
L’ IPOCONDRIACO
L’ Ipocondriaco e il bambino adultizzato
Che cosa è l’ipocondria ? È la paura di vivere, di convivere con la fobia di accollarsi ripetutamente malattie e morti impellenti inesistenti, pensandole, è una malattia fumogena, si teme di ardere su un arrosto di pensieri materializzabbilii.
La vita dell’ ipocondriaco scorre nella dimensione di una bolla grigia dell’esistenza, è l’ uomo della nuvola di Fantozzi, dove la sola obiettività è quella di potersi impellentemente ammalare, vive in uno stato continuo di auto sabotaggio delle proprie aspettative, in una capsula spaziale, in una schermatura auto protettiva, espressione di una vita consumata all’ angolo delle opportunità.
L’ ipocondriaco fa una vita da spettatore indifeso, dedicata a proteggersi da invasioni marziane, le vere invasioni, in effetti, sono tutt’ altre, quelle della sua famiglia d’ origine extra terrestre, c’è un covid perenne nella vita di un ipocondriaco, mai protagonista del suo quotidiano e depositario di sedimentazioni “radioattive” di conflitti passati.
Tutto dipende da quanto è stato impregnato e formato ad essere spettatore di situazioni malate, assorbendole, e quanto poco tempo ha dedicato al suo protagonismo nel fare ciò che era, godendo dei suoi desideri, rimasti repressi.
L’ ipocondria rappresenta una virtualizzazione della realtà, una fantascienza in un horror creduto e immediatamente sostenibile.
Per sconfiggerla, bisogna cedergli, perché sarebbe come cedere ad un fantasma, alla visione di lungo metraggio di fantascienza, ad un viaggio interstellare ed Inter galattico di StarTrek, ad uno stato mentale auto suggestivo.
Essa proviene dall’ orrore distorto del quotidiano passato, agito in un presente decisamente migliore. È un presento rovinato inconsciamente da una memoria del passato. Il passato è l’astigmatismo della nostra mente, ciò che noi vediamo, il più delle volte, non è ciò che esiste, vediamo ciò che abbiamo già veduto, vediamo la memoria.
L’ ipocondria è memoria, che polarizza negativamente il pensiero. In questo caso la memoria agisce involontariamente come una cronaca nera del presente, in un ripasso continuo di un Tg24, di tormenti su un filo spinato.
L’ ipocondriaco cerca ripetutamente rassicurazioni presenti, per memorie anguste passate.
L’ ipocondria è una frenata continua sull’ asfalto del proprio percorso, è l’ espiazione di colpe che non ha mai commesso, è il fagotto e la zavorra dei sensi di colpa, l’ assunzione dei peccati, è la paura per le proprie idee, dagli altri, giudicate folli, non condivisibili, è il il dito puntato contro, la svalutazione del gioco della vita spensierata del bambino che è stato, è il ridimensionamento del proprio Eros, la supremazia dell’ istituzionalizzazione.
L’ Ipocondriaco recita il verbo condizionale, e se, e se, e se, è proteso al futuro, ad una progettualità che non c’è, impotente e incredulo di progettare il presente, dove il sintomo rappresenta solo l’ alibi di una sfiducia alla quale è stato formato nel passato.
Lipocondria è una forma di progettualità del futuro per evitare di progettare il presente, è la fuga dal presente, da un presente impoverito del senso, fatto di obblighi, da facchino con valige cariche di alibi di beghe. L’ ipocondria impone la risoluzione di un passato fastidioso ed incistito.
Nell’ ipocondriaco, il peggio degli altri diventa il proprio, teme che tutto ciò che accade agli altri, accada a se. Anzi è già accaduto, perché si sente già male. Ha una mescola, una centrifuga di confusione tra gli altri e se. C’è la perdita della propria individualizzazione. L’ ipocondria è la confusione e la fusione con.
Da cosa nasce ? Dalla messa in disparte del soggetto interessato, a vantaggio dei suoi antichi cari.
L’ origine è famigliare, di chi ha fatto della propria infante – adolescente, da genitore ai propri genitori, inserito suo malgrado, in responsabilità non dovute. Da situazioni super apprensive e protettive genitoriali incapsulanti. Tali formazioni acquisite, continueranno ad agire nella coppia presente, tramutandola al passato.
L’ ipocondria è la narrazione e la voce di una esistenza passata, sui fotogrammi di una pellicola presente.
È la sofferenza e lo strazio per i conflitti i dilemmi e le precarietà delle malattie relazionali arcaiche di famiglia.
Un ipocondriaco è figlio di genitori ansiosi – apprensivi – ipocondriaci o litigiosi e psicosomatici.
Pertanto, l’ ipocondria è la malattia della sua stessa famiglia originaria, col sacrificio di se, per non dispiacere la stessa.
Lipocondriaco si è convinto o si è fatto convincere, che lui viene dopo tutti, e i suoi sintomi altri non sono che un urlo all’ esistenza, per un bisogno disperato di riconoscimento e di accudimento, grida, basta, non sono un fantasma, non sono trasparente, voglio che mi vediate.
Urla e sbraita “io esisto” come nell’ espressione socialmente contestata di “Ego-ista”, che etimologicamente recita come: “l’ amore vizioso di se”, nessuno mi ha mai viziati, coccolato, allora lo faccio da me, sbraitando ed urlando il dolore e il diritto ad esistere e a star bene.
L’ Amore viziato di se, indica il diritto di avere i propri visi come desiderio di vivere. Non c’è massima espressione celebrativa e considerazione dell’ amore proprio, se non inneggiare al diritto al godimento della vita, come antagonista del dolore dell’ ipocondria.
Chi non aspira nella direzione della dedizione ed auto realizzazione di se, non potrà mai star bene, il vizio di se, come la richiesta di coccole, il flirt e l’ Eros è auto celebrazione per una celebrazione di se alla vita mai riconosciuta, è ciò che bene per se, che si distingue da ciò che era bene per la famiglia. Senza l’affermazione del vizio di se, i vizi possono diventare altro, ipocondria o dipendenze.
Attraverso l’ ipocondria si cerca di perseguire, per intercessione dei sintomi, attenzioni, considerazioni, rassicurazioni, guide, sicurezza in persone adulte.
L’ Ipocondriaco non gioisce mai, e se lo fa, è trattenuto, teme di pagarla cara con un pegno, e come un superstizioso, teme la gioia e l’euforia, la felicità, come se ne fosse immeritevole, perché immeritevoli e non dovute le attenzioni passate, e vive l’ esistenza, come fosse un esame senza fine, senza alcun titolo finale, ed ogni esame reale diviene di fatto una tragedia costernata di sintomi.
In conclusione, l’ ipocondriaco pensa sempre e pensa al peggio, pertanto il suo pensiero è malattia, è un adulto rimasto quel bambino, sempre turbato e preoccupato. Ma possiede una parte forte e sana, lo stesso bambino adolescente, giocherellone , semplice, che fa capricci per giocare, perspicace ed immediato, che possiede ancora sogni da realizzare.
Il muscolo del pensiero sabotatore, si può ridimensionare e distruggere, dando ragione al “SENTIRE”, al PROGETTARE L’ ATTITUDINE” più fluidi, immediati, interconnessi ai nostri cinque sensi, e al potere della spontaneità a quello fantasioso e creativo che ognuno possiede per ripercorrere ciò che in passato era stato sabotato, proseguendo nel presente verso la propria auto realizzazione verso le proprie assolute prospettive.
giorgio burdi
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QUI ED ORA
Tenere i piedi nel presente è il primo Indizio di Vita. Ascolta qui l’ audio libro di Tolle.
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Non esistono persone sbagliate. Siamo tutti particolari.
Non esistono persone sbagliate. Siamo tutti particolari.
Siamo tutti diversi, abili diversamente, accumunati da una umanità incompatibile, opere cromatiche originali, geometrie poliedriche, sfaccettature brillanti di un diamante, ciechi agli altri lati.
Siamo tutti buoni e cattivi, ipercondriaci, o me ne fotto, diffidenti e socievoli, superficiali profondi, Tutti ricchi e paurosi di povertà, affettivi e freddi in petto, melanconici, depressi, rompicoglioni e logorroici taciturni, ringhiosi cazzari, amiamo vivere, morendo ipocondriaci.
Siamo sottomessi e narcisisti, amorevoli egoisti, in discussione messi in croce e quando conviene comprensivi, siamo irremovibili opportunisti, rigidi malleabili e paranoici paraculi, ironici e sarcastici, passivi aggressivi.
Facciamo tutti lapsus, associazioni, rispecchiamenti e proiezioni, incubi, sogni erotici, flirt, flop e coglionate, Siamo ossessivi perfezionisti, del tempo ce ne freghiamo e siamo ritardatari, perditempo o macchine da guerra, perché è sempre troppo tardi, abbiamo tutti dei bug, dei vuoi di memoria, siamo degli sbadati, degli sbandati, distratti e confusionari, tutti affidabili, ci vogliamo tutti bene, ci chiamano fratello, ma allo stesso tempo siamo degli stronzi e poi tanto buoni da morire.
Ridiamo, tutti piangiamo, dissociati e dissacranti, disadattati, dalla rabbia soffocati siamo asfittici, manco suoni, scrivi, parli o fai, che sbagli, tutti idioti ed intelligenti, umani, sensibili e disumani, tirchi e generosi, siamo tutti belli, e brutti da rifare. È sempre colpa nostra o è colpa degli altri, affogati dal senso di colpa, maciullati dall’ ansia e dall’ ossessione di voler essere adeguati ed omologati.
Obbedienti ai doveri, agli obblighi e alle responsabilità, ribelli e smisurati di evasioni, tutte sono giuste, ma prendiamo sempre quella sbagliata. Affogati nell’ angoscia, assetati da boccioni d’ ansia e dopo la minzione ne cerchiamo altra, nuotiamo nelle lacrime con isteriche risate, iperventilati di ossigeno, abbiamo attacchi di panico, perché con esso vogliamo prendere il volo.
Tutto è magico, con chi poi ti fa morire, e quando ti senti la morte dentro, non c’è alcuno che ti faccia vivere, e senti che sei solo se vuoi farcela, se poi soffri si allontanano e se vivi si avvicinano. L’ intimità è nel dolore non è affatto penetrazione, e chi ti penetra soltanto, ti fa soffrire.
Tremiamo e temiamo il giudizio, perché ci temiamo tutti diversi, e se ci scopriamo uguali, se giudichi, sai che poi giudichi te stesso.
Diventiamo tutti matti se non abbiamo comprensione carezze, e abbracci e parole buone tutte da gustare.
Siamo tutti oratori, venditori di parole, se non le realizziamo, non sappiamo ascoltare, ci parliamo addosso e dentro e non parliamo a chi pensiamo, invadenti discreti, pettegoli e riservati che ci ascoltiamo a stento ma tutti in attesa di capire.
Questi soli che noi siamo, siamo uguali in ognuno che rifiutiamo, e l’ altrui disprezzo e il compiatire, è il rifiuto di noi stessi rispecchiato.
Chi si è ammalato, è perso nel buio dei suoi sotterranei, e chi è più sano, ha rischiarito e fatto luce nelle sue profondità, chi più o chi meno, siamo tutti così, sfumature l’ un dell’altro, opere buie o colorate, note sorde, pause, ritmiche e rumori in sinfonie differenti.
giorgio burdi
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LA PANCHINA
LA PANCHINA
e la quercia
Che bella siesta è la panchina, sfiniti, buttati, sciallati e sdraiati, forme adagiate su ergonomiche accoglienze. La panchina è una fermata gratuita per contemplare la pinacoteca della natura, ti accoglie sempre, è a braccia aperte, abbracci stradali, nei cortili nei parchi o nelle piazze, ne trovi sempre pronta una che ti chiami.
Se la vedi, ti chiede, fermati, vieni, lasciati andare, sono tua, come un mentore che vuole parlarti, aspetta, accasciati, non continuare, riposa su di me, hai diritto ad una pausa, a riflettere perché tu sei il senso. Io e te siamo il senso per cercare la serenità. Io sono il tuo legno di appoggio, ma tu la quercia anche se ti senti un filo d’erba.
Non può esserci un cammino senza sosta, senza fatica, ne stanchezza, senza frenata, senza incidente di percorso, senza blocco o senza il diritto di sbroccare. Chi si siede non è perduto ma si ritrova e si rigenera.
La panchina ti comprende, ti fa adagiare, ti ascolta, ti abbraccia, è una compagna amica che ti consola.
Accoglie le tue fatiche, le tue rabbie, le tue lacrime, le tue risate, i tuoi baci.
È davvero intima e non lo sa nessuno, protegge la tua privacy, è discreta, non ti giudica, è in assoluto silenzio ed ascolto, è ospitale, non ti chiede mai nulla, di accomodarti come una casa per chi non trova casa.
Quanti ne ho accolti, da chi non si sarebbe mai più rialzato, a chi per allacciarsi una scarpa, nessuno è più qui, sono andati, io sono meta di sosta di rilancio e ripartenza, io sono lo stop e lo start, e come loro, ti rialzerai, complice con me delle tue decisioni.
Ti ricordo che sei uomo, che ti stanchi, e se ti senti cencio o frantumato, come tutti, ma tranquillo, ti riprendi, ma posso confermarti che le noie, le angosce e i fallimenti, sono i gradini della vittoria.
La panchina ci obbliga a fermarci, a meditare, a riordinare, a fare una lista di priorità , a ridurre la corsa, a staccare il pensiero, a rallentare i passi, a godere la chioma dell’ abete sul capo, a sentire la brezza o la salsedine delle onde.
La panchina ci ricorda l’ essenza, che respiriamo, batte il cuore, che nel qui ed ora c’è vita, ci ricorda le priorità, fa da mediazione fra la notte e il giorno, è la convalescenza dopo una malattia, fa ripercorrere, i binari delle parole, il pentagramma della musica, i fotogrammi della vita.
La panchina non richiede un frac, ti accoglie spoglio, nudo, ricco o povero che sia, se ridi o piangi, se urli o taci, ti parla ed ascolta sempre nel suo tacere, non devi dimostrargli o dar conto di nulla. È l’ ossigeno, il rianimatore, l’ abbronzatura o l’incontro inaspettato.
Non c’è panchina senza infinito e libertà, senza un prato, un cielo o un mare, senza una piazza;
La panchina sono le vere persone, i veri, amici, la famiglia, Il gruppo, la squadra o l’analisi, i baci, gli abbracci, non ti giudica mai, sorride insieme, ti aiuta, ti fa alzare….. e ti lascia la mano.
giorgio burdi
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LA FINESTRA SUL MARE
LA FINESTRA SUL MARE
Quando non hai bisogno di nessuno stai bene con tutti.
Etimologicamente “Nessuno” dal latino “ne ipse unus”… cioè: “neppure uno”.
Il “non aver bisogno di nessuno” è una vera strategia per poter aver qualcuno e innanzitutto avere se accanto.
Cosa vogliamo intendere con questo ? La persona capace, è quella in grado di saper rinunciare agli altri, non per sport di isolamento, ma per la capacità di rendersi autonoma, anche al solo scopo di poter realizzare relazioni stabili.
La stabilità si prepara “in casa propria” , ovvero dentro di se, per non fomentare e reiterare, nell’arco della vita, terremoti relazionali.
Non si tratta affatto di una tecnica per poter realizzare rapporti significativi, o per incastrarsi nel proprio individualismo, ma della necessità di realizzare un vero e proprio cambiamento di atteggiamento, orientato verso di se, sulla centralità della propria esistenza, aspirando alla propria auto realizzazione.
Le persone non auto realizzate, orientano il proprio equilibrio verso chi può sostenere le proprie cause, decentrando il baricentro della propria esistenza verso altri perimetri, così edificando i pilastri in terreni altrui, verso la propria destabilizzazione.
Quando il prossimo detiene il merito di farci acquisire il senso di noi, l’investimento diviene esattamente pari a zero o nullo e decaduto.
Andiamo sempre in perdita, sulla base auto svalutativa di noi stessi, quando non ci sentiamo meritevoli e depositari delle potenzialità che la vita ci ha donato, ma percepiamo gli altri, i depositari, i fortunati di tali risorse.
Ci auto sabotiamo, mettendo un silenziatore alla nostra anima, rinunciamo a noi stessi, appoggiandoci sui meriti e sulle risorse altrui.
Non aver bisogno di nessuno, significa, aver bisogno di se, poter contare su se stessi, sulla propria stima e fiducia. Gli altri, sono la loro strada e percorrono comunque e sempre le proprie formazioni, seguendo parallelamente le quali, ci sentiamo prima o poi inadeguati, inefficaci.
La nostra strada, è la strada adeguata, è resilienza, ma potremmo non incontrarla mai senza una lettura attenta dei nostri talenti e delle nostre naturali attitudini. Chi si accontenta, non gode, ma si annoia, si deprime e si ammala.
Non aver bisogno di nessuno, non significa solo fare il lavoro giusto, sulla base delle proprie attitudini, ma fare un lavoro dentro di se, per illuminarci su come siamo fatti e funzioniamo.
Il non aver bisogno di nessuno, per stare bene con gli altri, è alle antipodi delle diverse forme di dipendenza e si realizza solo con l’auto realizzazione.
La mancata auto realizzazione è al vertice delle frustrazioni e delle nevrosi personali, e se pensiamo al rapporto nell’ ambito delle alle relazioni, un nevrotico, più un altro nevrotico, non fanno somma zero, ma fanno un nevrotico al quadrato.
Nella relazione più profonda, entrambi non hanno bisogno più di nessuno, perché essendo uno, secondo l’etimologia, sono esattamente nessuno, come perfetta fusione di intenti, perché sono stati entrambi rinunciatari della propria realizzazione fondata sugli altri.
L’ auto realizzazione è alla base della propria serenità e della ansimata felicità.
giorgio burdi
ContinuaCI STAI CAMBIANDO LA VITA
Covid 19
Ci stai cambiando la vita
ci hai portati all’ essenziale
hai un solo difetto: fai paura
abbiamo imparato la lezione
ma ora va via
Continua
TERAPIA DI GRUPPO : Lettera alla Squadra: I soldati del conflitto
TERAPIA DI GRUPPO
Lettera alla squadra
I soldati del cambiamento
Hai desiderato ed imparato a guardare in faccia i tuoi problemi, che per vivere inizialmente è necessario accettare ed adattarsi, che il perfezionismo è una nevrosi senza uscita e se divieni più malleabile ne sei fuori. Hai imparato che per migliorare devi entrare ed andare fino in fondo al tunnel se vuoi accendere la luce, bisogna essere squadra per vedere diverse prospettive di uscita, non guardare solo dagli occhi tuoi.
E se ti impongono, ti cambiano le abitudini, mantieni duro, e pur di vivere, trovi sempre una nuova strada. Ne è fuori, chi non si arrende, chi combatte per il suo tempo e i suoi spazi, prende in mano la sua vita e non molla p mai.
Se la guerra che stiamo combattendo fosse armata; se ci avessero chiamato al fronte, in trincea, schierati contro un esercito nemico per difendere confini e valori, figli e spose, madri e idee, avremmo perso. Sicuramente. Ma non solo noi, anche gli avversari.
Saremmo stati entrambi immobili, fermi, disorientati da una serie continua di segnali di resa e ordini d’avanzata. Non ci avremmo, alla fine, capito niente. Tutti. Proprio come sta succedendo oggi, sul fronte delle nostre case, sommersi da mille versioni, analisi, commenti e soluzioni per una crisi mondiale, senza precedenti e che va rivelando, oltre la tragicità dei numeri, un’umanità da ricostruire.
Una ricostruzione che hai imparato a conoscere. scegliendo il percorso d’analisi e che, settimana dopo settimana, ti porta a ricostruire le tue certezze, la tua abilità, la tua stabilità, il tuo essere profondo.
Per quanto singolare e grave, la pandemia che ci circonda sconta la contraddizione del nostro tempo: il diritto di parola concesso a legioni di imbecilli, per dirla con Eco.
All’ ansia per la salute, propria e dei propri cari, si aggiunge l’ansia di questo navigare a vista, senza orizzonti e approdi.
Ma tu che fai analisi, conosci l’ansia, più di chiunque altro e la vivi, tu che la sai risolvere e la combatti, ci dialoghi continuamente: quando il capoufficio non ti paga, quando il tuo amore non ti ascolta, quando il passato torna a farti visita, quando non ti senti come il resto del mondo, quando ti escludi da una seconda occasione. La conosci perché hai accettato di sederti in un gruppo e vuotare il sacco della memoria. La vivi, ogni volta che il fallimento ti prostra con la faccia a terra e non ti fa respirare.
Il mondo ha riscoperto il sentimento della paura, dell’angoscia, sotterrato chissà dove dagli impegni, da un movimento ossessivo e continuo. È successo soprattutto per una contingenza: le necessarie restrizioni dei governi ci hanno messo faccia a faccia con noi stessi, con i nostri beni di prima necessità, con tutto il campionario degli istinti, pronto ad esplodere.
Ed anche il silenzio della notte appare più pesante, perché nasconde un presagio fastidioso, un timore a cui non si sa dare una sagoma.
Come i tuoi fantasmi che ora chiami per nome, avendo faticato mesi interi per farteli amici. Presentandoli, in modo precisissimo ai tuoi compagni di seduta, perché tramite il rispecchiamento, ti aiutassero a guardarli in faccia per andare avanti, aldilà.
E ora? Che si fa? Che fine hai fatto? Nell’ “ora più buia” conviene davvero mollare la presa, in attesa di tempi migliori ? Te, Il gruppo, la squadra, ha lavorato nelle notti più oscure di ognuno, e adesso non si può fare lo stesso ? Perché ci hai mollati nella notte, pensiamo ancora di essere una squadra, ti abbiamo dato venti mani, Tu adesso dove sei ?
A gennaio, quando eravamo ancora lontani osservatori della strana influenza cinese, è uscito un film, che ha riscosso grande successo e ha fatto incetta di premi. Il titolo è “1917 di Sam Mendes”. Parla di due giovani caporali che devono attraversare l’ostile territorio nemico, per consegnare un messaggio a un battaglione di 1600 uomini.
Così facendo, impedirebbero a quei soldati, di cadere in una trappola mortale ordita dai tedeschi.
La scelta cade su di loro perché, nonostante la feroce crudeltà della guerra e l’apatica stanchezza che regna tra i commilitoni (la guerra dura già da tre anni e non si capisce ancora come finirà), hanno saputo conservare un rapporto d’amicizia, uniti, schietti e sinceri, non sempre idilliaci, ma comunque onesti e leali.
Aldilà della trama, della sua evoluzione e conclusione, c’è un altro messaggio che circola e che arriva dritto al cuore, lo veicola un altro dei protagonisti del lungometraggio, il Colonnello Mackenzie: “La speranza è una cosa pericolosa!”. Ci fa solo attendere passivamente. L’Unità invece crea la certezza di farcela, ma tutti insieme, da un rispecchiamento ad un altro, si esce vittoriosi. Non lo abbiamo apprezzato tantissime volte ?
E la storia dei due soldati è quella di un’amicizia che riesce a trasformare la speranza, in azione, la toglie dal mondo fatato della retorica bellica (uno dei due vende una medaglia d’onore per una bottiglia di buon vino) e la trasforma in potenza in mezzo alle bombe e ai cadaveri abbandonati dei campi di battaglia.
È questa speranza – azione, intrisa di sangue, evitamenti e derisioni a salvare 1600 uomini e ad aprire la strada verso la vittoria finale.
Oggi, il nostro momento storico, per quanto indecifrabile e difficile ha bisogno di questa unità di speranza azione per risollevarsi. Finiranno gli inni nazionali, i flashmob sui balconi e non sapremo ancora se andrà tutto bene o meno, senza rispecchiamenti, partecipazione ed unità.
Ai due, sul varco delle linee nemiche, viene data una pistola lanciarazzi. Se non vogliono proseguire nella loro missione devono lanciare un razzo verso il loro accampamento, così saranno salvati; se decidono di continuare, devono lasciare l’arma a terra, perché gli altri, seguendoli, capiscano che non si sono arresi.
Tu, continua ad avanzare, lascia l’arma a terra. L’analisi a qualsiasi condizione, a qualsiasi modo è un passo costante verso la propria liberazione, maggiormente adesso.
Gli eventi del mondo o li eviti o li guardi in faccia. Non ricordi? L’hai ripetuto a mente, un sacco di volte, in ogni singola seduta: adesso sono qui, non posso arrendermi !
Con tutti i mezzi possibili, per me, per te, per tutti, sarebbe meglio non disgregarsi, restare insieme: i tuoi Amici partigiani sono sul fronte.
luca & giorgio
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LA VITA PERFETTA : La perfezione è partire dalle cose “sbagliate”
LA VITA PERFETTA
La perfezione è poter partire dalle cose “sbagliate” . Una grazia imperfetta o un perenne conflitto?
Alla base delle nevrosi e al vertice di certi malesseri c’è la prospettiva della perfezione. Miriamo in una certa direzione e la vita quotidiana ci presenta tutt’ altra. Ci impegnano a non sbagliare e ci ritroviamo punto e a capo.
La responsabilità è soltanto nostra, ma ci accettiamo per quello che siamo, o siamo accaniti in un processo autodistruttivo ? Se spesso sbagliamo, non sarà infondo che siamo umani e cerchiamo esattamente ciò che poi definiremmo “errore” ?
Nell’ errore c’è una prospettiva di cambiamento, paradossalmente lo cerchiamo, ma per cambiare. Perché allora lottarci contro ? Non è un invito a sbagliare, ma quando lo reiteriamo, vogliamo solo cambiare, esclusivamente cambiare.
La vita ci offre continuamente delle prove e, alcune meraviglie imperfette, che accettiamo come balsamo per quelle prove, attraverso le stesse meraviglie, imperfette, veniamo riportati alla grazia di noi stessi, ma la sua imperfezione ci rende vulnerabili.
Rischiamo di rimanere eternamente in conflitto, crogiolati dalle nostre nevrosi. Allora, sarebbe più giusto accettare uno stato di grazia imperfetto o una vita perfetta tardiva a venire ? Punti di vista significativi per fare della propria vita, una vita di dolori, o una vita più leggera, più serena, di grazia, di meraviglie, ma imperfetta.
Ci meritiamo il meglio dalla vita, indubbiamente, ma il meglio è sempre opera di edificazioni faticate e tortuose. La vittoria di un secondo è frutto di fatiche e sconfitte di anni. Ma la vita di grazia imperfetta non sarebbe ugualmente tortuosa ? Sicuramente, ma molto meno di una perenne nevrosi senza alcuna grazia.
Allora, non sarà che le meraviglie e le grazie imperfette, intrise anche esse di imperfezioni ed errori, possano essere il tramite balsamico, che noi scegliamo, come rampicata verso la perfezione ?
La perfezione può essere possibile ed esistere, accettando di essere sbagliati, come rampicata attraverso le meraviglie imperfette.
È indispensabile accettare l’ imperfezione e il delirio di questo periodo per Impegnarsi nel recuperare, senza accettazione ci sarebbe il vero delirio e la psicosi sociale.
giorgio burdi
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UN FERNÈT SUL BALCONE.
UN FERNET SUL BALCONE
Bisogno di leggerezza, di spensieratezza, di viaggiare zen, sapere che l’aria che respiri sia tutto ciò che basti, calpestare l’ erba come un bimbo che rincorre un super Santos, che rotola sul prato, risotto al limone, ai frutti di mare, un calice di bianco appannato, o pane e pomodoro, due risate sciantose a tavolino e l’animo sereno.
Ricci Rossi con focaccia, brezza sulle spalle, giornata fredda, viso abbronzato, onde sui ciotoli, risate lontane di bimbi, stridii di gabbiani, salsedine sulle narici, profumo di alghe e tartufi, gossip di spiaggia, musica di un lido distante che apre alla primavera, sensazioni supreme su deboli pensieri, me ne fotto se ci penso, non penso, e se penso mi complico, attenzioni, ma non psicosi.
Le sensazioni sono come le turbine di questo potente aereo, indifferente alla gravità, svettando ti porta su, alto alto, come l’ umore che vive e la morte che muore.
Libertà di sentire, e morte di pensare, come chi ama ciò che fa, non lavora mai, e questi flussi di coscienza sono come queste nuvole leggere e solide di pace, come la panna dei monti da passeggiare.
Quanto è bello parlare, parlare, parlare, chiacchierare, decodificare l’anima attraverso la voce, quando le parole sono buone, l’ anima prende il volo, pendiamo sempre dalle labbra di qualcuno che abbia parole buone e vere e quando esse arrivano, sono baci tra parole, e le parole vere sono solo quelle che si baciano tra loro. Le parole che ci baciano, ci accolgono, ci abbracciano, riscaldano e fanno bene al cuore.
La parola buona è balsamo, permea, si spalma, rilassa e placa, stiracchia, tonifica, elimina i crampi dell’ anima, fa credere e sperare, ti fa abbandonare in uno stato di grazia, come toccare la neve che diventa zucchero a velo, come le nuvole che ti fanno guardare dall’ alto, la parola buona è un verbo che ti avvolge come un cappotto d’inverno, come la buccia d’ arancia che profuma di fiori e accarezza di dolcezza il suo frutto.
Sa usare la parola chi non punta mai il dito, ha il buon senso, da significato alle cose e rispetta il senso di se e dell’ altro, sa leggersi dentro interminabilmente, non smette mai di stupirsi, sensibile alla leggerezza, alle minuzie, al non essenziale, è vivo e ti fa sentire vero, chi non la conosce muore, e fa perire.
Parola che bacia parola, è vocazione per gli altri, per la vita, per la gente che cerca un senso, e il senso è sempre dentro chiunque e in qualcosa che la parola inesorabilmente cattura, è come fumare alla sera un sigaro sul balcone, con le labbra che si intingono in un fernèt.
giorgio burdi
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SANO EGOISMO PER GUARIRE
Sano Egoismo per agire i propri sogni
Ognuno di noi ha la sua età anagrafica, ma in realtà, la mente di ogni singolo individuo porta retaggi anchissimi. Ritengo personalmente, che nella maggior parte dei casi, questi retaggi siano molto pericolosi e nocivi, gli vengono insegnati sin da piccolo dai suoi genitori.
Crescendo l’ uomo, identificato come singolo individuo, viene stigmatizzato, plasmato, come un modellabile alle taglie conformate dei modelli confezionati, allentandolo dal suo vero Ego.
Accartocciata sui modelli, ma ribelle sotto, come da foto, nel suo istinto di vita. Le confezioni ci allontanano dal nostro autentico Se, la nostra parte più vera, più viva. Senza il nostro Se, senza i veri piaceri primordiali, l’ essere umano, è destinato alla completa estinzione mentale, condannato a modelli giurassici.
Trasformati in macchine, agiamo, senza piacere, automi, automatici, ieri come oggi, oggi come domani, domani come ieri, senza quell’ istinto di vita che la natura ci ha donato, ma programmati dalla macchina, ma perché il mondo attraverso i suoi meccanismi, ci induce a credere che sia quella la vera vita da pecora ?
Seguiamo la mandria, le strade già persorse, mettere i piedi dove troviamo già altre orme, ci lascia credere che quella sia la via giusta, la via della felicità, il nostro destino, ma sono solo strada già percorse. La realtà è che entriamo dentro delle gabbie mentali.
Molto presto queste gabbie si tramutano in sintomi psicosomatici, il corpo entra in sofferenza, perché bussa prepotentemente alla mente per dire, non è giusto ciò che mi fai, non mi stai vivendo, non vivi te, il tuo Ego-ismo ( io esisto ) la vita, che tu lo voglia o meno, è a colori, non monocromatica o in bianco e nero.
L’amore e il rispetto di se, insegna il rispetto e la cura per gli altri, perché, la cura che parte da se, accoglie gli altri solo quando si sta bene.
Il più grande complimento che possano farci è sentirci dire: “ sei diventato un egoista ” , ovvero un non conformato, non riusciamo più a confezionarti, non entri più nel pacco, o sul comodino, esci fuori dagli schemi, no ti capiamo più, sei fuori dai canoni o dal comune, ma di che taglia sei e chi ti credi di essere?
Ecco questa è la fase che fa la differenza, fase in cui sei una persona, sei una risorsa, quella risorsa che gli altri riconoscerebbero, quando da solo avrai la voglia e la forza di vederla e il coraggio di tirarla fuori.
Romina
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