
L’ OPPORTUNISTA
L’ OPPORTUNISTA
Mi serve, lo uso, lo prendo, lo getto, è un domo pack, una prestazione d’ opera gratuita, una agenzia di servizi, è come uno scarabocchio nel cassetto, un appunto stropicciato, un barattolo nel cestino, un fazzoletto soffiato, un tovagliolo sulle labbra, un profilattico, una scatola di sigari, un vuoto a perdere, un cellofan dei biscotti, l’ acqua degli spaghetti, un sacchetto della spesa, un pranzo in una dissenteria, l’ umiltà in soffitta, il fumo di un toscano, un falò fatto cenere, un botto di capodanno, un battito di ali verso il cielo.
Può un uomo essere così fugace, consumato come uno stuzzicadenti, sola sorgente di informazioni, di prestazioni, di energia da utilizzare, un uomo mono uso usa e getta ?
L’ opportunista è un bulimico, ti fagocita, e poi ti sputa, è un ladro, fa furto del tuo tempo, delle competenze, ti usa, e non sta bene, si ricarica e scompare, dimentica, non fa memoria, è macchiavellico, il fine, è renderti utile, non fa riguardi , non è discreto o riconoscente, gli è tutto dovuto, si spaccia per amico, fratello o famigliare e alla fine, per completare la sua manipolazione, ti dice di volerti bene.
L’ opportunista, non tollera il no, è un manipolatore, adulatore, un affettivo di circostanza, è l’ amico su Facebook, è la bambola di gomma di Tinder, è un invadente, spregiudicato nel giudizio, si autorizza a fare interminabili domande, l’ antitesi della privacy, l’ opinionista è incompetente, è un conformista globalizzato, sa “come si vive”, da consigli non richiesti, è un invidioso, di chi l’invidia non la conosce.
L’ opportunista ti gira le spalle, se ne frega, “ l’ acqua passata, non macina più” , lontano dagli occhi, lontano dal cuore, passato il santo, passata la festa, è l’ uomo che vive alla giornata, domani ci pensa, cinico, ha la memoria corta, è scordevole ed obblighi non ha, ha l’ alzheimer da circostanza, “ Chi ha avuto, ha avuto.,chi ha dato, ha dato… scurdámmoce ‘o ppassato, Simme … paisà! “ . Tutti luoghi comuni, cosi tanto evidenti e presenti che impregnano la nostra cultura e la rendono insignificante.
L’ opportunista, è anche l’ uomo dei favori, che attende dieci volte il loro rientro, non è un meritocratico, salta la fila, è frettoloso, scavalca, arrampicatore sociale, quello dello status simbol, ama, quelli di “una mano lava l’ altra”, o “mi potrà essere utile”, ti promette, è un politico che baratta prestazioni e cortesie.
L’ opportunista è un pappone, un business man, uomo d’ economia, spilorcio d’ affari, barattatore, uno scambista, non spende mai è uno scroccone, fissato alla fase anale, vende fumo, va sempre al ribasso e ti rifila un mattone, alla prima occasione ti vende.
Ti frequenta finché produci, tu vali quanto capitalizza è un consumabile. Materialista spudorato, per lui sei materiale deteriorabile, nemmeno riciclabile, un fecaloma da espellere prima o poi.
L’ opportunista è un ricercatore di opportunità, di prospettive di un suo migliomento. Prendi tre e ne paghi uno.
L’ opportunismo è uno stile di vita dei peggiori vizi capitali di nuova generazione.
L’ opportunista è il materialismo della dignità, l’ assenza e la non curanza dell’ intelligenza, è la rappresentazione dell’ uomo oggetto, che lo vede schiavo. La rivoluzione contro l’ opportunismo è la riqualificazione per un uomo non riducibile ad oggetto di consumo, rappresenta il recupero del rispetto di se dell’uomo e della sacralità del proprio tempo.
giorgio burdi
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IL CAVERNICOLO
IL CAVERNICOLO
Inno al Codice Rosso
Il cavernicolo è un Intellettualoide, non scolarizzato, vive dalla pancia in giù, cultore del muscolo senza pelo, è uno dalle frasi fatte, affogato di Instagram, si fa di di aforismi, allenatore di bicipiti, esteta brizzolato, figùrino gonfiato, big gim depilato aitante o un vecchio gelatinato, allampadato, attempato rimorchia bambine in Rolls-Royce, un pedofilo, un demone che veste Prada, indossa scarpe di vernice, beve birra alla canna con la narice infarinata, ramingo per i viali, con i pantaloncini e il pacco stretto, pesca negli ipermercati, pronto ad intercettare e con rozza eleganza tenta di rimediare e arruolare.
Il cavernicolo, è un uomo nato xy, ma involuto ad xxx, un homo Sapiens, depilato col Rolex, navigatore di pornhub, pornoroulette e sex cam, traffica in adult friend, badoo, tinder e bumble, kiss kis e sex action, adescatore e vittima nel cyber sex business, residente in un sotto sotto bosco di dipendenze, la sua curiosità si fa ricerca proibitiva, sconfina nell’ orrido, vive nel no limits delle manie, delle sue parafilie, è preso da tutto ciò che lo può rendere posseduto.
I cavernicoli sono persone molto sole, ti fanno tenerezza, perduti nella loro disperazione, sono vampiri che affilano i loro canini, sbavano come iene affamate, hanno la mascella dura di chi spacca le ossa, non sono onnivori ma sensibili carnivori, mirano, puntano e schivi con passo felpato, inseguono la preda, pronti ad assediarla, raggirarla e ed assalirla come carogne.
Per il cavernicolo le donne e le pargole sono carni succulente, agnellini da latte, le assapora e già al pensiero, le rigetta con lo stuzzicadenti, le tratta con cinica supponenza, subdola aggressività passiva, sono serbatoi da riempire, bambole gonfiabili, bocche insaziabile e gustatrici, mucche e roditori slabbrati, al loro passare sbrodola bava come una carogna affamata.
È viscido , bugiardo , sadico, ha una intelligenza da macelleria, e’ grezzo, maleducato e volgare, fischia, dopo il servizio, si gira e russa, resta appiccicato ai suoi social e va via, e’ avaro da fare spavento, non condivide nulla, vive di caccia, alla giornata, non ha progetti, sfrutta finché può, ostenta ciò che non ha, non fa accordi di se stesso, è un indeciso cronico, e’ superstizioso, gira in casa in mutande, bacia in bocca e si struscia sui figli.
Non ha ritegno, ha lo sguardo sudato da lumaca, sembra toccarti e violarti con lo sguardo che oltrepassa quel sacro confine del tempio umano, sembra sporcarlo, sfregiarlo con le sue mucose, come sbranasse un entrecôte; è maldestro, grossolano, si muove come un elefante, ti parla come da padrone, le donne sono piccole schiave di desideri da acquistare e scambiare, racconta le sue prodezze e delle sue collezioni, ad ogni suo comando, gli devono obbedienza e dedizione, perché gli appartengono come gheshe.
L’ abuso, rende forte il cavernicolo e con la vittima, custodi di un segreto inammissibile, attraverso il silenzio, il tacere fobico omertoso, quasi condiviso, li rende complici e paradossalmente uniti in un riserbo da nascondere. È reso forte dal senso di colpa della vittima e dall’ imbarazzo di questi di essere quasi colpevole, ma verrà tradito dall’ urlo dei sintomi che irrompono e sgretolano l’ incantesimo dell’ indugio, lo sbattono prima o poi nell’ angolo tra le grate, da farlo sentire prima o poi vittima pietosa.
Se il cavernicolo è viscido, osa guardarle, se è meschino, parlarle, il peggiore si avvicina per toccarle, il mostruoso vuole entrarci, ognuno ha un suo modo, uno scopo, poterle offrire ai desideri dei propri demoni commensali.
Il cavernicolo è lo irriverente della dignità femminile, un demente che vive in tana, un abbagliato in uno stato di latenza, orientato dall’ olfatto, vive tra sento e faccio, dove nel bel mezzo ha solo poche riflessioni; vive agli angoli dei bar, appoggiato ad un palo, attaccato ad una canna, ha gli occhi a ventosa, è l’ uomo della pietra che vive sulla strada, estimatore di carni fresche bianche, striscia, tira, pippa, si buca e beve e con il cialis in tasca esalta la sua scimmia che con i pugni fa da tamburo sul suo petto.
Il cavernicolo è un molestatore seriale ambulante, non devi far fatica nel cercarlo, lo incontri in ogni dove, appoggiato su una ciabatta, vive col prurito, attivo come un radar, si gratta senza ritegno, e non lo fa per sola scaramanzia, ma per ostentare la propria impotenza ed alleviare i suoi calori.
Sono dispensatori di sofferenze, mediocri, inquinatori, omicidi dell’ anima, fanno della donna il loro ammortizzatore sociale, il pungiball della loro madre subita ed abbandonica, per loro le donne sono una onlus, una vetrina, una luna park che far girar la testa.
Il cavernicolo è un mercenario, un collezionista di sagome di gomma e di cartone, vede le donne come delle gif, bit, jpeg ed mp4, mercanteggia con i suoi intercalari, non sa parlare le baratta e la scambia come un mercenario di schiave, pretenzioso, è un dispensatore di umiliazioni e di offese, facile all’ oltraggio, incline a sminuirle, si nasconde in spallate o ginocchiate, non lascia segni se le picchia, propenso a far volare oggetti e a far finta poi di niente, lo sveli nei suoi folli scatti e se lo molli con fatica, cerca poi la tua amicizia, per poi riprendere la giostra;
ti punta, prende la mira e tira, come cupido senza amore, è una mina vagante che impreca come un persecutore, non conosce casa, vive sul suv, su quattro copertoni, si nasconde come una talpa e dice sempre le stesse cose, scoordina parole, balbetta pensieri, biascica versi, è un mulo ostinato che raglia, un automa insolente, le sue tensioni si scaricano in una pippa o in un bianco pecorino.
Ciò che deve fare lo fa, ostinato, dalle unghie sporche, sudicio, vive nel sudore, si lava poco ma si improfuma tanto, si lancia come un avvoltoio sulla sua tenera preda che soffre, la fantastica già al sangue, adesca se vive nel dolore e di questo ha un merito, è uno specialista e dice che è un benefattore, consuma piano e con gusto ed è convinto che consola e le sue pene; è un mastino da caccia, da combattimento, tormentato, usa la tecnica della fratellanza e della cortesia, la sua meta è la conquista della vetta del “traforo” .
L’istinto non ha limiti, non usa la testa, ma se quest’ultima ci fosse, sedurrebbe, si evolverebbe in conquista; il cavernicolo non è un problema di cultura o di maschilismo o di deviazione psicopatica da profanare l’ opera d’ arte femminile, ma un problema di involuzione umana.
Il codice rosso è la saggezza per difendere il diritto che non si dovrebbe regolamentare, perché è innaturale dover riconoscere quel diritto naturale all’ esistenza dell’ essere donna.
Nasciamo e siamo un po’ tutti dei cavernicoli, ma ciò che ci differenzia è riuscire a superarci per evolverci dal fango, perché si emancipa dalla caverna, chi non resta aggrappato alla sua clava, chi si cura, si apre alla sua anima, chi incontra la propria umanità, chi si legge e scrive, chi prende matite, penne e pagine, per spiccare il volo, dal proprio buio verso il cielo infinito del rispetto di se, della sacra vita delle donne degli uomini , della natura e di tutto il proprio prossimo.
giorgio burdi
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IL SENSO DI COLPA
IL SENSO DI COLPA
La dittatura dei sensi di colpa
L’ errore possiede per sua natura il suo acerrimo antagonista, il senso di colpa. Senso di colpa ed errore sono accesi ed accaniti nemici, incompatibili onnipresenti ed indissolubili tra di loro, complementari e conviventi, due nemici su un identico argomento, conviventi della stessa stanza, opposti come il bianco e il nero, l’ olio e l’ acqua.
Ognuno di loro si accompagna col suo perfetto diffidente e sconosciuto, quello col quale litigare necessariamente e in continuazione. L’ unico loro scopo di vita è restare in un conflitto procrastinato. Hanno però un compromesso, ora predomina l’ uno, ora predomina l’ altro, consapevoli di ciò che li attende, la tra di loro esplosione, il loro prossimo e successivo conflitto a fuoco.
La loro è una convivenza dedita alla cinica critica, al sarcasmo, al divorzio garantito, divorzio che non avverrà mai, perché colpa ed errore fanno parte della stessa persona, resa schizoide, divisa e lacerata dentro, dalla loro dualità, divisa e piegata in due, segregati nella loro prigione a porte aperte, arenata nei suoi processi decisionali che la rendono incerta e insicura, perché tra colpa ed errore si resta sempre eternamente in sospeso, appesi ad un filo.
È la natura dello stesso legame divorzile che lo rendono in relazione e lo tengono insieme. Quante coppie vivono tra tra colpa ed errore; c’è l’errore e c’è la colpa, c’é sempre nella coppia divorzile chi sbaglia e e di chi accusa l’ errore.
Si immagini lo strazio e cosa possa accadere se ognuno si trovi nella condizione soggetta e divisa tra errore e colpa, in questa condizione, i due della coppia fomentano e lavorano per la rottura, verso un divorzio annunciato.
Mentre l’ errore rappresenta sempre L’ affacciarsi della novità, esso diventa il centro del problema, mentre il senso di colpa si pone come la tradizione, è il perfezionista, il super Id, l’ alter ego, il dominus, è il numero due che per quanto possa essere secondo, per sua autocrazia si rende sempre primo, la colpa si rende moralizzatore e di crede normale, se il senso di colpa avesse la capacità di mettersi in discussione, non sarebbe un senso di colpa, esso ruota attorno all’ errore, è il suo persecutore, per contenerlo e redarguirlo, gioca sempre in anticipo, lo segue durante, ed è innanzitutto è successivo, non lo lascia mai.
il senso di colpa, in quanto persecutore, rappresenta il senso di appartenenza agli altri, l’ abnegazione missionaria, è il missionario, salvatore apparente della patria, il soggetto si lascia fagocitare a vantaggio delle giustizie altrui e il posticipo coatto e l’ annullamento delle proprie. Il senso di colpa ha la peculiarità di posticipare se stessi a tutto. Si rifà al senso del fanatismo religioso come un mafiofo che prega prima di compiere il suo omicidio.
Esso è quella madre simbiotica col figlio nel loro complesso edipico, con ella il figlio non ha possibilità di errare, perché l’ errore sarebbe un’ onta contro la madre, quella stessa madre in virtù della presunzione della sua gestazione, diviene gestore del figlio come se ella fosse proprietaria del figlio.
L’ errore è sempre reo, la causa di tutti i mali, di tutti i dispiaceri, delle sltrui infelicità, dei disappunti e di tutte le rovine, esso è ossessivo se è represso parte in quarta, va a ruota libera, passibile di denuncia e di processo penale, civile; il senso di colpa è un tribunale inquisitorio, ma è anche l’ alibi di tutti i reati, colui che non vuole né vedere né sentire, né parlare, è anafettivo, poco disponibile ma occhio onnipresente, bacchettone, col fiato sul collo e il dito puntato, è cieco, è intollerante, giustiziere ma anche giustificatore del dolore generato, severo, autoritario e clemente, esso possiede l’ ambiguità di un bigotto, un grande ipocrita che non sa decidere, né prendere posizioni, è frenato, non conosce intraprendenze, innovazioni, è un convenzionale, è un paranoico oratore che ti parla addosso, complottista, populista, è la voce del popolo, si crede essere la voce di dio, è la voce delle convinzioni altrui e degli stereotipi, è l’ azione della latenza e del gregge, il senso di colpa è l’ immunità di gregge, è il mister no, immobilizzato sui valori globalizzati e su qualsiasi impulso, frenato verso lo slancio o sospirato desiderio, freme, ha la sua tenso struttura che lo lacera e lo schiatta; ha la pezza pronta a colori, giustifica ogni sua inezia ed inerzia, è un paraurti, un demente senile, non concepisce il rinnovamento, la scoperta, è un antiriformista, biasima il progresso, è tradizionalista, lustra la sua pedina penale macchiata, ricopre le macchie del suo casellario giudiziale, è un assolutore pur essendo un accusatore, è l’ immacolato, è il senza colpa, senza macchia, è il puro di cuore, il confessore degli atti impuri, è un pauroso, frustrato, ma altolocato aristocratico, borghese, perbenista, giudice parziale, mai a proprio favore, sentenzioso.
Il senso di colpa ha sempre l’ alibi dei valori, si rifá e si rimette sempre alla convenzione dei codici dei valori, peccato che tenga conto dei soli valori altrui.
L’ altro comunque è sempre un valore, a prescindere, e noi no ? Ma nella relazione il valore lo si perde se è privo di rispetto, se diviene assenza, violenza e trascuratezza, anaffettività . O bisogna giurare fedeltà comunque a certi valori?
L’ errore si presenta sempre come un anti valore evidente, Non c’è invece valore più grande, se non Te, non ci sono teorie sui valori che tengano al di fuori di questa dimensione: il valore è il rispetto, l’ amore e la considerazione di se.
Il senso di colpa trova la sua nascita, la sua ezio patogenesi sempre nell’ errore e nel primo rimprovero, esso è il suo umus, la sua radice, è un derivato, la sua coltura batteriologica virale, il senso di colpa è la sanguisuga dell’ errore che è il suo sangue, non può esistere senza di esso, morirebbe, è uno sciacallo, una carogna, un vampiro che si nutre del sangue degli errori, non c’è senso di colpa senza errore, non prolifera senza di esso.
Chi preferisce non aver nulla a che fare con l’ errore, è uno che ha paura del rimprovero, rinuncia ad un suo nuovo percorso di sperimentazione per tener a bada il probabile fallimento e le dicerie del numero due. Il numero due è il perfetto alleato della colpa del cosa devono dire gli altri, perché l’errore è il rappresentante del numero uno, del nuovo, del non sperimentato e dello sconosciuto, è un pioniere alla ricerca di nuove frontiere e territori, l unico che permetta la svolta e il cambiamento, trascendere la stasi e la regressione,ha per questa una natura fastidiosa e lacerante. Ogni emancipazione è un parto a vita nuova, un Colosseo in pieno vissuto, dove l’ errore è il vero protagonista come fosse un gladiatore. Il potere talmente lacerante tra errore e colpa risiede esattamente nell’ intercapedine tra numero uno e il numero due.
Il senso di colpa viene vissuto cone il tabernacolo del sacro, un vero e proprio indiscutibile angelo custode, mentre all’ errore viene riconosciuto ed attribuito un ruolo ed un potere di demone, malefico, il tentatore, la mela dell’ Eden, che chiamerei, per la natura del suo potere attrattivo, passione, diavoletto custode.
L’ errore si pone esattamente come la mela dell’ eden, bella, fragrante, profumata, lucida, croccante, succosa, succolenta, seduttiva, da mordere, succhiare, leccare, profumare, gustare, tritare, ingoiare, consumare, distruggere, assimilare, tanto da diventare se.
L’ errore ha un potere altamente seduttivo, nutre il bisogno di voler consumare la conoscenza, possederla e e assimilarla.
Ma come ragiona chi è posseduto dall’ angelo del senso di colpa ? Esso Preferisce restare tranquillo, sereno nel suo paradiso virtuoso, governato dal suo angelo che reclama ed impartisce segnaletiche di immobilismo, preferisce star fermo e stabile, a costo della sua paralisi e del suo decesso, piuttosto che essere preda del potere seduttivo dell’ espansione della propria conoscenza. Il libro della Genesi dell’ antico testamento recita: “Hai voluto mangiare dall’ albero della conoscenza e dovrai errare per sempre” . La passionalità per la vita sprona oltre ogni orizzonte, essa è alla base di ogni forma scientifica che pone in osservazione di quei fenomeni per controllarli ed orientarli. La serenità che propone il tempio della colpa, proclama l’ arretratezza, mentre l’ errore proclama la ricerca e la formazione.
Il senso di colpa è il senso di responsabilità, è il senso del peccato contro gli altri, è il proprio sangue che scorre nelle vene altrui, è la dedizione ed il sacrificio di se per le rassicurazioni altrui, è la residenza del mondo in casa propria, è la socio personalizzazione di se stessi, la riflessione degli altri nella propria testa, è la più alta forma di de personalizzazione di se sostituita dal mondo, è la profanazione della propria opera d’arte e del sentire profondo del numero uno a vantaggio del numero due.
L’ errore è un partigiano ribelle e coraggioso, liberatore dei nuovi territori, occupati dai vandali delle colpe; il senso di colpa è l’ invasore discriminante, è il regime, la dittatura, è l’ oppressore, il despota che non conosce la libertà, ma la sudditanza alla tirannia.
Al senso di colpa bisognerebbe sostituire e restituire il senso di realtà e poterla cambiare.
giorgio burdi
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L’ ERRORE
L’ ERRORE
Una energia invisibile
Chi non si autorizza a sbagliare, sbaglia per tutta la vita, non vive perché vive per temere la paura, l’ errore, i conflitti, i dolori, i sintomi.
La perfezione ha come deposito l’ autorimessa degli errori, è il suo più alto scalino, è l’ ultimo gradino dele sottostanti cadute, la perfezione è appesa ad un filo, è fragile, è sempre precaria, è l’ ultimo anello della catena di errori.
L’ errore è potente, ha energia, è la condizione solida che sbraita e litiga con la perfezione di un istante, ogni successivo evento parte sempre da un movimento di incertezze, di insicurezze, di cadute e di ricadute, la perfezione viene sempre anticipata da processioni di inconsistenza, effimero e di dubbi, per celebrare a fine del percorso, una faticata perfezione per poi riprendere il giro in una situazione nuova, dall’ errare della partenza alla aspirato miglioramento. La perfezione è l’ apice delle molteplici sconfitte sottostanti.
L’ errore ci salva la vita aiutandoci con forza nel prendere, sia decisioni che la direzione, che la paura paralizzante ci impedisce. Il coraggio e la capacità di sbagliare sono delle attitudini potente, se lascia la piena consapevolezza dell’ errore, ci rendono propensi verso il superamento dei conflitti, mettono in discussione determinati sistemi e ci orienta verso la soluzione.
Il miglioramento è la laccatura e la finitura e la lucidatura oppure è la dell’ imperfezione grezza, avviene attraverso sequenze di nuove conoscenze e di nuoviapprendimenti. Tutto ha inizio attraverso l’ intuito che procede, se si da seguito, attraverso la curiosità, la prova, gli errori, la riprova e la lucidatura, esiste una procedura verso la perfezione come una filiera dell’ eccellenza orientata sempre piu verso il perfezionismo.
L’ errore consolida l’ intuizione, avvia verso un prodotto agito e continua e produce, attraverso la riprova, nuove informazioni e conoscenze, che nel miglior dei casi, si fanno progetto ed invenzione.
Gli errori però sono il precursore dei giudizi, dell’ oppositività, dell’ evitamento delle relazioni e della chiusura al confronto; sono un inibitore momentaneo della riflessione, rappresentano il freno dei processi di ragionamento e del pensiero e delle emozioni, gli errori terrorizzano, vengono perseguiti come bisogno umano del no limits, ma anche temuti, ti fanno toccare un fondo che più fondo non si può, ma che oltre il quale ti pongono la salita, con nuove rinnovate informazioni per cambiare e proseguire oltre l’ errore.
L’ errore rappresenta la negazione di se e allo stesso tempo rappresenta il divenire di se, l’ errore è la messa in scena iniziale del mancato protagonismo, pone il passaggio, con escoriazioni, dall’ inesistente all’ esistente, esso rappresenta il tentativo e lo strazio per far emergere, affiorare e partorire il proprio numero uno, l’ essenza di se.
L’ errore ti immerge e ti affoga, si pone come una bolla, tra la negazione del numero uno e la sua emersione.Nulla si può migliorare, se non attraverso ciò che non è migliore. Non può esistere perfezione senza imperfezione, l’ una richiama l’ altra, sono le facce di una stessa medaglia, sono un binomio indissolubile. L’ errore è formativo più della perfezione. Una vita costernata da errori, angusta, attonita, sfiancata, senza fiato ne parole, se non ti blocca, rende tanta forza e miglioramento e saggezza.
Gli errori vengono personalmente tollerati, ma umiliano se scoperti. Ci spengono la parola e la ricerca del dialogo, avviano quel processo di introversione sociale. Essi Mettono in condizione di essere bloccati ad un fermo biologico di morte.
Quando l’ errore è rimediabile o devastante ed irreversibile, malgrado tutto trae sempre risposte, è sempre formativo.
Comunque sia, l’ uomo non è mai l’errore che compie, ne il peccato che fa, essi non rappresentano la sua essenza specifica e la sua qualifica, non può identificarsi con l’ azione o il pensiero errante che fa, egli è un miliardo ancora di pensieri e di azioni che fa, l’ errore è nel percorso, a volte è lo stesso tragitto, ma l’ uomo è tanto di più, è il centro del suo creato, l’ universo esiste solo perché c’è lui a percepirlo, come se fosse lui stesso a crearlo, è tale perché capace di trascendersi e di superarsi dal suo status profano al sacro, dall’ errore al migliore di se, dall’ uomo a Dio.
Ma sacro e profano sono indissolubilmente le uniche facce che costituiscono un essere umano, sono il suo animale e il suo individuo, è l’ homo di Neandertal nell’ homo Sapiens è l’ analogico e il digitale, il sentimento e la ragione, la notte e il giorno.
L’ errore è come la notte nel crepuscolo che segna le sfumature con lo splendore perfetto della luce del giorno. Come non può esserci un giorno senza notte, è impossibile la perfezione scissa dall’ errore.
L’ errore non è mai tale quando viene vissuto, ma lo diventa attraverso le sue conseguenze. La metafora del rimettersi in piedi dall’ amalgama di fango, rimanda alla capacità di risollevarsi e di porsi sulle ginocchia da stesi a in piedi, rivedendo nei piedi la memoria della loro funzione primaria, che siamo nati per stare sul nostro asse, siamo onto geneticamente nati per stare in piedi, la nostra positività è insita nel nostro istinto di vita, siamo al mondo per stare sulla nostra perpendicolare, eretti, con la testa irta, verso l’ equilibrio, per riprendere sempre un altro nuovo cammino, ci
Sussurriamo un invito a riprovarci, a vivere ancora, attraverso la speranza fiduciosa di un cambiamento più arguto e piu forte, siamo orientati sempre comunque a vivere e a sbagliare.
L’ errore è energia, e l’ enegia come quella del vento, del sole, dell’ amore, della corrente elettrica, del magnetismo, dei pensieri, del sole, delle emozioni, non si vede, ma c’è, l’essenziale è sempre nvisibile agli occhi, esso è il detonatore della crescita e dell’ evoluzione, è
l’ abc delle metamorfosi, è insito nel processo dell’ evoluzionismo, come un filo sottile d’ acciaio portante della crescita, è la base dell’ umanizzazione.
Chi sbaglia vive, chi non si muove, muore. L’ errore è energia, perché è l’ abc del divenire non ancora divenuto, è l’ imbastitura che precede la cucitura del processo dell’ evoluzionismo.
Un embrione che diventa feto e poi nascituro, si puo nai considerare un errore ? Non è semplicemente completo, è solo in in un orocesso di attesa e di crescita lenta, ma inesorabile, prepotente e complesso. L’errore infatti è tutto un corpo con l’ embriogenesi e del progetto di vita e della perfezione.
La stessa ansia per l’ esame, per una relazione, per la ricerca di un lavoro, rappresenta la paura di cio che deve ancora avvenire, si presenta come paura del fallimento, per le sorprese e per il non ancora avvenuto, si oresenta come elemento di disturbo, come fastidio che spinge al superamento dell’ errore, ma necessaria per partorire un arrivo a tempo determinato, ma felice.
La perfezione non è mai tale, se non si erge su una catasta di uno sfascia carrozze. L’ errore per sua natura spinge al supersmento del suo stesso limite, per tanto non è mai. Per chi osa l’ errore, non esiste l’ impossibile, sa che per rendere le situazioni avverse, possibilità, dovrà confrontarsi con l’ errore opportuno.
Errore ed opportunità sono il binomio di una stessa equazione, quando il limite non arrende o stende, cede il passo alla sfida, è possibile il successo.
giorgio burdi
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LA GIOSTRA IN TESTA
Marcel Van Luit è l’ autore del dipinto, ispirato al film Artwork Willow , elabora, per la sua realizzazione, sotto forma iconica, la citazione: “The mind reflects the world, and the world reflects the mind”.
C’è una presenza, un assioma, un minimo comune denominatore umano che accomuna tutti: il caos di se, la sofferenza e il bisogno di gioire, che ruotano in testa come una giostra da capo giro. Leggendo solo il termine sofferenza, si avverte una reazione ripugnante, il desiderio di chiudere e cambiar pagina.
In realtà quando adoperiamo la fuga dalla sofferenza, non la evitiamo affatto, ma la subiamo, ci poniamo come soggetti passivi, tanto da esser messi in ginocchio.
La sofferenza, per quanto si possa scansare, è invece una macchina diagnostica a raggi X, una bilancia digitale, una ruspa per lo smaltimento rifiuti ,essa esegue lo screening di quello di cui prima si era inconsapevoli, pesa l’utile e butta il futile.
Se fosse una blogger la sofferenza avrebbe 7 miliardi di follower, quanti siamo sul pianeta. Chissà se un giorno la scienza inventerà un vaccino, contro di essa, una chimera, senza effetti collaterali, da augurarlo ai futuri nascituri.
Per fortuna Dio ha creato la risata, diciamo un medicinale omeopatico sublimatore a costo zero rispetto al peso della sofferenza.
La sofferenza è quel millimetro che fa la differenza per avviare la rottura o il riavvicinamento, delimita il confine tra l’ asfissia e l’ aria aperta, è una pet che non si perde nulla, è il sale nel caffè, è la glassa di zucchero, miele e panna che fa irritare le papille, è una rocca a difesa del re, è il centro del mare aperto, dove, perduto, cerchi di nuotare, è un pettine tra i capelli che tira i nodi.
La sofferenza è un rastrello sulle foglie secche, è il tac delle potature, l’ inverno che ghiaccia la vita, il sole che brucia la pelle è il monossido di carbonio, è la diossina, è l’ aria rarefatta, l’ aria che ti manca.
La sofferenza, dice la verità, esterna quella nascosta, sottaciuta e inammissibile, è un funambolo che ha come certezza solo il filo, è un urlo di ribellione che brama l’equilibrio, la terra ferma, la soluzione, è ciò che da la sensazione di essere vivi, è la via di mezzo tra ciò che non è vita e il respiro, conduce solo e sempre verso di te, all’ unica casa sicura e possibile; la sofferenza è quel bisogno ineluttabile di sfidare gli equilibri, è il no limits per l’ ingordigia del voler sempre di più o la discrezione di non pretender nulla o di perdere tutto.
La sofferenza, nel suo orizzonte, si pone come un confine verso la consapevolezza di se, consente di distruggere e distinguere l’ effimero dai contenuti fondamentali.
Il dolore, i sintomi, creano e segnano il passo alle priorità, getta via tutto, fa la differenziata in immondizie varie, ricercano il vero e i valori. Tentano di scollare di dosso quei veli di cellofan di ipocrisia asfissianti.
Le sofferenze detestano ed hanno come cause, la menzogna, l’ ipocrisia e la bugia, l’ invidia, l’ arroganza e l’ assenza, l’ incomprensione, la violenza, l’ oltraggio dei diritti e l’ indifferenza, la perdita del rispetto.
Esse coercitano a guardarsi seriamente dentro e fuori e ne giudicano il senso delle cose, orientano verso lo sgretolamento di certi veli di idiote convenzioni populiste.
Se la vita in apparenza è un olio di mare visibilmente calmo, non c’ è motivo di cercare il senso delle cose, quando tutto fluisce scontato, normale, non si pongono domande esistenziali, esse annoiano ed indispettiscono quel banchetto goliardico;
verosimilmente, attraverso le difficoltà della vita quotidiano, ci si intriga ed incastra con il mondo, in un attrito viscido, attraverso muri di incomprensioni o dossi di sufficienza e indifferenza, che pian piano trivellano la memoria del proprio sottosuolo da far sgorgare quel nero di sofferenza.
In quella trivellazione si scopre che certe verità esistevano da tempo e l’ opacizzazione dell’inconsapevolezza, offuscava la loro vista.
Quando inaspettatamente sorgono domande esistenziali, sul perché della vita e della sua fine, esattamente in quell’ istante, un uomo sta già cambiando, sta già mollando la tenso struttura del suo umore e sgretolando quella cataratta di opacità che lascia abbagliati, e ci richiama ad una vita minimal ed exenzial , meno ipocrita, meno corroborata da suppellettili, surrogati, comparse, ninnoli, soprammobili e figuranti.
L’ ipocrisia è la sede della vita normale, quella delle apparenze e delle inconsapevolezze, di tutto ciò che accade perché deve comunque accadere, tutto viene vissuto come predestinato in una corsa irrefrenabile.
La sofferenza rappresenta la chiamata all’ esistenza, alla messa in scena del proprio protagonismo, oltre il confine della comparsa e dell’ ovvio.
La giostra in testa che tutti abbiamo, va ascoltata nella sua musica e nel suo frastuono perché, sia la musica che il frastuono, sia la voluttuosità che la vulnerabilità di essa, se accolte, ascoltate ed agite, ci indicano la strada migliore verso la propria felicità .
giorgio burdi
Marcel Van Luit
http://artelandia.it/wp/marcel-van-luit/
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IL DOVERE È MALATTIA
IL DOVERE È MALATTIA
Se la vita fosse questo fiore, apprezzeremmo ciò che ci rimanda nell’immediatezza, la sua bellezza, la sua luminosità, il suo colore cangiante, il suo profumo, il suo piacere, non il dovere di esistere.
Il dovere automatizza, genera autoctoni, automi, robotizza, softwarizza, è la negazione e la negoziazione del sé, della logica, se diventa stereotipia dell’ intelligenza; chiede a tutti lo stesso rigore, il dovere livella, sacrifica se stessi all’ altrui vantaggio, vive per tutti della stessa autorità, fa defluire nello stesso ovile, fa della creatività il suo falsificatore, mette in riga, fa tabula rasa delle fantasie, il dovere non sogna e non fantastica mai, taglia ogni forma di autonoma prospettiva.
Prima il dovere, dopo il piacere. Non c’è espressione più angusta ed ipocrita di questa affermazione, molto apprezzata nel periodo post bellico, in cui bisognava rimboccarsi le maniche per ricostruire lo scempio operato dalla follia della seconda guerra mondiale. Il dovere è una filosofia largamente divulgata, è un modo comune di pensare, di dire, un modo di fare solito, un atteggiamento cronicizzato di soffrire la vita. Nel dovere ti domandi sempre il perché, e se lo agisci, lo assecondi fintanto che resisti, e se lo fai fino all’ estremo, ti consumi e ti ammali, ti accorcia la vita.
Se prima viene il dovere, si parte al peggio, viene prima la fatica, il sacrificio, la croce, lo strazio, il logoramento, la stanchezza, la coercizione, non la motivazione e l’ entusiasmo, è una impostazione para educativa, la stessa scuola è stata improntata su questo modello arcaico; il dovere è un modo di essere che consoli la tradizione, un altare della patria, un campo santo che tragitta il gregge, intere generazioni in condizioni disumane, il dovere immola, inchioda su rigidità frigide ed istrioniche.
Il dovere è un comandante autoritario di un esercito senza arruolati, impartisce, crea obbedienti, non riflette, esegue, massifica, ha il dito puntato e impartisce il modo di agire, non devi pensare, verso l’ alienazione di sé. Il dovere fa ciò che i padri, i nonni, i bisnonni e la guerra hanno sempre fatto e deciso; crea una flotta di esecutori cecchini che, con l’ alibi del dovere, compiono crimini di guerra a loro giustificati, oppure orienta verso la buona condotta compiaciuta. Chi vive per il dovere, non vive della sua coscienza, ma di quella di chi non sa o anche di quella che giustifica il crimine.
Il dovere è un Boy Scout, un bravo ragazzone di una canonica fuori tempo e fuori mano, l’ uomo del dovere è cavallo e cavaliere della patria, ma è anche una persona nobile d’ animo che difende i valori e di grande dignità, di contro è anche un uomo d’ onore che ha i principi di un mafioso nascosto nel dovere, della buona e della cattiva condotta, è ambiguo, perché la pazzia è obbedire, frustrato, contro i suoi principi.
Il dovere è l’ oppio dei popoli, non esattamente la religione, anzi il dovere è una vera e propria religione, perché sincretico, criptico, assolutista, è una corrente di fanatismo. I fanatici del dovere e il movimento dei fanatici del dovere si pongono come una vera e propria istituzione e sono imperniati e ruotano su questo fantasma istituzionale.
L’ uomo del dovere è un uomo dispiaciuto, triste, accondiscendente, proiettato al servizio, possiede l’allarme rosso del senso di colpa, immolato verso la disponibilità, non si sa per quale valore o medaglia al merito, è alla ricerca di un misero consenso sociale, contro quel pensiero sovversivo del piacere, tentatore o peccatore.
Ma quale peccato ci sarebbe, laurearsi per il piacere di studiare o per una sete di conoscenza. Come nella “genesi” il desiderio di conoscere è già causa del peccato originale . I figli andrebbero messi al mondo per il dovere di procreare o per il piacere di amarli ? L’ amore e tutt’altro che dovere.
Una vita di doveri, diventa una vita di obblighi, impegni e responsabilità continue. Essi rappresentano la negazione dell’ affettività, generano anafettività; l’ anafettivo usa l’ alibi del dovere per giustificare la sua incapacità a manifestarsi emotivamente, esordisce dicendo ” ti voglio bene con i fatti, a cosa servono le parole d’ affetto ” ?
Il dovere è un manufatto, un artefatto preconfezionato, un surrogato di presenza. Il soggetto del dovere, è tecnico e distaccato, è un medico disumano, un ingegnere calcolaore, un esattore bancario, è freddo, ossessivo, perfezionista, un rompi cazzo normativo, ha solo in testa le regole da rispettare e se esce fuori dal seminato, si ammala, soffre per affetto mancato ed è per questo che non è in grado di prenderlo ne di darlo perché non ha conosciuto compassione, comprensione ed empatia.
Il discente che studia per dovere, distrugge il suo impegno, sbaglia tutto, scoppiato, molla a due passi dalla laurea, mentre scarabocchia disegni, le sue vere aspirazioni, a svantaggio del piacere. A volte le nostre distrazioni sono le vere nostre vocazioni, sono le vere strade negate dal dovere.
La donna che per bramosia anela alla sua maternità, concepisce la sua attitudine, poi lamenta il mutuo del suo dovere per tutta la vita. Dovrà rinunciare totalmente a se per i suoi pargoli, se diverranno il solo suo vero senso della vita e per questo li rovinerà per soffocamento.
Il dovere coniugale, come lo vogliamo chiamare ? Contratto d’ altare, abitudine a stare insieme, senza diritto all’ individualità, all’ autonomia ? Sarebbe una sottomissione, come un vero e proprio debito da pagare, o un mutuo di unione, o solo un obbligo. Cosa cambia, in tale prospettiva, rispetto alla molestia, o alla violenza domestica ?
Il dovere coniugale è la giustificazione perfetta alla paura di dialogare e di porsi nella verità. Il dovere è chiusura verso la sufficienza, rimangono solo ruoli, incastrati nella incapacità di mettersi in discussione.
Coloro che vivono di soli doveri e posseggono tali difficoltà, dovrebbero allora davvero avere il dovere verso se stessi di mettersi in analisi, un’ analisi che non sceglierebbero mai, perché riconoscono solo negli altri l’ errore e per questo, auto condannati alla propria eterna solitudine.
Se la vita fosse questo fiore, apprezzeremmo ciò che ci rimanda nell’immediatezza, la sua bellezza, la sua luminosità, il suo colore cangiante, il suo profumo, il suo piacere, non il dovere di esistere.
giorgio burdi
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La Saccenza della Sofferenza e l’ Arroganza della Diffidenza.
LA SACCENZA DELLA SOFFERENZA
e l’ Arroganza della Diffidenza
Colui che soffre è comprensibilmente afflitto, al limite di ogni forza, rassegnato, flaccido, sfiduciato,scontroso, insopportabile, al limite del pianto, dei suoi singhiozzi, e delle sue disperazioni,
si rompe, si spacca, è fragile, infastidito, insofferente, è ricotta, coatto, ossessionato, vive al limite e nel peggio della propria condizione, per lui non c’è soluzione, tutto è divenuto complesso, non c’è parola, presenza che tenga per comprenderlo, per poterlo aiutare o che lo scuotino, è molto critico e la sua sofferenza è tale che diventi complesso poter contattare chiunque.
Egli è visibilmente provato, lo incontri sempre a fine corsa, al capolinea, ti dice che questa è la mia ultima change, e ti chiede,senza alcun suo impegno, quanto tempo ci vorrà, giunge dopo aver caricato il suo ultimo tir di problemi, al limite di ogni sforzo, indeciso se andarsene o rimanere, è alle corde, è teso e tanto fragile da rompersi, acuto o cronicizzato, è un funambolo, barcollante sulla corda della vita, cammina in ginocchio sul cilicio, al confine con la fossa, non curante, ti chiede quanto costi, piu che alla vita oensa sempre alla tariffa, pensa sempre di farcela, anche se striscia, è sfregiato dall’ ansia e le sue ganasce dal brussismo, si ricirda di se al limite, non conosce prevenzione, procrastina con l’ acqua alla gola, giunge in apnea, perché le persone che soffrono, si concepiscono come nate per soffrire, si lasciano andare al limite di ogni umana sopportazione, e pur di non sentirsi matti, non chiedono mai aiuto, anche se sono ad un passo dalla benedizione.
Abbonati al 118, si trascurano fino all’ indrcenza, critici fino al limite della diffidenza, senpre auto convinti che non serve e non funziona nulla, diventano veggenti, predomina l’ arroganza e il pregiudizio che la loro esistenza sarà sempre con un altro fallimento; collaborano poco e sabotano l’ aiuto, per rincorrere confermare quel timore tanto temuto , per dimostrare che in fondo avevano ragione, ma sono i veri artefici del loro stesso destino,determinato dalla loro sofferta e construita arroganza.
Se entrano in analisi, ti aspettano al varco, cavillosi, puntigliosi, caotici con se stessi, ma precisini ,solo con gli altri , sono alla continua ricerca di un tuo difetto, per cercare qualsiasi alibi, per convalidare il loro diritto all’ auspicata fuga. Se, nel tentativo di aiutarli, tocchi il loro dolore e se peggio gli indichi la causa, ti punta il dito, ti accusa che gli hai fatto male ed ora la colpa del loro dolore è tutta tua.
Ma alle volte nel loro caos, la matassa da sbrogliare non c’è, il vero problema è il loro non problema; giungono già colti, edotti, preventivamente già consultati con i ministeri di chat gpt, instagram e dr google e il vero problema è che non sei uno specialista perchè non sei un avatar e pertanto, se hanno letto, tu non hai piu di loro competenze.
Il dolore e la sofferenza di un uomo in preda alla sua disperazione, lo rende statico, bradipo, insostenibile e ingestibile rispetto a se stesso e a chi gli gravita attorno. Non riconosce l’opportunità del cambiamento, è convinto che non ci sarà mai nulla di buono ed in grado di poter cambiare la sua condizione per lui insostituibile.
Non c’è essere umano in grado di ritenere sostenibile qualsiasi propria sofferenza continuativa ed acuta, che non sia la sofferenza degli altri. Le sofferenze altrui hanno sempre un minor valore rispetto alle proprie.
Il saccente è spesso convinto che il suo problema dipenda da una questione di carattere o di destino, che abbia delle forze oscure esoteriche o della natura o che ci sia il possesso di un demone nel suo inconscio, che non in grado di dominare e domare.
Per contro si lamenta, si dispera, supplica e piange, chiede aiuto e caccia via tutti come degli inetto con le mani tra i capelli, non esiste persona o professionista capace, onesto, che diventi un incompetente ed impotente, opportunista, economista, capitalista, speculatore sulle malattie. Chi soffre si lamenta, rifiuta ogni sorta di aiuto se non tocca il fondo. Chi soffre è difficile da trattare, devi davvero essere un equilibrista, che per tirarlo fuori, se non collabora, ti tira dentro la sua fossa.
La lamentela di chi soffre, alle volte diviene così prepotente ed insistente, ansimante ed asfissiante, che appare tutt’ altro che debolezza: la lamentela alle volte rende tanto, è l’ unica potenza del dolore, perchè è accentratrice di presenze.
L’ arroganza della diffidenza si evince nella tendenza alla facile squalifica professionale e all’ interno della presunzione dell’ impossibilità di esercitare ogni forma di aiuto e di cura, in tal senso qualsiasi dolore è presuntuoso.
L’ arrogante della sofferenza si rivela gia mentre si fissa il primo appuntamento. Da fastidio, vuole l, orario ideale, manipolativo che ti costringe e ti porta sui suoi impegni e magari in seduta non si presenta. È una sconfitta pre annunciata che rende prepotente e presuntuoso il dolore che acceca la persona sofferente.
Chi depone le armi, i remi in barca, chi si fa mettere in ginocchio, strisciare o continuare a lasciarsi calpestare o farsi sputare in faccia,
Nutrirà una scarsa fiducia negli altri, sara propenso al fai da te, all’ arroganza nel non credere in nessuno, nemneno nel fidarsi ed affidarsi professionista.
Passa da una arroganza subita ad una agita, la saccenza è aver imparato a fidarsi solo di se stesso anche nel periodo delle vacche magre.
La sofferenza o fa riflettere o rende flaccidi disumani, increduli e cattivi, diffidenti, esclusivisti, narcisisti patologici, esclusionisti, presuntuosi, colti della propria boria , del proprio pathos, la saccenza di chi non potrà mai star bene o essere compreso o mai aiutato, che non conoscerà mai la salute, perché il dolore crogiola, coccola e paradossalmente diviene casa ecunica condizione di vita che rende sufficienti e colti, eruditi sui Bignami delle proprie convinzioni.
Con il proprio dolore si è talmente così protetti all’ interno di un carcere che è, capace di rendere il mondo impotente.
Ida Bauer afferma: “se la sofferenza vi ha reso cattivi, l’ avete sprecata”. La sofferenza può essere curata o diviene cattiveria e presunzione se si afferma la sua non curabilità.
Chi soffre, per urgenza, fa pressing per ottenere un appuntamento, cerca la stanza dei miracoli, ma quando realizza che per aiutarlo devi attentamente osservarlo e studiarlo, perde l’ illusione del miracolo e perdi il ruolo di primario della magica clinica dalle 100 recensioni e se lasci intendere che alla sfera di cristallo dovrai sostituire la sua testa come sfera, decade la sua aspettatuva la tua stima, si fa cerca un pieno di imprevisti, annulla le visite, ma si ripresenta poi per ripetuti codice rosso..
E se l’ addolorata teme che la cura possa diventare dipendenza, la interrompe al nascere omettendo quanto dipendente sia già stato dai propri ventennali sintomi. Non c’è cura che possa mai essere efficace, se non vien fatta con continuità e magaari per una breve e momentanea dipendenza. Un arrogante ludopatico, dopo aver delapidato i suoi beni di circa cinque milioni di auro, chiede in prima seduta un preventivo di spesa per la cura della sua malattia.
E la domanda più affascinante di un paziente è quella che chiede se la prima visita è gratuita, essendo secondo il suo criterio, “solo di conoscenza”, rendendo suo,come un diritto acquisito, il tuo tempo. Questa è la saccenza della sofferenza. Non si è mai sentito chiedere ad un cardiologo se la sua prima visita fosse gratuita. È vero che se fai il lavoro che è la tua passione, non lavorerai un giorno, pertanto che senso avrebbe pagare.
Ognuno cerca il piu bravo professionista, che abbia un curriculum esteso, il più referenziato, il migliore recensito, con la massima esperienza, ma la presunzione del dolore lo porta ad affermare, che 1 € è tanto per un ora di consulenza, ma oltte alla competenza, un ora di vita quanto vale, avrebbe un valore inestimabile ?
Per aiutare un uomo e risolvere un suo problema serve la chiamata, la vocazione, la passione, l’attitudine, l’ umanità, la dedizione e l’ estenuante curiosità del ricercatore, serve la pazienza e la collaborazione di un paziente che si renda paziente, per ripercorrere insieme in modo del tutto complice, empatico e collaborativo, la strada e la risalita verso la sua liberazione.
giorgio burdi
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L’ AMORE NON BASTA
L’ amore non basta.
Prospettive per attenuare il rischio.
Di chi è colpa quando le storie amorose declinano? Una continua replica di un interrogativo: “chi lo avrebbe mai detto?”, ”cosa non ha funzionato?”, “perché?”
Questo tipo di domande svelano l’ inganno : si ama l’amore o la persona, il desiderio irresistibile dell’ abito bianco? si ama il dipinto o l’ autore? il regalo o chi lo dona ? il regista o il protagonista? emoziona di più una fiction o una storia live ? Si preferisce zoom o un abbraccio, i pixel o la pelle? Fondamentalmente si ama la persona o la percezione di essa?
In realtà pensiamo di vedere, ma sappiamo molto poco dell ‘ altro quando di un amore resta, solo il fallimento, un pugno di zanzare, quando restano le urla o le mani tra i capelli o il desiderio di fuga, o quando lui non c’è, se esce mi sento libero.
Un amore passa attraverso la conoscenza attiva e obiettiva, dedita per incanto all’ altro, non passa attraverso un fulmine a ciel sereno. Diffidare dei colpi di fulmine se non si desidera un fulmine deflagratorio dentro casa o una grandinata di sassi di ghiaccio sulla propria auto fiammante.
Ognuno inevitabilmente, ovviando dalla propria consapevolezza, si innamora di ciò che ha bisogno in quel particolare e determinato periodo della propria vita.
“l’amore che strappa i capelli è perduto ormai”, recita De Andre, perché se c’è lo strazio, c’è già la perdita, perdita di una convinzione, disillusa, probabilmente di non aver mai conosciuto quella persona.
Chi è ? quella persona, ora insopportabile, ma allora amata follemente e condotta all’ altare ?
Un me, proiettato . In certi momenti di poca obiettività della nostra vita è molto difficile distinguere noi, le nostre concentrazioni, dagli altri, noi vediamo noi stessi, difficilmente chi ci gira attorno, vediamo i nostri desideri come sentiamo da soli i nostri dolori. Bisogni proiettati, direbbe Freud parlando dell, amore.
Quando c’è un fallimento, si è amato un amore invisibile, visionario, inesistente, dove di esistente c’era solo il proprio bisogno, si ama una idea, l’ isola che non c’è, un appagamento momentaneo un amore a tempo determinato, ma non sarebbe potuto essere altro se non quel delirio, fumo in un banco di nebbia, e non l’amato visibile, l’ amato visibile diviene un incubo.
Quante separazioni per incompatibilità di carattere; come mai? Inizialmente erano compatibilissimi da credere di condividere la propria esistenza assieme, ma poi, estranei nella migliore condizione possibile, o nemici nel peggiore dei modi?
L’ amore è cieco, ma l’amore invece per essere tale deve essere veduto, nel pelo nell’ uovo, nelle fessure dell’ anima, fra le dita dei piedi, non solo tra il rimmel e il mascara, ma osservato nei dettagli, negli spiragli di luce abbagliante, guardato minuziosamente, nelle crepe del buio dell’ anima . Nulla viene lasciato al caso durante la festa, ma viene del tutto trascurato il festeggiato da tenere nel letto.
Osservare, un tono di voce feroce,una spinta, una spina in gola, un boccone che non va giù, un blocco intestinale, l’ angoscia nel petto o una dissenteria, in un approccio misogino o misantropo, o subire la discreta violenza di un’ assenza persecutoria reiterata e coercitiva, con la sua aggressività passiva, latente o manifesta che si voglia, sono tutti dati di fatto di ciò che superficialmente viene trascurato e che il tempo, se non curate, li restituirà poi come delle metastasi.
Mancanze sorvolate per anni, portate al confine dei limiti, si riveleranno in patologie, dolori come delle slavine e caduta a pezzi del corpo come dei massi in una strada dissestata.
Le scoperte di oggi sono i sentori di ieri. Quanto sarebbe importante poter ascoltare i sentori. La disillusione di un sogno per sgamare in un incubo .
Per questo l’ amore è cieco, perché pericolosamente l’amore ama e vede sé stesso e la sola voglia di essere contraccambiato; è drogato dal bisogno, con rispettive crisi d’astinenza. Qui, rispetto alle droghe, è il contrario: tanta più assenza di sostanza affettiva si riceve dalla famiglia, più il pericolo di sbagliare la sostanza partner è incombente.
Molto spesso si afferma, “sono pronto per amare”, per “mettere su famiglia” , ma pronto di che, se la maturità d’ amare deve essere fondata sulla consapevolezza e non sulla pressione del bisogno e della proiezione. Se l’ amore resta la meta a prescindere e non un mezzo, è l’ annuncio di un fallimento in partenza.
Innanzitutto l intimità non si costruisce a letto. La freccia rossa del letto confonde l’idea di intimità.
Il letto, convince che l’intimità è già di casa anche lì dove non c’è alcuna parola condivisa. Chi va a letto e non parla o dialoga, attiva un amore sordo muto. Bisogna essere profondi prima di sprofondare nel sesso, così come i conflitti non si possono risolvere a letto, li si complicano con un altro eventuale terzo che verrà trattato come incomodo.
Non può esserci intimità senza il desiderio di parlarsi sempre, più di qualsiasi altra cosa importante al mondo.
il cuore batte in una convivenza, ma è un battito solo fisiologico; l’amore non basta se non c’è PAROLA, se non c’è parola, diviene agenzia di servizio, ditta appoggio, attaccamento, abitudine, dipendenza o sex addiction.
“ L’ amore non basta. Ma leggendo queste parole sarebbe lecito pensare che questa affermazione è un ossimoro.
Se due persone sono realmente innamorate non c’è ostacolo realmente insuperabile.
D’altronde chi di noi non ha detto almeno una volta nella vita che “l’Amore vince sempre”? Ma la verità è che l’Amore non basta!
La felicità è un bellissimo arcobaleno e l’Amore è uno dei colori che lo compone.
Seppure il più affascinante, da solo, suo malgrado, rimarrà sempre e solo un bellissimo colore.
Il problema è che un colore così famelico, forte e ambizioso al tal punto che da solo ambisce alla potenza di un arcobaleno, con il passare del tempo, può deteriorarsi perché uno sforzo oltre le proprie capacità è possibile, ma questo molto spesso ha un prezzo molto alto da pagare per chi lo sostiene.
Se non affiancato e sorretto dagli altri colori, quindi, il triste destino di questo colore ambizioso, forte e affascinante sarà quello dei salmoni che muoiono dopo lo sforzo compiuto nella migrazione per la deposizione delle proprie uova. Sbiadirà giorno dopo giorno fino a diventare un pallido grigio. “ ( Valerio ) .
Amore è la promozione e lo stupor per l’ altro, il fascino ammagliante del dialogo continuo, è parola verbale, è parola extra verbale condivisa, è restare senza maschera, è il desiderio di avere e condividere passioni, di parlare sempre e tacere mai.
giorgio burdi
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DESIDERO ERGO SUM
Desidero Ergo Sum
Il Motore della Vita
Tanto di rispetto per Cartesio, ma le scienze di oggi sono molto lontane dalle sue elaborazioni filosofiche, dai suoi famosi aforismi e dalla sua nascita avvenuta nel lontano 31 marzo 1596.
Di lui, non esiste definizione più discutibile come quella di “ Cogito Ergo Sum “, penso dunque sono. Facciamo molta attenzione a quando pensiamo, a cosa pensiamo ? Domanda retorica, pensiamo ai problemi. Quando siamo pensierosi siamo prevalentemente in uno stato preoccupazionale.
“ Desidero Ergo Sum “ , “ Desidero, Dunque Sono “ . Questa è l’ affermazione più rappresentativa di una persona, ovvero, cosa altro avremmo di fondamentale, se non il nostro vettore motivazionale presente nei nostri desideri ?
È il desiderio che incanta e accende la vitalità, esso porta all’ attenzione l’ essenza di se, la vera spinta ad esistere.
Il Desiderio è un vero e proprio propulsore di vitalità, sollecita la mente che la fa sussultare attraverso la pelle. Il desiderio sovrasta la paura, il piacere è il vaccino della paura. Questa è la legge della mente.
Il desiderio Sollecita la ricerca, ostina il biologo, lo psicoterapeuta, il matematico ad osservare i fenomeni e a ricercare in essi il nuovo, a dare voce all’ ignoto e alle mancanze, avide di essere comprese.
Un desiderio anima la fantasia, sollecita condivisione, diventa causa ed effetto di un’incontenibile estasi tra ignoto e conosciuto. Qualsiasi forma di ignoto eccita una ricerca.
La stessa sregolatezza è tutto ciò che non sta affatto bene agli altri. Essa è l’evidenza di una diversità sconcertante. Abilitarsi allo sconcerto rende strong e maturi. È il desiderio che delinea il confine tra noi e gli altri. I nostri desideri rappresentano i peggiori disappunti, la distanza e l’ esplosione della polemica per gli altri.
Un desiderio impetuoso, trova nella seduzione la sua massima espressione, attraverso quelle emozioni i involontarie che fanno vibrare i sensi, esse sono talmente veementi e prepotenti che allo stesso tempo mostrano la nostra più intima fragilità, perché rivelatrici di bisogni.
Il desiderio è la motrice che risolleva dall’ordinario, è il pacco regalo delle novità, è la sorpresa nel cilindro che regala lo stupor, è fibrillazione adrenalinica, slancio, passione, vita e vita ancora.
Il desiderio è cavernivolo, ma la sua consapevolezza lo rende elevato ed illuminato tanto da saperlo gestire, chi non riesce a codificarlo, non lo sa gestire, lo subisce e ne resta predominato come fosse una malattia.
Il Desiderio è allo stesso tempo tormento e piacere, auspica al godimento. Più si è tormentati, più si ha un appetito smisurato di desideri.
Il tormento passa in assenza di desideri.Quando i desideri si fanno smisurati, spaventano e diventano tormento.
Non ci sarebbe la propensione al piacere, se ci fosse la sua assenza o la sua scomparsa.
Tutto ciò che dà piacere lega e genera dipendenza perché ricercatrice di presenza, di complicità, ma lega e dà dipendenza anche ciò che frustra e genera dolore, nel tentativo di ricevere amore.
In tale dinamica, esiste una smania insopportabile attraverso pretese non giustificate per catturare e rendere l’ altro preda ed oggetto del proprio piacere e nello stesso tempo proprio tormento.
Quando l’ oggetto del piacere c’è, risulta essere seduttivo, quando si ecclissa diviene solitudine, vuoto. Ma il desiderio può e deve prescindere dall’ altro. Quando il desiderio prescinde dall’ altro, viene raggiunta l’ autonomia perché raggiunge l’apice dello star bene e del desiderio di sé.
Chi alimenta il desiderio continuo dell’ altro, si allontana da se, alimenta il suo decentramento , ma, allo stesso tempo, il desiderio di sé, come amore e auto realizzazione di se, promuove una relazione esaltante.
La convinzione che noi siamo i desideri che proviamo, ci permette di apprezzarci, di osservare la meraviglia che diamo, questo ci cambia lo stile e la prospettiva di vita, aumenta l’ autostima e ci rende meno avvezzi alle malattie e ai sensi di colpa.
Passare dal mood del pensare e del dover essere, verso il desiderio,
conduce ad una sofferta libera emancipazione da una arretratezza cavernicola, da quel modo popolare di pensare stereotipato, da tutti coloro che inconsapevoli di quale prigionia mentale li attanagli, vorrebbero riproporci, come un mantra,lo stesso identico pensiero reiterato, comune della società della caverna, come critica del desiderio puro, per riproporci inesorabilmente, come magia delle ossessioni, le stesse grate degli obblighi e degli arresti.
Si palesa un continuo confronto e conflitto sociale tra il pensiero della caverna e il desiderio come prospettiva emancipata, come se quest’ultimo fosse una minaccia verso il disordine, un demone della perdizione dal quale difendersi.
Questo conflitto si pone come un tentativo di recupero alle funzioni oscurantiste precedenti, nel tentativo di indurre a quel perpetuo familiare senso di colpa di vivere un se auto rinnegato, assente, privato dei piaceri, a svantaggio del demone desiderio.
I desideri repressi del quotidiano creano una catena interminabile di sintomi e malattie. Gli stessi sintomi sono gli indicatori diretti della negazione di se, sono la non esistenza. Ma la vita fondata sui dolori e sulle privazioni che senso avrebbe se tutte le scienze hanno il solo scopo di superarli.
Se la vita è nel desiderio, non si comprende per quale forza malefica della natura, dovremmo subordinarci al non senso, al sacrificio. E chi l’ha deciso e per quale legge del pensiero, il desiderio non sia costruttivo, e non realizzi e non costruisca tutte quelle attitudini fini ad ora attribuite agli obblighi ?
Solo i desideri motivano i più grandi progetti della vita e le più grandi imprese ciclopiche, ci rendono mentalmente produttivi e monumentali, mentre il dovere, l’obbligo, il sacrificio, il senso di colpa, sono modalità rappresentative dell’ insicurezza, rendono tremendamente dipendenti ai dogmi. Ognuno resta dipendente se rimane dipendente al senso inesorabile del solo dovere se da esso non si emancipa.
L’ antipodo è istruirsi al desiderio, ed è il passo più lungo della gamba, perché per emanciparsi, il passo deve necessariamente essere più lungo del solito.
δesidero εrgo σum
giotgio burdi

Dalla Sofferenza, alla Serenità, al Desiderio: un Tragitto verso la Felicità
Sofferenza, Serenità e Desiderio.
un tragitto verso la felicità.
Spesso siamo continuamente adagiati nell’ attesa di eventi che ci cambino la vita, sospiranti di passare dalle precarietà delle sofferenze, alla serenità auspicata e rilassata, aspiranti verso il desiderio.
La sofferenza immobilizza, è aggressiva, imbambola, frena,isola, introietta, implode, impedisce l’ intraprendenza, lega i pensieri, lega le mani, inibisce la caparbia, demotiva l’iniziativa, ti scoraggia, ti siede e ti stende, rende fobici, insofferenti e insoddisfatti, fa ginnastica passiva, demonizza gli eventi, si lamenta sempre, è astenica, passiva,è statica, istrionica, blocca, affossa, seppellisce, è ritrosa, nervosa, introversa, arrendevole, è paranoica, attende solo sentenze, è diffidente, è un urlo disperato di vita, giudica e teme il giudizio, è intrusiva di pensieri di malattie e di morte, ti incarta, ti imballa e paralizza.
La serenità è una meta tanto sospirata, acquieta, è stasi, si distacca dalla realtà, evita intrighi, confusioni e conflitti, non è invadente, né invidiosa, è indifferente, fa la brava, è pia e bigotta, non si impiccia, è ipocrita, si astiene, è buddista, fa yoga, pilates, è discreta, si distacca, trattiene, è fedele, è uno status quo di grazia, non muove una foglia, è un mare piatto, caos calmo, è paziente e severa, non punta il dito, non si compromette mai, è super partes, non si schiera mai, è un angioletto, scaccia l’ impulso a vantaggio della noia, orientata alla malinconia, evita le iniziative, pur di ottenere la calma ed essere difesa.
Il desiderio è turbolenza, inquietudine, emozione, effervescenza, esalta la ricerca, è diavoletto, orientato all’ amor proprio, non cede al senso di colpa, non colpevolizza, vive e lascia vivere, è complice, è rock and roll, è Dire Straits, persegue il piacere, è un fuoco d’artificio, una cascata tiepida, genera benessere, è frenetica nel condividere, è riservatezza, vorrebbe urlarla, è pressione adrenalinica, battito cardiaco nelle arterie, è un metro sopra la testa, se ne frega del giudizio, è parente stretto dell’ edonismo, un botto di petardo a capodanno, che delinea un inizio tumultuoso.
Chi è tranquillo, si accontenta, ma chi si accontenta non gode, si ferma, si orienta all’ ozio. La tranquillità fomenta l’attesa, e se attendi troppo, trovi la noia. La tranquillità è passiva, cerca ciò che già conosce, Il desiderio è attivo, fomenta l’ osservazione e la ricerca, accoglie il nuovo sconcertante e non lo spaventa, brucia la noia, è audace, è Cape Canaveral, il propulsore e la spinta al bello, è il contrario dell’ attesa, è iniziatore, protagonista e determinista, è intraprendente, osa, è caparbio, parla chiaro, spiattella e se ne fotte del populismo.
Che male c’è nel desiderare, se le situazioni, le persone che ci sono attorno sono fatte di corteccia, e le loro sofferenze son legate ad una vita di apparenze, sopravvivono di essenzialità, vivono di solo calcio, di numeri ed algoritmi, di pesi e di misure, di ascese, di accumuli da esattori, calcolatori, pressoché capitalisti, miseri arricchiti, di un vuoto esistenziale, i veri poveri sono i ricchi, freddi in petto, tecnici anafettivi, scevri di sentimenti, di ogni stimolo di emozioni, vivono di porno e trattengono le lacrime, monolitici, tutti di un pezzo, affidabili colonne fredde di travertino, cappelle cimiteriali, lontani fugaci punti vista di riferimento, muti, statici di sicurezza e serenità apparenti.
Basta un tetto, del sesso, del cibo e la pecunia, per essere sereni ? Anche, ma Senza un flusso di parole condivise, come una fiamma ossidrica, che legame o saldatura ci sarebbe?
Chi desidera è intraprendente, suda a maniche di camicia bianca rivoltate, ha i calli sui neuroni, è resiliente, è un ricercatore di mille soluzioni per un solo problema, piuttosto che mille problemi per ogni soluzione, invece chi è tranquillo, non gliene fotte nulla, ne del problema ne della soluzione invece chi soffre, subisce i problemi, non vede mai soluzioni ed è un residente in via passato al numero zero.
Esistono pochi altri, piacevoli veri, uomini alfa, attivi, positivi, intraprendenti, costruttori propositivi, accoglienti, non oppositivi, non resistenti, fatti per far vibrare, scuotere e brillare, operatori di risorse, illuministi, che hanno mille colori per interminabili mille sfumature di grigio, che lasciano e fanno vivere, non sono né invidiosi, ne complottasti, ne competitivi e gioiscono per i successi altrui.
Star bene da soli è il primo obiettivo, ma star bene con certi altri è un obiettivo superiore che va oltre di noi, è il non plus ultra, Se stai bene con te, riesci a fare a meno degli altri, e se riesci a fare a meno degli altri ti cercano tutti.
Bisogna piantarla di demonizzare il desiderio, esso è la chiave che permette l’ attrazione per tutto, per lo studio per i lavori per le relazioni vere. Senza il desiderio si è spenti, non ci sono ne motivazioni, ne sapori, ne mare, ne arcobaleni, non si godrebbero i figli, il lavoro, la casa.
L’assenza di godimento, è l’ alienazione, della motivazione a vivere, dei bisogni, e delle intime attitudini, è l’ essere votati al dolore, al già noto, obsoleto e scontato, al dovere, del “ si deve, per forza”. Quale croce o buio è fine a se stesso, se non è invece orientato alla luce oltre il tunnel ?
Se non avessero senso il piacere e il godimento, non saremmo mai nati, non saremmo mai stati concepiti; è il piacere che spinge all’ accoppiamento, alla vita e la vita rinasce se si possiede la spinta verso il piacere. Per quale motivo di follia allora dovremmo ontogeneticamente essere orientati a soffrire ? Vive chi reagisce al dolore attraverso il suo urlo di vita.
In assenza di piacere non avrebbero senso tutte le attività cliniche e sanitarie, compresa la mia, tutte alleate nel dichiarare guerra al dolore, alla sofferenza umana; il dolore non è mai la meta, ma il tramite per la salute, il benessere e la gioia. La vita va goduta, sul proprio balconcino sul prato o sul balcocino di Licata, come un caffè arabico, cremoso e dolce nel suo essere amaro e profumato nel suo sapore.
Quando si dice, è una persona viva, si intende attiva, agguerrita verso il dolore umano, serena, generatore naturale come l’ istinto che lo caratterizza, del desiderio di esistere, di godere quello che è e quello che fa piaccia o no agli altri. Tanto le sofferenze, i doveri e le responsabilità chi li scorda? Tra l’ altro non ci ricorderanno manco per essi. Le sofferenze ci saranno sempre e sono talmente tante, che sarebbe il caso difendere sempre l’ umore e la vitalità per la quale avranno più memoria.
Chi lo dimentica è vincolato alle proprie zavorre, non si ribella mai, non sbraita, e non spacca mai nulla per disperazione, con il rischio di identificare la vita al peso delle zavorre della mongolfiera, lasciale cadere se vuoi risollevarti dal terreno e dal fango, verso il crepuscolo dell’ orizzonte. Bisognerebbe lasciar traccia delle bellezze, considerato che abbiamo spesso solo la memoria del peggio.
Non si può essere poeti solo quando si soffre ma andrebbe dato onore ai poemi sulla gioia.
Chi possiede la malattia del dovere, trasmette la cultura della rinuncia, dell’ accontentarsi e del contenersi; chi possiede la cultura della vita vive inevitabilmente per il piacere che per sua prospettiva, si auto conduce alla propria felicità.
giorgio burdi