha permesso di centrare tutti gli obiettivi che mi ero prefissato, quali, tra gli altri, ritrovare la serenità e sicurezza, diventare avvocato e superare la paura di volare.
Oggi sto benissimo e sono felicissimo di questo percorso meraviglioso che mi ha aiutato a capire tantissime cose e mi ha portato a ricongiungermi con la mia vera essenza e ad accettarmi così come sono.
Oggi sono sempre più forte e felice ed ogni qualvolta la paura torna a farmi visita io sorrido e lei scappa infastidita !
Alessandro
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Settimanale Psicologo Roma : L ISTINTO È LA NOSTRA ANIMA
Per non demonizzare se stessa
L’ ISTINTO È LA NOSTRA ANIMA
Per non demonizzare se stessi.
ODE A ME STESSA
Vi siete mai sentite sole, perse, vuote?…Io si ed ho solo 22 anni.
Quando la vita ti mette dinnanzi a situazioni che ti privano della tua dignità, ti obbligano a metterla da parte per qualcuno o qualcosa che in realtà non ti ripagherà mai di nulla, è proprio lì in quel momento che tocchi il fondo e sfiori il “punto di rottura”.
Sì l’ho chiamato così quel momento in cui sei bloccata in un limbo, una strada senza via d’uscita (solo nella tua mente però)che non permette di riconoscerti più, ti guardi allo specchio e non sai più chi sei o cosa vuoi, o cosa cerchi dalla vita.
E’ proprio in quel momento che fai un bilancio lucido e razionale, o almeno ci provi,e impari a capire chi sei e cosa cerchi da te stessa e dagli altri recuperando quel sottile equilibrio che può essere spezzato.
Ripensi a quello che la vita ti ha dato, e a quanto potrà darti ancora. Ripensi al tuo stupido istinto che molte volte ti ha lasciata sola e ti ha costretta a mettere un punto e a dover ricominciare per la centunesima volta tutto daccapo. Ogni volta una sfida con te stessa, una tempesta nella tua fragile personalità che entra fortemente in crisi ogni qual volta si trova di fronte ad un duello settecentesco tra il puro istinto e la fredda razionalità che nella maggior parte dei casi cade sul freddo pavimento della tua anima dopo un solo colpo.
Ma cosa è l’istinto se non la nostra anima che ci parla? Perché reprimerlo? Siamo donne e in quanto tali la società ci spinge verso modelli e stereotipi bigotti, emulazioni di quello che sono le nostre madri, le nostre nonne, le donne che ci circondano e molte volte non vediamo di buon occhio chi ha il coraggio di assecondare il proprio istinto .. anzi la propria anima.
Per natura siamo esseri bisessuali, eppure la società o la nostra stessa mente ci ha portato a cancellare questo tratto o addirittura a reprimerlo, perche? Forse per paura di essere giudicati o forse perche in realtà non siamo in grado di accettare noi stesse e di guardarci allo specchio dicendoci:
“…siamo belle ,siamo sicure, siamo Complete, forse per paura di provare un’emozione più forte di quelle che generalmente riempiono le nostre giornate, eppure quel momento in cui cedi all’istinto è bello, è piacevole, è appagante ..ci si sente donne anche sole con noi stesse o con un’altra donna ..è paradossale? No non lo è … è reale!”
Quel bacio, quell’istante in cui senti lo stomaco aggrovigliarsi che porta tante belle sensazioni può accadere sia con una donna che con un uomo, perché negarlo! La sessualità non è e non deve essere un taboo. Guardarsi, curarsi, accarezzarsi, amarsi fa solo bene a noi stesse che iniziamo così a piacerci in quanto donne in quanto libere e forti. E forse per la prima volta nella vita potremmo finalmente dire: mi Amo ! .
Aurora
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LE PAROLE DINAMITE
La parola è uno speleologo
LE PAROLE DINAMITE La parola è una speleologa
Parole, parole, parole, suoni di vocali e consonanti stridule o melodiche, dai suoni ondulati o inceppati, sulla scia del tono di voce, sensuale, rauco o sfarfugliato, balbuzie di pensieri detti e non detti.
Si dice tanto per dire, mi è scappato, ho fatto un lapsus, non volevo dire questo, hai capito male, ma sei permalosa, esageri, dici cazzate, che belle parole, bla bla bla bla, ma sei connesso, parli a vanvera, che cazzo dici, mi riempi l’anima.
La parola è un veicolo di “virus” o di “antidoti” curativi, essa è la trasparenza dell’ anima, la rappresentazione del cosmo delle idee e del vissuto profondo.
La parola è la trappola designata del manipolatore con suoni fatti di pensieri, che attraverso toni e modi, conduce su prospettive e piani unidirezionali e alterati di relazioni non in relazione.
Il manipolatore è la causa dell’ alterazione dell’ autentico e della normalità, adopera parole ad elevato ph acido, commercializzate come ph basico, con effetti di conseguenti corrosioni corticali.
Se vuoi sapere cosa ha in testa, ascolta le sue parole attentamente e per non cadere nel’ inganno, osservalo, lo sgami.
La parola è l’ atto dell’ essere. Il comportamento, la sua edificazione.
Se non vuoi entrare in trappola, stacci tutto dentro all’ interno delle sue parole, ma solo per farle detonare.
Perché noi siamo gli estimatori della parola, gli appassionati di certi suoni, coloro che si attaccano ad esse, strateghi nell’ intercettare l’ ambiguo, il subdolo e l’ effimero.La parola è la nostra speleologa che ci conduce nei sotterranei della mente.
Le melodia delle parole, compongono il pentagramma di una relazione amorosa, curano e trasformano tra le sinapsi, le sintesi ormonali, gli attori della serenità chimica o delle nostre frustrazioni.
Quando la chimica è sballata, le parole sono un tritolo.
Fa attenzione a ciò che dici e molto di più a ciò che ascolti, perché il nostro è un incontro tra abissi di parole tremende e stupende.
Bisognerebbe imparare a sgrammaticare, riformulando la grammatica, usando codici differenti, linguaggi e segni da inventare, per poter capire profondamente l’uomo chi è, per uscire da determinati dallo scontato e dal’ ovvio.
Le parole dell’anima non hanno codici, non hanno grammatica, hanno suoni sensitivi e onomatopeici.
La nostra grammatica dei suoni è limitata per esprimere la sinfonia che siamo.
Riduciamo l’ uomo all’ al conosciuto, all’essenziale perché il conoscibile fa paura del fuori strada, di uscire da certi parametri.Profondamente sappiamo molto poco di lui, sismo spaventati dallo scandalo e le nostre parole restano così solo a metà.
giorgio burdi
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Settimanale Psicologo Roma : LA PAURA È UNA MEMORIA
Se riconosci le paure e le sue cause, decadono come le foglie
LA PAURA È SOLO UNA MEMORIA
La paura è un oggetto, una cosa con cui abbiamo avuto a che fare e che ricordiamo. La paura è la memoria di quell’oggetto. E il nostro presente viene continuamente condizionato da questo ricordo.
Se sono caduto dalla bicicletta facendomi male avrò paura di salirci perché il ricordo dell’andare in bici è un ricordo immagazzinato come negativo e la bicicletta a sua volta come un oggetto pericoloso che terrò a distanza. Ma quante cose vorremmo poter avvicinare nuovamente? Quanto cose vorremmo poter rivivere senza tutto quel timore?
Nella vita abbiamo sperimentato esperienze buone ed esperienze cattive. Ma tendiamo a ricordare soprattutto le seconde.
Ci sono poi delle paure (più correttamente dette angosce) che non hanno un oggetto diretto di riferimento; posso aver paura di volare senza che l’aereo preso in precedenza sia caduto, posso aver paura di guidare senza aver subito o causato incidenti, posso aver paura di mangiare alcune cose senza che queste mi abbiano fatto del male, posso aver paura di prendere l’ascensore e di fare una visita medica. La nostra mente spesso fornisce degli oggetti (o situazioni) sostitutivi da temere e allontanare.
Sostituisce esperienze emozionali con oggetti emozionali perché concreti, tangibili dove poter far confluire l’ansia, e ci troviamo ad avere paura di certe cose senza saperne la causa.
Se la paura è dunque la memoria di un’esperienza o tanto più spesso solo la sua idea, potremmo provare a sostituire i brutti ricordi con esperienze nuove e positive da inserire nel nostro bagaglio mnemonico.
Cominciando a inserire nuovi dati nella memoria possiamo alterarne il ricordo. I nuovi dati vengono forniti dalle esperienze e bisognerebbe cominciare proprio da quelle esperienze che più temiamo. se ho paura di volare e proverò a farlo quando sarò giunto a destinazione avrò sostituito un’idea o un ricordo negativo con un’esperienza positiva.
La mia memoria ne uscirà stimolata ad esercitarsi in questo senso.
Possiamo farlo diventare un “gioco”, il “gioco dei pezzi di ricambio”, sostituzione dei pezzi vecchi con pezzi nuovi. Se in passato quella precisa esperienza mi ha fornito un risultato negativo ripeterla oggi significa poter sostituire quel pezzo che tanto rallenta il mio meccanismo dando a all’esperienza di quell’oggetto un esito finalmente positivo. Associare nuove esperienze ai vecchi ricordi. Sgranare la memoria. La paura è un ricordo, non lo dimentico se non attraverso qualcosa di nuovo e di buono che posso cominciare a fare subito.
Sara
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Settimanale Psicologo Roma : L’ INCONSAPEVOLE
Ma chi me lo ha fatto fare a sposarmi ? Storie di scontata convivenza
L’ INCONSAPEVOLE : Ma chi me lo ha fatto fare a sposarmi? Storie di scontata convivenza. Come ipotecare la propria vita, senza farci caso.
A volte ci domandiamo: dove ero ? Quando la consapevolezza di se è labile, si fanno cose per fuga, per amore dell amore non dell amato, non per l’ amore per Se, ma per non deludere gli altri.
È uno scempio non intendere, non capire, non lasciarsi scorrere sulla scia della propria vita e ritrovarsi impegnati in relazioni obsolete.
” Ieri dopo un anno, ho ritirato le foto del mio matrimonio, erano favolose, guardare le foto ho pensato che non fossi io, ed ho sentito tutto il rammarico dell essermi sposata, oltre al fatto di non aver vissuto quell’ emozione intensa che quel giorno avrebbe dovuto darmi, ho sentito addosso il pentimento nell’essermi sposata.
Ma io ero super sorridente ed estremamente sensuale.Ce né una in cui ci sono solo io, che guarda divina, non per fare la narcisista ma era il massimo della sensualità ” .
Ecco, appunto, lì ci sei proprio tu. Noi siamo proprio lì, così, e facciamo caso solo quando osserviamo una nostra foto. Crediamo che sia il contesto a farci essere ciò, ma non è solo così.Noi siamo ciò che siamo aldilà del contesto.Perché allora abbiamo bisogno che gli altri ci riconoscano per quello che siamo e invece siamo disposti a tutto e proprio a tutto, rinnegandoci, pur di soddisfare la loro idea di noi ?
Le scelte a volte le facciamo per questo, perché ci ritorni un immagine di noi, dal mondo, immagine che dovremmo chiederla a noi stessi e dovremmo già averla .
Ma è anche vero che la nostra immagine la identifichiamo attraverso il rispecchiamento sugli altri, impariamo così a conoscerci.
Dal rispecchiamento al Se è la vera strada e dal Se al rispecchiamento in un continuo feedback per poi tornare sempre al Se.
Segui il Tuo cuore, ma Il Tuo e solo il Tuo, facendo molta, ma molta Attenzione a non impelagarti ed impegnarti a seguire il cuore e le intenzioni segrete e le inconsapevolezze nascoste altrui.
Nelle nostre scelte inconsapevoli , restiamo vittime di scelte e di manipolazioni inconsapevoli dei nostri cari interlocutori. È L’ affetto, l’amore che fa perdere in obiettività non dell’ amore ma, delle manipolazioni .
Una persona manipolata è una persona già bella e fregata, imbrigliata in un sistema emotivo, sensuale, progettuale e legante, non è più libera, diventa affezionata, invischiata in un legame che chiamerà amore, pur non essendo tale, ma d’ aiuto ed abbandonico.
La vera nostra architrave e libertà è poter amare, ma anche essere libero da esso, perché il vero amore è poter amare ed avere l’ autonomia da esso. Una modalità concreta per non ammalarsi.
giorgio burdi

Settimanale Psicologo Roma : PER NON ESSERE PSICOSOMATICI
Manuale Per Essere Se Stessi
PER NON ESSERE PSICOSOMATICI.
Manuale Per Essere Se Stessi.
La MENTE mente, il CORPO mai.
Per la tua realizzazione, non chiederti mai di cosa hai bisogno.Chiediti cosa ti rende VIVO, allora Va e fallo.
La mente e il corpo sono due gemelli da non trascurare l’ uno a discapito dell’ altro.
Il segreto dell’ essere se stessi e della nostra autenticità é tutto li: nel CORPO.
Il nostro corpo è la mente che sente. Il nostro cervello corticale è la mente che pensa. E pensare che il cervello corticale è quantitativamente ridottissimo rispetto alla quantità neuronale emotiva che possediamo. I vissuti sociali attuali ci stanno sempre più allontanando dal reale contatto con noi stessi e con gli altri, ci formano alla velocità, alla quantità, al possesso.
Ascoltare, percependo se stessi in modo assoluto, é il primo strumento di crescita e di evoluzione. Accorgerci di noi riporta alla sensazione di esistere.
Non chiederti di Cosa hai bisogno. Chiediti Cosa ti rende vivo, allora Vai, e fallo. Perché ciò di cui avremmo bisogno, è di sentirci davvero VIVI, non serve altro.
L’ etimologia del termine CRISI dal greco significa SCELTA. La SCELTA è un momento importante, è l’ ATTO della SVOLTA.La crisi propone una scelta e se poni attenzione ce l’opportunità di attuare una svolta.
La crisi rappresenta l’ appuntamento, l’ occasione per agire e reagire, per essererealmente i protagonisti della propria vita, poiché é proprio dalla crisi che si può ritornare ad un ordine ricostruttivo. La crisi è uno sprono al cambiamento.
Per formamentis, la nostra attenzione è rivolta più verso l’aspetto razionale della vita, tanto che molto di sovente diciamo, ci devo pensare attentamente a lungo, trascurando i bisogni e le esigenze del nostro mondo corporeo-fisico-emotivo, trascurando l’ iceberg sottostante. Esso se non ascoltato, continua comunque ad esistere e ad esprimersi e a vivere non in piena coscienza.
Quell’ acufene, o emicrania o quei crampi allo stomaco o l’ attacco di panico che avevamo provato, sembrava voler dire “non accettate, rispondi, non lasciar correre, oppure, va via, trasferisciti, prendi casa solo per te, era e rappresentava la tua voce sommessa, la tua voce eccellente.
Ma col tempo, se lasciata inascoltata, si è trasformata in problemi fisici con la manifestazione di una colite, di un’ulcera gastro duodenale o in altri problemi psicogeni, come l’ansia, la depressione minore o una crisi dap o in ossessioni o attacchi di panico, generati dall’ assenza di contatto con la propria parte corporea, a vantaggio di un’ esclusivo concedersi ad una frenetica incontrollabile attività mentale dominante.
La vera natura dell’individuo, la verità di ognuno di noi è nel nostro corpo poiché è tutto lì il segreto, è tutto nel nostro sentire la vita è la vita è lì, nella nostra epidermide, nei nostri muscoli, nel nostro battito, nella nostra persona solida e liquida.
Tornare a dar valore al corpo è semplice, basta fermarsi ad ascoltarlo poiché noi siamo qui, nel corpo, è qui la verità di ognuno.
la MENTE, mente, ma il CORPO assolutamente mai, è il nostro fedele, la mente invece tradisce, confabula, giustifica e manipola, è il compromesso tra noi e il non noi, manipolata dai sensi di colpa, dai moralismi e dagli atteggiamenti interiorizzati genitoriali.
Fermati a sentine il tuo battito, il tuo respiro, ascolta la tua linfa, e l’ orientamento delle tue sensazioni, lasciati condurre dalle tue logiche emozioni, aiutale a proseguire nelle sue differenti direzioni, dagli sostegno, coraggio, proteggile come se fosse la tua amata.
Se hai dei sintomi, è probabile che ti stia allontanato dal tuo corpo, abbandonato a vantaggio della tua mente che è semplicemente una piccola parte di te.
Fidati, il corpo è l’ Amico più Fidato è più saggio che hai.
giorgio burdi

Chi sta bene, non si sente solo
Se ti senti solo, va al suo centro: Tuffati nei tuoi disagi, se vuoi uscirne
Chi sta bene, non si sente solo.
Se ti senti solo, va al suo centro: Tuffati nei tuoi disagi, se vuoi uscirne
Chi sta bene, non si sente solo. È geloso del suo tempo, non gli basta mai, non lo disdegna e non disdegna nemmeno gli altri, anzi è socievole e sereno, non teme la critica, ne il giudizio, anzi, lo ricerca per migliorarsi.
La solitudine è un segreto formativo, è l’ unica rampa di lancio per l’ auto realizzazione.
Chi è solo, ci fa sentire soli. Perché ha il suo vuoto da contemplare, non sa ascoltare, ne parla, tanto meno sa perché fa così e se gli chiedi come sta, si scrolla le spalle.
Per chi vive bene la solitudine, il giudizio non è soltanto indisponente, ma è un punto di vista sconcertante per migliorare.
Il giudizio suscita la ribellione degli schemi statici che possono mobilitare lo tsunami del cambiamento.
La crescita si sfionda sugli errori, è il suo miglior nutrimento, bisogna errare, è inevitabile, è necessario, volutamente non vengono cercati, ma accadono di continuo e se capitano, sono la benzina dell’ autonomia e dello sviluppo.
Il dolore per gli errori, non andrebbe schivato, esso basa le fondamenta della stabilità emotiva, ma bisognerebbe immergersi in esso.
Una vita che accumula errori, deprime e scoraggia, a volte si rischia di identificarsi con essi, la vita diventa una stasi.
Non dovremmo mai dire speriamo che vada bene, ma, credo che andrà bene.
Sperare è passivo, è attesa, di tempi migliori che magicamente nel’ illusione, dovrebbero poter trasformare la vita.Sperare è pensare, pensare e pensare, per non fare mai.Sperare è almeno sognare, ma di sogni non si cambia.
Credere è invece attivo, creativo, avere prospettive migliori per le quali prodigarsi, è soffrire, lavorare per autodeterminarsi.Autodeterminarsi è fare per realizzarsi.
Credere è darsi due mani, non una sola se poi ne abbiamo due è avere motivazione, è non avere aspettative sugli altri, non rimproverarli mai, ma essere rigorosi con se. Chi crede, ha motivi in più di riuscire,
Sperare è aspettare, aspettare sempre ed ancora aspettare rigorosamente gli altri, rimproverarli per le proprie assenze ed attendere di essere determinati da loro.
Chi crede è necessariamente solo, crea nuovi problemi per trovare nuove soluzioni. È dentro ai problemi, che si cercano i vettori risolutivi.
Chiedere consigli è cercare le stampelle per farsi aiutare, a volte si arriva alla carrozzella o in barella, equivale a cercare le soluzioni, le strategie e le strade ripercorse solo da altri.
Solo se si è coraggiosi di essere soli, si cerca e si trova la propria strada.
Allora, tu sei solo, speri o ci credi ?
giorgio burdi
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Essere Genitori di Se Stessi
Essere genitore di se stessi
Quando si ha una famiglia apparente
L’ambiente familiare esercita, inevitabilmente, un’influenza sul nostro modo di essere, sul nostro sviluppo psicologico, lasciando una traccia probabilmente indelebile su quello che sarà il nostro percorso di vita, la nostra personale maniera di affrontare il mondo, gli altri, noi stessi.
La famiglia è il primo contesto sociale nel quale ci troviamo, il primo filtro fra noi ed il mondo esterno.
Senza che nemmeno ce ne rendiamo conto, almeno quando siamo troppo giovani per farlo, il modo di ragionare, di comportarsi dei nostri familiari, gli schemi mentali propri del loro modo di essere, di vivere, tracciano il percorso mentale che segnerà il nostro sviluppo individuale ed, inevitabilmente forse, il nostro modo di rapportarci con l’altro.
Una dipendenza emotiva dalla quale, forse, non ci libereremo mai completamente. Così almeno è stato, è per me.
Il clima che si respirava dentro casa, una freddezza di fondo, la mancanza di vero, reale contatto emotivo fra i componenti della famiglia, pur formalmente unita, un’estrema attenzione alla forma, anche dentro le mura domestiche, come se non ci si sentisse mai davvero liberi da barriere, da ombre, da un giudizio esterno, liberi di esprimere se stessi.
Un innato atteggiamento di sospetto, di diffidenza, di chiusura verso l’’altro’, verso il mondo esterno, verso tutto ciò che si trova fuori dalle mura domestiche.
Da qui un guscio, una corazza che si forma attorno al nostro essere, senza che nemmeno ce ne rendiamo conto, che ci impedisce di arrivare a noi stessi, di conoscerci davvero, e ci rende così difficoltoso il contatto con le altre persone, un contatto vero, aperto, autentico, senza riserve, emotivo e fisico.
Tutto questo non deve però assolutamente diventare un alibi, una scusante per non riuscire, o almeno mettercela tutta, a rompere il guscio, ad imparare a camminare sulle nostre gambe, rompendo le catene che ci legano alla parte più deteriore del nostro passato.
Stefano
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Settimanale Psicologo Roma : L’ IPOCONDRIACO
Ho 80 anni e da 50 credo di essere malato e di morire Una vita inutile dedicata alle malattie.
COS’È L’IPOCONDRIA?
La paura è una malattia
Cosa fa nascere il pensiero che il mio corpo generi qualcosa di “male”? L’idea di essere malata produce una serie di atteggiamenti volti ad indagare il mio corpo, percorrerlo, ossessivamente, con lo sguardo, il tatto, centimetro dopo centimetro per cercare quel che non va, trovare quel “danno”. Ma la sua origine è nell’animo.
Il mio corpo si ammala quando il mio pensiero si cura troppo degli altri e poco di me. Immagino quel “male” e quella solitudine trasposta nel mio corpo quando permetto gli altri di trasmettere di me un’immagine debole, fallibile e dunque volta alla disgregazione, alla rottura, alla malattia.
I rimproveri, la mancata stima, la mancata fiducia ci portano a rimproverarci, a non stimarci a non fidarci delle nostre stesse sensazioni, a non sentirci un tutt’uno , aggregato e stabile. Ci convinciamo di non “saper funzionare” e sentiamo la malattia crescere in noi, come unico modo possibile per giustificare la nostra incapacità di riuscita.
La percezione della mia “disgregazione” è sintomo del non essere all’altezza, del sentirmi “fuori luogo”, inadatto alle relazioni, al sostenere un’opinione, a gestire un conflitto, incapace di salvaguardare il mio spazio. Se non mi fido di me, non mi fido degli altri e il mio rapporto con l’esterno matematicamente fallisce e insieme fallisce il rapporto con il mio corpo.
Mi sento in disordine e questo genera la paura di sbagliare e di ammalarsi. Se credo di non meritare “cura”, attenzione, rispetto sentirò la malattia crescere, prendere possesso del mio corpo e soprattutto dei miei pensieri. Avrò paura di me.
La “malattia” è “l’alterità” (l’altro da me che percepisco come estraneo). Quando riesco a ponderare il rapporto tra la mia identità e l’estraneità mi faccio del bene, il diverso da me diventa nocivo quando nella relazione che pongo con questo ho il mancato riconoscimento di me. La mia individuazione è la mia volontà. La mia mancata individuazione conduce a relazioni dannose in cui mi lascio scivolare perché perdo la capacità di valutazione, mi faccio assorbire come cosa neutra.
Diversamente il rapporto con l’altro diventa accrescitivo quando mi riconosco. Quando tengo fede al mio senso. Se perdo senso mi ammalo. Gli altri avranno rispetto di me solo se avrò senso (che è a sua volta il rispetto profondo delle mie sensazioni). Solo così potrò cominciare a riporre fiducia negli altri, questo mi condurrà alla perdita della paura, alla perdita del controllo (come informazione ossessiva sui miei stati fisici); perché se non mi amo, non avrò cura di me, e avrò paura (del mio corpo e degli altri) e facilmente qualcosa potrà farmi del male. Se mi amo, avrò cura di me, muterò la paura in prudenza, e sarà più facile riconoscere quel che è bene per me.
Sara
Continua