
La Trottola
LA TROTTOLA
Ogni cosa ha il suo posto e ognuno è di se stesso, è proprio, ma se perde il suo asse, la propria centratura, va fuori dalla sua perpendicolare, fuori strada, è la crisi, subisce la lussazione di se, la decentratura del menisco che lo rende claudicante; ogni cosa per reggersi deve essere sul suo baricentro, è un assioma, non sei tu a deciderlo, lo decide la legge della forza della gravità.
Una ruota che perde l’ asse genera una sbandata, un fuori strada, uno slittamento se la strada è viscida, uno schianto, un pistone che non fluisce, blocca il motore, l’ ingranaggio fuori centro del bilanciere di un orologio, sballa il tempo. Una corda molla, stona, una sbavatura, sporca, una foratura ti obbliga alla fermata, una macchia su una camicia, rovina la festa, un treno oltre i binati, deraglia. Per funzionare, tutto ha un centro ed una propria collocazione.
È indispensabile curare, rettificare il verso, fare un’ auto centratura, una equilibratura, la convergenza del se, piuttosto che rimediare delle stampelle, una barella, una carrozzella, una ditta appoggio o cercare ripetutamente una spalla sulla quale gravare e continuamente piangere.
Ognuno che reitera lamentele, si ostina abitualmente a gratificare il suo bisogno di attenzioni, ricerca continuamente consigli e consensi, si incolla e si accolla, salta in groppa come su un dromedario, si appiccica come una zecca, un simbiotico, crea una una fusione, una confusione, faticosa da slacciare, fatta di un legame solo di aiuto, di supporto e di dipendenza. È molto pericoloso chiedere e dare aiuto se esso non guarda oltre, verso l’ autonomia. È molto pericoloso perché , se l’aiuto non è competente, blocca la crescita, genera il controllo e involuzione, oltre che produrre dipendenza, ad un problema se ne accolla un altro.
C’ è a chi non basta mai, a chi ti cerca sempre, a chi ne vuole ancora e vorrebbe tutto, un coatto, che ti toglie a pezzi, ti frantuma, è chi ti stende a terra, una iniziale benevolenza, si fa presunzione ti mette a tappeto, si fa zerbino, sacrificio, nel tentativo di renderti, proprio, assimilato, assorbito, fagocitato, digerito, defecato, reso meno dell’ inutile e poi espulso e buttato. Certi vittimisti generano vittime, depersonalizzano. Attenzione a chi si lamenta troppo, a chi si decide di ascoltare, prima di lasciarsi coinvolgere in un problema altrui.
Chi tutto vuole, nulla stringe, chi chiede di piu, richiede sempre di più, distruggerà quel sentimento di passione, di amore, di umana solidarietà e convivenza, verrà meno il rispetto, prima o poi esplode, si va in fuga, più compresi, estranei allo specchio, perché lì, vedrà sempre l’ altro.
È molto bello, affascinante osservare una trottola, gira solo se è sola su se stessa. Non ha alcun altro riferimento se non il solo punto del suo ago sul quale regge. Regge sul nulla, un semplice ago, non si lamenta, non è tanto, ma non è poco, ma è l’unica risorsa che ha, un solo punto, nemmeno un punto e virgola, fa solo riferimento ad esso. Anzi, un solo punto è abbastanza, è la perfezione, perché se ce ne fossero anche solo due di punti, ci sarebbe la sbandata, lo squilibrio.
Se rammenti e ritorni sul tuo punto di rotazione, allora diventi stabile, ma per lo sguardo altrui, un egoista, un cattivo, perché riprendi a roteare, un intollerante, un ipocrita, un incoerente, un inaffidabile disobbediente, che non ascolta piu gli ordini e la coscienza degli altri o le direttive e i loro comandi, che vai a briglie sciolte, un bugiardo allo sbaraglio, da temere, che ormai può mordere senza collare né museruola.
Una trottola non ha alcun ritegno o scontate direzioni, si diverte, salta e ruota sfiammante, tra sfumature di colori, pazza gira, diserta le traiettorie e le prospettive, danza in inaspettate geometrie e direzioni. La morte non è solo quella che tutti sappiamo, ma è permettere di lasciar di noi, tutto nelle mani di qualcuno.
Perchè diviene così inevitabile e a volte necessario e proficuo, diventare l’ ombra di qualcuno, perdersi dentro un chiunque, inseguendo le sue orme, le sue nebbie, pendendo dalle sue labbra ? Non ci rendiamo conto di diventare il tappeti, succubi, sottomessi, come fossimo delle bambole. Come mai ci imbattiamo e commettiamo grossi e soliti errori di valutazione e come delle marionette ci lasciamo manovrare da fili cosi impercettibili ?
Sono le assenze subite che ci fanno cercare presenze qualsiasi. Questa è la trappola. Ognuno, nutrito da assenze subite, si nutrirà di ulteriori assenze presenti. Quando parliamo di presenza, non dobbiamo confonderla coll’ aver ricevuto vitto e alloggio e sostentamenti vari. Tutte le persone che entrano in analisi con un disagio, affermano che a loro, alle volte, non manca nulla. Ciò che determina l’ assenza è la mancata comunicazione e il dialogo che si prende cura di se, nella massima domanda del “ come stai ? “ ed innanzitutto gli abbracci rassicuranti di una presenza fisica reale a dispetto dell’ anafettività. Si può avere tutto, ma senza gli abbracci, la presenza diviene un fantasma, quell’ affetto platonico che si fa retorica, assenza.
Il vero problema siamo solo noi, è quello che cerchiamo assenti, ci incastriamo ed inganniamo in apparenti presenze. Ma la responsabilità non è dell’ assente trovato, ma delle nostre assenze passate sofferte. Esse ci hanno formato nel cercare e selezionare, in modo quasi certosino e con un tocco da quasi professionisti, solo e solamente assenze.
Anche se scegliamo di rimanere da soli, perché quella, secondo noi , è la scelta più conveniente, essa è la condizione ancora più chiara che lascia esattamente intendere delle assenze subite. Non posso star bene con, se sono stata formata all’ assenza, pertanto starò bene sola, o si fa per dire.
Per contro, la persona sola o chi soffre di solitudine, a sua volta ha sofferto la solitudine per le assenze forzate e di conseguenza chi ricercherà se non presenze assenti, perché ha imparato a cercare solo ciò che ha ricevuto, il nulla.
Chi è formato all’ assenza non è propriamente stato formato al nulla, ma viene formato al problema, al problema di avere o di evitare per forza qualcuno nella propria vita.
Se ne giunge a capo, solo se ognuno si chiede di quali assenze originarie ha patito ? La bonifica va fatta a monte e non a valle. Non è colpa del destino o dell’ attuale condizione, questa la si può sempre cambiare, ma della matrice originaria, che genera “serigrafie” all’ infinito.
Non sarà mai troppo tardi per recuperare il tempo vissuto male e con inganno e pertanto non sarà mai troppo tardi per recuperare oggi quelle energie per tornare a se stessi, sulla scia di quella libera trottola che schizza, gira e danza, che si accontenta di un solo punto e per quanto poco possa essere, è il suo indispensabile, è il suo tutto, e se volesse di più, sbanderebbe. Il problema di ognuno, è quello di perdere il proprio punto e di temere di non poterlo più ritrovare, ostinandosi a cercarlo negli altri.
giorgio burdi
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Le Transenne
Il perfezionismo:
Una vita in transenna
.Il perfezionismo è un’arma a doppio taglio per cui, se da una parte è tutto perfetto, dall’altra c’è tanto disordine.
L’idea di perfezione si accompagna con il concetto di ossessione, ansia, panico, compulsività: la ricetta utile per far impazzire un essere umano o dargli la possibilità di spegnersi.
Le regole, ciò che più piace al perfezionista, esistono, lì dove seguono il naturale funzionamento dell’oggetto. La vita è un apparecchio che deve seguire il suo automatismo.
I computer hanno un tasto di accensione e una procedura che porta a compiere una data operazione programmata da altri alla quale conformarsi.
L’essere umano non è dotato unicamente della parte programmatica o razionale ma anche di quella emotivo- sensibile, a programmata e sprogammabile, una follia per il perfezionista.
La capacità di saper raccontare ciò che si ha dentro, è al servizio dell’emozione stessa, che nasce ancor prima di essere pensata/organizzata mentalmente.
Vien da sé che il perfezionista, una volta ultimato il progetto di vita, non è poi capace di viverlo attraverso la propria pelle, perché dovrà seguire quella programmazione che ha costruito, riscontrando un disagio tra schema e vita di adattamento.
Quale ordine è allora quello del perfezionista? Si può dire simile ad un recinto chiuso in cui tutto è minimamente organizzato nei limiti in cui non entra un alito di imprevisto e di vento di sensazioni pronte a creare scompiglio.
E’ più facile immaginare un gregge di pecore in uno spazio recintato che pecore impaurite allo sbando. Il perfezionista vive l’ identica situazione.
Rigidità, linearità, logicità, raziocinio, rappresentano le transenne, le staccionate che fanno da padrone nella vita personale, militarmente organizzate del perfezionista.
Il respiro non si espande ed è soffocamento e dunque somatizzazione, perché ho una cefalea muscolo tensiva o una emicrania ? Perché i muscoli del mio corpo si irrigidiscono da soli? Eppure non ho fatto sforzi.
Il muscolo dell’anima sottoposto ad un movimento disfunzionale, contrario alla sua inclinazione, si satura alle contratture, sviluppando dolore, senza che sia la persona a volerlo.
Lo schematismo, il perpetuarsi dell’ossessiva organizzazione dell’agire, diventa come una ginnastica fatta male che porta la persona ad un irrigidimento, corporeo, insensibile ad alcuna emozione, ritenuta inutile.
Nulla è abbastanza, nemmeno uno svuotamento completo delle tensioni se la causa resta intangibile. Non c’è siddisfacimento per il perfezionista che da grande progettista, diventa un disabile nel fiume in piena della vita nella quale annegherebbe.
Lasciare le proprie staccionate, sprogrammare le abitudini,la routine, andare oltre, significa avvicinarsi a se stessi significherebbe far funzionare le proprie funzioni vitali, la circolazione, far pulsare serenamente il cuore, far respirare della pelle.
Uscire per poter rientrare in noi stessi dentro le nostre vesti che dona la possibilità di vibrare.
L’idea che meglio rende il danno di colui che tutto progetta è, che se il perfezionismo e l’emozione si incontrassero per strada, neanche si saluterebbero.
silvia valenza
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Il Perfezionismo È Una Disavventura
Metodo di approccio di psicoterapia dello Studio BURDI
per
SUPERARE IL PERFEZIONISMO
Perfezionismo negazionista
Il perfezionista non si lancia, scalpita e attende, pregusta ma non osa, rimugina, in fervore come una pentola con l’acqua che bolle e attende che vengano calati gli spaghetti.
(Approfondimenti su pensiero focalizzato e azione “Pensa e arricchisci te stesso” autore Napoleon Hill).
Ama la pianificazione, nei minimi dettagli, l’attesa dell’azione, ma non l’azione in se: essa infatti potrebbe nascondere l’insidia dell’errore.
Ma non è per errori che impariamo, che iniziamo a camminare in posizione eretta, che scoviamo le nostre debolezze e le nostre paure che sappiamo celare con maestria, che sperimentiamo cose o azioni a noi sconosciute?
Strettamente connessi, vagano per la nostra mente due energumeni di nome “errore” e “giudizio”.
Costoro, andrebbero tenuti a bada e non lasciati liberi di inquinare il nostro giardino mentale a loro piacimento, facilitando la creazione di convinzioni negative.
(Approfondimenti sulle convinzioni “Psicocibernetica”, Maxwell Maltz). Infatti, questi, ingordi delle nostre insicurezze, non sono mai sazi: portano a farci sentire inadeguati, sbagliati, talvolta con ansia da prestazione. Sono sempre lì, in agguato, dobbiamo dunque imparare a conviverci.
Vedete non penso esista un assoluto negativo o positivo, ma ritengo vi siano molteplici sfumature. Se presi nel modo giusto, dunque, errore e giudizio possono insegnarci molto. Ma come?
Nella sua eccezione negativa nella nostra società il giudizio è parte integrante, consequenziale, dell’errore.
Ma se voi sbagliaste, ed oltre ad esservi messi alla prova e aver tracciato con sincerità i vostri confini – estendibili gradualmente tramite la pratica – apprendereste come migliorare ogni giorno, non diventereste forse persone migliori?
Secondo la Psicocibernetica, siamo predisposti per tendere a un fine autoimposto raggiungibile tramite tentativi, volti al perfezionamento graduale della tecnica, sino al raggiungimento del fine stesso.
Mentre scrivo, mi trovo nella periferia estrema di Barcellona, causa un errore organizzativo con i miei amici che mi hanno portato a cambiare alloggio, senza però trovare una zona migliore.
Meraviglioso! Da questo “errore” organizzativo ho trovato in me il meccanismo inceppato che cercavo di oliare più volte, senza però essermi trovato nelle condizioni ottimali per farlo.
Zaino in spalla, pronto ad andare all’avventura in cerca di una nuova sistemazione. Quante virtù sento scorrere in me ora, prima come assopite e arginate da una diga nella routine quotidiana, ora fluiscono in me come un fiume in piena. Intuito, intelligenza emotiva, caparbietà, le sento ora dentro come non mai.
Ditemi, vi entusiasmerebbe forse di più un viaggio organizzato nei minimi dettagli, con le attività pianificate ora per ora? Ma ciò, in fondo, non si ridurrebbe alla mera esecuzione di un piano?
Spegnete i telefoni e chiudete per un attimo le agende, lanciandovi alla riscoperta del vostro numero 1.
Non lasciatevi inquinare dai piani dell’amico del bar, dai capricci del vostro partner, dalle aspre frecciatine di una collega. Entrate in contatto con il vostro io primordiale, senza timore dell’inevitabile giudizio esterno, spesso riflesso delle convinzioni altrui proiettate ottusamente su di voi e non di un feedback oggettivo. Amate errare, perché – errare humanum est – e perché privarsi di una delle migliori espressioni di umanità, se esso nasconde potenzialmente i frutti di un vantaggio superiore o equivalente.
Chi è audace, sbaglia per natura, interpretando l’errore con la propria percezione volta alla fiducia personale come opportunità e non come tragedia.
Chi fa, spesso viene giudicato, ma sa selezionare dalla lista come si fa su di un tablet al ristorante giapponese, quello sotto casa dove si va la domenica sera, solo i giudizi oggettivi e costruttivi per trarne vantaggio.
Dunque, il perfezionista non avrà dubbi di essere il migliore nel suo acerbo mondo interiore, fatto di sovrastrutture e specchi, che riflettono la luce ma non brillano di luce propria. Difatti, da una porticina scorgerà una luce abbagliante, dietro la quale si celano le mille tonalità di colore della vita, come un prisma, che egli non ammetterà alla propria vista, poiché sprovvisto delle lenti giuste.
Entrate al di là della porticina, perché dietro di essa si celano i colori più belli e lucenti del nostro cammino. E se nel vostro personale cammino vi imbatterete in qualcosa che non sia perfetta per i vostri standard, sappiate che perfezione fa rima con percezione e non per caso, è soggettiva e fallace, poiché ogni cosa può essere vista da infinite prospettive.
Non precludetevi mai opportunità e siate pronti a coglierle, quando questo diviene possibile, la vita diventa un’ avventura.
Carlo MASTROIANNI
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Sono Psicosomatico
Metodo di approccio di psicoterapia dello Studio BURDI
per
SUPERARE I DISTURBI PSICOSOMATICI
Cosa sono i disturbi psicosomatici
I disturbi psicosomatici sono reali disturbi corporei che si manifestano attraverso diversi sintomi percepiti a livello fisico, ma non direttamente riconducibili a patologie organiche o mediche.
I disturbi psicosomatici hanno origine nella nostra sfera emozionale, nel mondo affettivo, e riguardano la nostra psiche.
Alla base dei disturbi psicosomatici c’è la relazione mente–corpo e gli effetti negativi che la psiche riflette e trasmette al corpo. L’individuo è formato da entrambe le parti, psiche e soma, l’una influenza l’altra. In virtù di ciò una malattia organica può alterare la psiche e il funzionamento cognitivo, così come un disturbo psicologico può alterare il funzionamento dell’organismo. Trovare un netto confine tra corpo e mente può risultare spesso difficile data la continuità tra i due.
I disturbi psicosomatici, dunque, sono spesso risposte fisiche a disagi psicologici. Sono un ottimo campanello di allarme perché indicano la presenza di un disagio psicologico, di emozioni soffocate e dolorose. Essi nascondono un’interazione di problematiche fisiologiche, psicologiche, psicosociali e ambientali.
Attraverso i sintomi psicosomatici il corpo comunica quello che non si riesce a dire liberamente o ad accettare.
L’individuo che soffre di disturbi psicosomatici fatica a riconoscere che il problema sia legato ad una situazione emotiva compromessa e cerca solo risposte di natura medica e organica attraverso serie di accertamenti. Non riuscire ad individuare una patologia, un problema organico, non riuscire a dare un nome al malessere che si vive, genera ancora più ansia e stress.
Cause
Tutte le situazioni che mantengono il sistema nervoso simpatico in continuo stato di eccitazione e il protrarsinel tempo di situazioni stressanti non più ben tollerate e che affaticano il nostro organismo, genera sintomi fisici, provoca malessere. Tra le situazioni causa di sintomi psicosomatici:
I disturbi psicosomatici si manifestano quando la mente prova a controllare troppo.
Un’altra causa dei disturbi psicosomatici può essere riconducibile al legame disfunzionale del paziente psicosomatico con gli altri membri della sua famiglia così come sostenuto dallo psichiatra e psicoterapeuta Minuchin. Il legame disfunzionale è caratterizzato da relazioni non sane basate su eccessivo senso di protezione, eccessiva intrusione nelle questioni, rifiuto del disaccordo, conflitti irrisolti, mancato riconoscimento dell’individualità altrui.
Sintomi
I disturbi psicosomatici possono interessare diversi organi e apparati e manifestarsi con svariati sintomi:
apparato gastrointestinale
apparato muscoloscheletrico
apparato cardiocircolatorio
apparato respiratorio
apparato urogenitale
apparato tegumentario
sistema endocrino
Cura
Molto spesso i disturbi psicosomatici hanno un impatto negativo sulla vita dell’individuo condizionando la quotidianità e le relazioni.
Se i sintomi psicosomatici sono comuni nelle forme di depressione e dei disturbi d’ansia, essi sono presenti anche in assenza di disturbi di natura psicologica e questo rende più difficile per chi ne soffre attribuire il malessere fisico a un disagio psicologico anziché ad un problema organico.
Il primo passo per la cura delle somatizzazioni è riconoscere la loro natura. Sicuramente un approccio integrato tra discipline mediche e psicologiche risulta di grande supporto per il paziente.
La medicina aiuta a gestire i sintomi fisici e ad escludere problemi di natura organica, la psicoterapia ad ascoltare e accogliere i disturbi lavorando sull’individuazione delle cause.
La psicoterapia aiuta a guardare nella grande sfera delle emozioni, della paura, della rabbia e del dolore. Permette di individuare i pensieri ricorrenti, gli schemi rigidi di ragionamento e di ristrutturarli.
La psicoterapia, inoltre, permette di ristrutturare il modo di interpretare gli eventi negativi attraverso un lavorosulla consapevolezza delle proprie risorse. Molto spesso le reazioni emotive sono esagerate perché la nostra mente non valuta le proprie capacità e sopravvaluta la minacciosità e pericolosità degli eventi.
Il lavoro terapeutico aiuta a riconoscere la presenza di una componente emotiva che causa il sintomo fisico, riporta l’attenzione sulla parte emozionale e relazionale del problema.
Trovare la forza di lavorare su sé stessi scoprendosi, permette di migliorarsi, di trovare un proprio equilibrio emotivo e il proprio benessere.
Sintesi a cura di:
Dott.ssa Elisabetta Lazazzera
Tirocinante di Psicologia presso lo Studio BURDI
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Significati
SIGNIFICATI
Questo argomento, pone molte domande sull’ universo del senso della vita, su quale senso si orientando i nostri istanti, le nostre giornate, l’ esistenza. Attraverso queste righe, non vogliamo avere la presunzione di orientare verso dei significati, ma indicare che il senso o il non senso che diamo, ha un impatto notevole sulla nostra qualità di vita.
Ci domandiamo che senso ha, essere presi da un’ altro, o essere innamorati, la noia, ,essere vispi ed accelerati, allegri, spenti, gioiosi, affranti, indifferenti, come mai ci accerchiamo senza desiderarci o ci circondiamo di presenze nulle o assicuriamo e ci garantiamo alla solitudine. Tutte queste modalità hanno sempre un punto di lancio, un intenso involontario significato motivazionale. Volere o nolere, tutto ha un significato, o siamo continuamente orientati nel cercarne sempre uno.
Una vita senza significati, non lascia speranze e nemmeno trasparire la vita stessa, essa viene percepita come, un non senso, non avere un percorso ed un progetto, una mancata missione. Il senso della vita, è voler comprendere quale è la propria missione, non quale è il nostro lavoro, ma quale è il più profondo piacere di esistere. La vita è una chiamata a lasciare un segno, lasciare un modo che aiuti a vivere meglio e bene in questo tragitto. Questo può accadere, attraverso una attenta ricerca introspettiva, interrogando il proprio numero uno, i propri talenti e la propria attitudine, si dispiega una strada maestra. La scoperta della propria attitudine genera slancio, serenità e sorriso, lascia trasparire la solarità, testimone di quanto sia davvero bello ed entusiasmante esistere.
L’ esperienza quotidiana ci pone sempre in un processo di cambiamento continuo pianificato o accidentale, lasciando cambiare i nostri significati, gli obiettivi, con le circostanze diveniamo normalmente incoerenti, perché cambiano i nostri punti di vista e le riflessioni, le prospettive e gli angoli del bel vedere, cambiano i modi di percepire, si trasformano le modalità di scelta e di azione.
Un tramonto, un filo d’ erba, un panorama, potremmo osservarlo dall’ alto o dal basso, di striscio, di sbieco, storto, sotto sopra, di lato, in una piroetta, a stretto giro, da vicino, a contatto, in lontananza o a giro giro tondo, comunque sia, se osservassimo in questo modo, riceveremmo migliaia di informazioni tutti differenti nell’ osservazione di un solo punto di veduta, avremmo migliaia di dati , di dettagli delle situazioni, vedere una realtà da pluri prospettive darebbe una realtà accresciuta, un allargamento dei suoi significati.
Quando non troviamo la via, è solo perché osserviamo poco, ci ostiniamo nell’ unico senso obbligato, nel verso delle nostre abitudini strutturate. Le abitudini si comportano come delle ossessioni, delle griglie a maglie strette di lettura che filtrano tutte le più grosse informazioni utili, le griglie ci permettono di guardare solo ciò che vogliamo vedere, e non ci permettono di emancipare. Guardare dai diversi punti di veduta, allarga le maglie, illumina L’ esperienza e pertanto le soluzioni. La griglia di lettura della realtà, è davvero il vero problema.
La realtà è infinita, è tanto di più ricca e profonda rispetto a quella che normalmente consideriamo, guardare in questo modo la realtà significa guardarla in profondità ed in prospettiva.
Una buona prospettiva risolutiva è considerarci prigionieri dei filtri, essi sono onnipresenti, li possediamo tutti e sono tanti. Chi sta male, deve ammettere a se stesso, che è imbrigliato in essi e deve darsi la necessità di guardare oltre il proprio limite. Questa è la peculiarità fondamentale dell’ analisi o della psicoterapia, ancora più di quella gruppo analitica, guardare oltre i propri schemi, per liberare se stesso.
Ogni situazione possiede carati di notizie e di significati, a volte incontenibili, da quelli più disparati a quelli disperati, o scontati, ma sembriamo non esser pronti a tanta bontà, ci sconcerta. Il più delle volte ci comportiamo come se la vita non fosse la nostra, ne prendiamo le distanze, diveniamo pubblico di noi stessi fin tanto che non prendiamo un palo, una sbandata o un fuori strada.
Di fronte all’ eventualità di una realtà schietta che si sbatte in faccia i fatti, ci comportiamo da distratti ed impacciati. Siamo imbarazzati e timidi, di fronte a tante informazioni, sgomenti, diveniamo increduli, accesi sostenitori negazionisti della realtà, neghiamo l’ evidenza, ci negandoci l’ esistenza di determinati tesori.
Chiediamo tanto agli altri, ma molto poco a noi stessi. Ci meravigliamo di quell’ amico che dopo anni ha cambiato atteggiamenti, che ci ha voltato le spalle, freddo e si è allontanato. Durante gli incontri con lui, molto probabilmente abbiamo solo filtrato poche informazioni sul suo conto, le informazioni migliori, quelle vere, le abbiamo perdute e il vero, non è semplicemente qualcosa, è il tutto, esso risiede innanzitutto sul pianeta dell’ indicibile nel quale risiede il significato fondamentale delle relazioni.
Magari ci comportiamo come se non volessimo sapere in più, per sola forma di pudore difensivo o per auto protezione, nascondiamo tanto e facciamo finta di nulla. Ma quando decidiamo di vedere e dire, il sonno veglia finisce, ci svegliamo o con un problema che brama risposte, veniamo svegliati dalle capocciate di una forte delusione, inizia in quell’ istante, una seconda vita, la chiamata a parlarne e a dare una svolta.
Pensa ad una situazione in particolare, fissa quel punto e chiediti, è solo questo ? Cosa altro c’è ? Cosa non voglio vedere ? Cosa mi sconcerta ? Cosa mi da gioia o tutto da temere ? Cosa sto combinando? Cosa sto scartando ? Perche non voglio scegliere,? Perché procrastino ? È lecito avere dubbi, ma è suggeribile imparare a vedere sempre e comunque a qualsiasi condizione, costi quel che costi ? È molto faticoso fare così, ma è rivoluzionario e molto risolutivo.
Non distrarti da ciò che sfuggi, sbriglia l’ attenzione, da voce da cui vorresti distoglierla. Fissa negli occhi il tuo turbamento o ciò che è doloroso o meraviglioso, anche se la soluzione non è immediatamente attuabile o velocemente risolvibile, vivi tutta la sua intensità, la troverai più leggera. Concediti ogni istante per quello che è, tutto è fondamentale, fa parte della tua vita, ascolta il tuo numero uno, ti parla ininterrottamente, vedi, non temere, agiscilo.
Se solo riuscissimo a guardare in faccia tutto ciò che nascondiamo, il sommerso, l’ occultato, lo strapiombo, l’ indicibile, sarebbe più accelerata la selezione, la pianificazione, si spianerebbe la risoluzione, la serenità, magari la felicità. Quando non guardiamo, seppelliamo il benessere, posticipiamo la vitalità, l’ impossibile ritarda, se lasciamo accadere, defluire i ruscelli, avremmo a valle cascate di energia, risparmieremmo in tempi di inutile sofferenza.
Quanto interminabile potremmo esprimere, sentire, ma ci raccontiamo in bisbìgli mentali, raccogliamo e ci accontentiamo di briciole, piegàti in due a fissarci su un dispiacere, su una delusione o una favola felice, ci soffermiamo alla scorza, ma una pesca la mordiamo per la sua polpa. Osare è vibrare. Non temere l’ emozione di ogni istante, ciò che è vivo è lî dentro, se ti chiudi, riabiliti l’ ansia, i sintomi sono il sacrificio di tutte le verità. Ogni pensiero possiede una parte sopra, un cognome, ed una parte dentro, il tuo nome, si chiama INDICIBILE. Tra i due, quale è la parte più autentica, ciò che appare o l’ invisibile? Decidi, autorizzati nel guardare più da vicino ciò che non si dice, a malapena si pensa, ciò che è nascosto, custodito nei tuoi fondali, ove si nascondono relitti, tesori e porpori coralli.
Nei nostri sotterranei sono presenti le nostre origini primordiali dei quali la nostra memoria interpellabile ne è depositaria. Ma il nucleo centrale della nostra intima riservatezza , dei nostri segreti, risiede sempre nell’ indicibile. Si può avere il coraggio di sfoderarlo, di vederlo, di chiedere e ridomandare .
Il nostro percepito lo sa, ha intuito, è arrivato, dagli ascolto e decidi ammetterlo, di chiarire, di giocare a carte scoperte. È necessario essere seri con se stessi, piantarla di nascondersi, fare un percorso per autentificarci con se stessi e per relazioni più significative.
Siamo reduci e profughi di costrutti post bellici. La ricerca scientifica per potersi emancipate e progredire, prevede l’ abbandono momentaneo di teorie precedenti. Si deve arrivare nudi, spogli di substrati predecessori, perdi tempo, per aprirsi a nuove scoperte.
Il senso delle cose, lo sacrifichiamo con gli stereotipi , i pregiudizi, i tabù e in luoghi comuni, abbiamo necessità di acque pulite che risciacquino e stimolino nuovi slanci di vita; senza stimoli c’è noia e bisogno di solitudine, di persone trasparenti, affini, intraprendenti, e se connesse alla vita, connesse a a noi da un sottile filo d’oro.
I significati sono doti non ereditabili, il vero valore è solo l’ uomo, col suo ascolto, il suo rispetto, il suo piacere, col metterci la faccia per difenderlo, col togliervi la maschera per riportarlo alla sua natura è dignità.
I significati vengono dati dalla verità, dal coraggio che abbiamo di poter essere sempre diversi, senza sentirsi umiliati, dalla parola che permette di non nascondersi mai . I significati, sono nelle passioni, che ci fanno stupire del niente e dell’ invisibile e fanno di ogni istante un film, un blasone, un dipinto, un’ icona di mille riflessioni dei tanti punti di vista. I significati sono lì dove esistono anime affini che si incontrano come quando ci si guarda in uno specchio.
giorgio burdi
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Perfezionismo
Metodo di approccio di psicoterapia dello Studio BURDI
per
SUPERARE IL PERFEZIONISMO
PERFEZIONISMO
Il perfezionismo, per quanto possa apparire tale, al contrario, rappresenta una delle tante facce dell’ insicurezza. Esso è un abito indossato di una genitorialità severa e direttiva, forgiata sui tanti limiti subiti, tali da sviluppare manie di onnipotenza.
È un lifting, una liposuzione, un rigonfiamento botulinico, con lo svantaggio inconsapevole di procurare una deformazione sulla personalità, scolpita e levigata sulla base di un protocollo.
Il perfezionismo è una ossessione per il miglioramento, per la disciplina e per un certo rigore d’ ordine, del tutto soggettivo; tutto deve essere orientato verso la condizione ottimale e giusta, perché la mente è ubicata di fatto nel caos. Chi non sopporta i rumori è perché ha l’ ingombro in testa, non ha spazio per i suoni. Così l’intolleranza e la lotta verso l’ errore, rappresenta un’ altra peculiarità del perfezionista.
Egli è colui che fa della propria perfezione, una inconsapevole imperfezione, col bisogno di individuare i difetti in tutti gli altri, da ergersi come il meno imperfetto, il migliore. Il perfezionismo è generazionale, passa di famiglia in famiglia, di secolo in secolo, appare come un bisogno onorifico di emancipazione, invece rappresenta una paranoia, una cristallizzazione ed un astigmatismo della realtà. Rappresenta l’ annientamento, la lotta contro le diversità, tutto viene livellato secondo un proprio cliché, che si spiani verso un modello omogeneo standard, socialmente accettato e condiviso.
Il perfezionismo è una dispercezione, un meccanismo di alterazione della percezione di se e della realtà, si riconduce ai disturbi specifici dell’ apprendimento DSA; una parte dell’ apprendimento verrebbe distorto e modificato sulla base di processi interpretativi soggettivi. Le informazioni acquisiscono significati differenti da quelli che la realtà propone.
Presupposto che ognuno è diverso dall’ altro, possiamo affermare che ognuno è perfetto per quello che è, per via delle proprie unicità e diversità, esattamente come per la Bella natura, il perfezionismo rappresenta il di più, la pacchianata evidente, la maschera, il copertone, la saccenza , la storpiatura, la nevrotizzazione del soggetto, rappresenta l’ esordio di una lotta contro l’ umanità, basti considerare la folle selezione della razza ariana.
La mania al perfezionismo possiede una elevata forma di predisposizione verso l’ ossessione, la compulsione, la paranoia, la socio fobia, la socio patia e la psicopatologia.
Il perfezionismo riporta in ballo sempre un modello di riferimento al quale ispirarsi, uno stereotipo ben delineato, sulla base di congetture educative, religiose, etnico politiche.
Il perfezionismo rappresenta tutt’ altro che un miglioramento, non lo legittima affatto, ma rappresenta la perdita per eccellenza di significati ed uno svuotamento delle potenzialità umane.
Il perfezionista pertanto ha sempre un modello di riferimento, persegue come un automa e in modalità ostinata ed automatica, un determinato schema, tale da poter affermare il suo modello di riferimento, ma di fatto attua la sua più elevata forma di deviazione da se. Diviene l’ ombra di se stesso.
Gli acerrimi nemici del perfezionismo sono, la creatività, la naturalezza, la spontaneità, l’ affettività, i sentimenti e le emozioni. Per esso tutto ciò rappresentano errori e limiti, da evitare, sono il freno e la spaccatura nel raggiungimento del modello, perché conducono fuori dal loro perimetro di riferimento.
Un perfezionista deve rigorosamente essere anafettivo, sempre preparato e pronto nelle sue risposte, manager di se stesso e degli altri, h 24, ma non potendo garantire costantemente le aspettative per l’enorme sforzo richiesto, il più delle volte si defila e riappare nel massimo della performance; l’ imprevisto e l’ improvvisazione lo fa impazzire, lo fa dissociare, lo svela, lo rende per quello che è, timido ed impacciato.
La mania del perfezionista è il controllo su di se ed innanzitutto sugli altri, per poter mantenere in auge la sua immagine. Senza di esso c’è la crisi, la fuga dalla realtà. Il perfezionismo è un limite che genera un limitato, un formalismo, produce un soggetto che non vive, con un disagio di accomodamento e di rigidità, fino a quando non raggiungerà il modello da esibire, fiero da ostentare il suo narcisismo patologico.
giorgio burdi
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IL PERFEZIONISTA
Il perfezionista non si sente mai pronto, mai sicuro, mai abbastanza. Ogni occasione lo trascina nel vortice dell’incertezza, dell’insicurezza profonda di cui è artefice nella sua confusionaria mente.
Controllare ogni cosa, ogni movimento, ogni parola, ogni situazione, tutto deve essere sotto attento e vigile controllo. Tutto. E se qualcosa dovesse sfuggire, il perfezionista-insicuro, impazzisce: inventa, fantastica, favoleggia, sogna ad occhi aperti. È la sua verità e guai a smentirla.
È reale, così reale da poterla toccare con mano. Si brucia ma non gli importa, perché è soddisfatto della SUA verità. Nel suo caos vede l’ordine, nella sua chiusura mentale vede orizzonti.
Alla continua ricerca di una perfezione irraggiungibile, vive la sua frustrante e superficiale esistenza non rendendosi conto del male che crea a sé stesso e a coloro che ne vengono a contatto.
Il perfezionista si guarda allo specchio e non si piace. Non si piace mai. Tutti sono migliori di lui anche se non lo ammette. Tutti sono più belli, più preparati, più comunicativi, più intelligenti, più socievoli, più carismatici, più.
Il perfezionista è una persona irrisolta, una persona che giustifica le sue sconfitte con la scusa dell’essere un “perfezionista”. In questo modo la sua coscienza è pulita, si giustifica sempre : “Io sono un perfezionista, che cosa ci posso fare?”, “Io sono un perfezionista, o lo faccio bene o non lo faccio per niente”.
Il perfezionista è terrorizzato dal confronto. Vive nella perenne paura di essere rimpiazzato, di essere giudicato e messo a paragone con gli altri. E questa sua paura lo rende fobico e solo. La sua mente è un turbinio di raffronti, di ansie e preoccupazioni. Si sente unico e allo stesso tempo, immobile e rimpiazzabilissimo. Il perfezionista è un controsenso vivente.
rossella ramundo orlando
Continua
Vibrazioni
VIBRAZIONI
Esercizio per vivere il qui ed ora
La vibrazione di uno scalpello pneumatico che demolisce per ricostruire, quella di un diesel che parte, della turbina di un volo Ryan. La vibrazione ematica nelle arterie pulsanti, le note ritmiche dell’ amore, piano, forte, le convulsioni di un orgasmo, di una foglia al vento, il profumo di un risotto alla crema di scampi, dell’ oscillazione delle corde di una cetra, del canto di un soprano che fa riga un cristallo, l’ urlo di un uomo che invoca Geremia, la voglia irrefrenabile di un passate che vuole parlare, le moto che rombano, le ruote di un trolley sui san pietrini, il respiro di una donna su una panchina, io che mi appoggio alla transenna per digitare ritmicamente queste parole, la scala mobile che trema, il treno che è arrivato in uno stridio e che mi aspetta per Trastevere;
la vita, se la osservi vibra ovunque e dappertutto fuori e dentro di noi, osserva, osservala, osserva il tuo camminare, ciò che scorre intorno a te, ti parla sempre, non tace mai; come questa inglese che mi chiede where is Uber, sarà per la mia camicia di lino bianca, come fossi un addetto ad un ufficio di informazioni o semplicemente si avvicinano perché si fida delle vibrazioni della mia immagine che fuma il sigaro e scrive qui; subito dopo un altra che chiede where is the train ? È bella la vita perché dà segni ritmici di esistenza e ti fa credere che non esista la morte la vita vibra fuori solo perché vibra dentro.
Sei esattamente così come stai vibrando. Le vibrazioni vengono emesse da ogni forma di vita, su una gamma di frequenze che oscilla da un massimo di benessere, al massimo malore. Potremmo essere monitorati da oscilloscopi, da apparecchiature quali by feedback per renderci conto che siamo continuamente soggetti ad oscillazioni elettromagnetiche ed elettromiografiche. La frequenza cardiaca, l’ elettro encefalogramma, la conducibilità elettrica bio chimica tra i neuroni. La nostra vira è appesa al ritmo dei battiti cardiaci. Le nostre cellule sono in un continuo interscambio nutrizionale e di espellazione di tossine, pompe di energie che alimentano i nostri sistemi, difendono la vita e trattengono le malattie e la morte.
Le vibrazioni emesse dalla vita intera rappresentano la risposta all’ inesistenza, all’ inanimato, al vuoto, al nulla, all’ insensibile, a tutto ciò che è statico, stantio, immobile, morto.
La vita è sinonimi di vibrazioni. Stessa e Identica cosa accade per la vita più profonda, la vita dell’ anima. Tutta la gamma delle sfumature e sfaccettature emotive, rappresentano vibrazioni che ci offrono la consapevolezza della nostra presenza.
Potremmo chiederci, quali vibrazioni ho, se sto vibrando e per chi, per cosa o se sono fermo, se mi proteggo troppo o mi annoio, per chi vivo, se vivo da scontato, prigioniero delle abitudini se lascio fluire o freno e trattengo le novità. La nostra anima ha delle corde come un piano forte una chitarra pizzicata; con i pensieri e le circostanze, arpeggiano melodie continue che danno il tono al nostro umore.
Abbiamo tonalità musicali continue dentro di noi, suoni che oscillano come la marea o il maestrale o la bonaccia. Ciò che è fondamentale sapere è quale oscillazione è nostra e abbiamo, sappiamo anche che esse sono cangianti? istante dopo istante, come le sfumature dei colori e delle ombre. Sapere come sto è voler sapere quale vibrazione ho e quale emozione vorrei avere. Il cambiamento in noi è determinato dalla possibilità di poter lavorare per le emozioni che vorremmo avere.
Le vibrazioni chiamano vibrazioni, se ci sei, ci sono gli altri, le persone presenti che vibrano sono dei diapason, le senti, si cercano, si attraggono, non smettono di parlarsi, si percepiscono, si amano, lasciano il segno con la loro presenza e il vuoto della loro assenza.
Le vibrazioni non hanno misura, si estendo oltre confine, oltre il tramonto, sono inter continentali, interplanetarie, inter galattiche, aldilà dell’ nell’ iperspazio, oltre l’ altra dimensione, oltre l’ altra vita, sono telepatiche, quando siamo presenti diciamo, ti stavo pensando e mi hai chiamato.
Le vibrazioni sono tutte sincrone, ritmiche, innestano la marcia che ti fa avanzare, ti pongono nel flusso, come ora, prendi sempre il treno, sei sempre nel momento giusto e nel luogo giusto e se non lo sei, sei soltanto assente, preso da altro. Se non osservi, ti astieni se ti assenti, non puoi cambiare se resti prigioniero dei tuoi pensieri, nel caos asincrono, senti solo rumori, non movimento, sei lontano dal flusso della vita che è in te, fuori dal flusso. Solo quando decidi di esserci, ti ascolti, vedi, agisci, vivi.
giorgio burdi
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VIBRAZIONI
“Dove il terreno è piatto, l’acqua non defluisce, non ha dove andare, ristagna. Per produrre energia ci vuole una polarità, un sopra e un sotto, un dislivello, e più grande è il dislivello, più è forte la corrente”. C.G. JUNG
Sei esattamente così come stai vibrando. Sinfonia di frequenze su un ampio spettro. Polarità. E cosi’ sei anima e forma. E cosi, magnetica, nutri la vita in questo processo di fotosintesi amorosa, in cui la conoscenza di se’ ti permette di “scambiare” il vuoto, il nulla, l’amorfo, lo statico, la morte, con la vibrazione, la vita.
Le nostre cellule hanno bisogno della giuste sostanze nutritive per effettuare tutti i processi biochimici che consentono loro di crescere e riprodursi in modo funzionale alla vita, oltre che di liberarsi dalle tossine. Esattamente come per le piante e la loro fotosintesi clorofilliana, in un certo senso ognuno di noi è in grado di produrre autonomamente alcune sostanze nutritive utili a se’ e agli altri, mettendo in atto, di fatto, un proprio processo di fotosintesi. Queste sostanze nutritive sono proprio le vibrazioni che sono contemporaneamente reagente e nutrimento, causa ed effetto.
La fotosintesi è il processo che considera come primo reagente un momento buio, un evento negativo, una delusione, una idea di se’ bloccante (il mortale), ma anche la bellezza di una strada, lo struggimento di un tramonto, l’entusiasmo di un’alba, lo stupore di uno sguardo, di un gesto anelato in un momento inaspettato. Lo sguardo raccoglie, e la conoscenza del se’ agisce come il pigmento di clorofilla, che tanto più’ è presente, tanto più’ induce una quantità di nutrienti di qualità (le vibrazioni), che ci offrono la consapevolezza dell’esserci. E produciamo altresì’ sostanze nutritive per gli altri. Esattamente come la pianta trasforma l’anidride carbonica in ossigeno che rilascia nell’ambiente esterno: promotore di altra vita.
La vibrazione è vita. La vita, se la osservi, vibra ovunque e dappertutto fuori e tanto più dentro di te. Osserva, osservala, osserva il tuo andare, ciò che scorre intorno a te, ti parla sempre: la vibrazione di un diesel, della turbina potente di un volo Ryan; La vibrazione di un incontro che casuale non è. La voglia irrefrenabile di un passate che vuole parlare. Come questa donna inglese che chiede proprio a me tra tanti “where is Uber?”. Sarà per la mia camicia di lino bianca, come fosse di un addetto ad un ufficio informazioni. O semplicemente si è avvicinata perché si è fidata delle vibrazioni della mia immagine che fuma il sigaro e scrive qui, concentrato sulle sue vibrazioni. E subito dopo qualcun’altra mi chiede “What’s train?”. La vibrazione di una foglia al vento. Quel vento che sbatte sul mio viso e trascina profumi. Mi emoziono all’idea di tanta precisione. Mi batte il cuore: e di nuovo vibro. La vibrazione ritmica del battito cardiaco, quello di un orgasmo. E si. È sempre viva la vita, non esiste la morte per chi vive, la vita vibra fuori solo perché vibra dentro. E vibra fuori, di nuovo. Io che mi appoggio alla transenna per digitare ritmicamente queste parole. la scala mobile che trema, il treno che è arrivato in uno stridulo e che mi aspettava per Trastevere; le ruote di un trolley sui san pietrini, il respiro di una donna su una panchina.
Vibrazioni chiamano vibrazioni, se ci sei, ci sono, e le persone che vibrano si cercano e si attraggono, si parlano, si amano, lasciano il segno con la loro presenza e il vuoto della loro assenza.
Le vibrazioni si estendono oltre misura, dei confini e degli orizzonti, sono Inter continentali, interplanetarie, inter galattiche, aldilà nell’ iperspazio, oltre l’ altra dimensione, l’ altra vita. Sono telepatiche, quando siamo presenti.
Le vibrazioni se le vedi e le ascolti, sono tutte sincrone, ritmiche, entri in una sincronicità perfetta con il mondo, si innesta l’ ingranaggio, la marcia che ti fa avanzare. Ti poni nel flusso, come ora. Prendi sempre il treno, sei sempre nel momento giusto e nel luogo giusto e se non lo sei, sii determinato, cambialo verso la tua attitudine.
Potremmo chiederci, quali vibrazioni ho. Se sto vibrando e per chi. Per cosa. O se sono fermo. Se mi proteggo troppo o mi annoio. Per chi vivo. Se vivo scontato; se lascio fluire o freno e trattengo le novità, tutto. La nostra anima ha delle corde come un piano forte o una chitarra. Pizzicate con i pensieri e le circostanze, arpeggiano melodie continue che danno il tono al nostro umore. Abbiamo tonalità musicali continue dentro di noi, suoni che oscillano come le maree. Anche altissime. Anche bassissime. Cangianti nella frazione di un tempo piccolo.
Ciò che è fondamentale è sapere quale oscillazione è la nostra, quale emozione abbiamo, sappiamo anche che esse cambiano istante dopo istante. Sapere come sto e voler sapere quale emozione ho e quale emozione vorrei avere. Il cambiamento in meglio di noi è determinato dalla possibilità di poter cambiare le nostre emozioni, lavorando per le più adeguate. Instillando “clorofilla”.
La vibrazione di uno scalpello pneumatico che demolisce per costruire.
valeria carofiglio
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…. la verità di un’istante sia il risultato di un lungo lavoro in cui si gettano e si coltivano semi in quel senso e si genera piano piano qualcos’altro, qualcosa che ci blocca, che ci rallenta che ci fa addirittura ignorare di essere esseri che vibrano.
Mollare una certa immagine di se, quasi asettica, nell’illusione di celare in questo modo il nostro essere vulnerabili, feriti, feribili, dietro un’apparente intangibilità.
Mollare, significa lasciar andare e crescere, fiduciosi ciò che ci appesantisce e che forse tornerà semplicemente al momento giusto, e andare avanti vibrando di vita con la vita
laura cecchetto
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Due anime si incontrano, si fondono, danzano e vibrano alla stessa frequenza. Non sono nel passato, non sono nel futuro. Sono qui, ORA. Trascendono il sesso, trascendono l’amore. Sono pura e piena energia.
Si abbandonano, si lasciano accadere. Nessun condizionamento, nessun pensiero. Semplicemente fluiscono.
Dobbiamo nutrire le nostre vibrazioni, sfamarle, ascoltarle, elevarle, così da attirare vibrazioni simili, potenti, d’impatto.
Quelle vibrazioni che senti tue, che ti appartengono da sempre e che non riuscivi a percepire perché troppo preso dalla frenesia di una vita materiale, una vita caotica dove è più facile che le vibrazioni buone vadano disperse, sprecate, risucchiate da chi avidamente vuole farle sue. E così le tue vibrazioni si affievoliscono, si disperdono.
Annaspando cerchi di tornare su, di riprendere a vibrare con tutto te stesso, di riprenderti ciò che è tuo di diritto: la tua vibrazione, la tua forza vitale.
Sei lì, come un grande Sole che scalda l’anima, vibrante di energia, sprizzi energia da ogni raggio, da ogni poro del tuo corpo. Tutto intorno a te ha un senso, tutto è luce, consapevolezza. Ed è allora, solo allora, che godrai nel qui ed ora.
rossella ramundo orlando
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L’ ERRORE, È UNA EMOZIONE NEGATA
L’ ERRORE, È UNA EMOZIONE NEGATA
O urli l’emozione, o l’errore urlerà per te
L’ errore rappresenta il portavoce delle emozioni negate, inespresse, mute, mutate, tenute a bada, allontanate con la propria coscienza, vissute come fastidiose e ritenute imbarazzanti, rappresentative di un mondo vero ma inaccettabile. L’ errore è la rappresentazione e la negazione del giudizio sociale. Non esiste tregua per l’emozione, se predomina l’ etica, il moralismo, il giudizio sociale educativo.
Ciò che tradisce la socialità ed il moralismo, è l’ errore, che rappresenta la perdita del controllo, l’ emozione che non può essere tenuta, ne controllata dal controllo, essa è evacuativa, è fugace, è folle, è vera, autentica, parte da sola, è il magma della persona, è il suo sobbalzo, è l’ azione dentro che determina l’ unicità della scena del suo protagonista.
L’errore rappresenta l’ urlo liberatorio per una emozione imprigionata, è la liberazione dalle catene dei condizionamenti dei giudizi sociali, il diritto alla libertà di esistere in quanto diversi da chiunque. È l’ emozione che fa la differenza è ci diversifica ed è per questo temuta perché in un confronto con gli altri ci rende diversi ed incerti, bisognosi di consenso. Accettare di manifestarsi così come si è, senza il consenso altrui, ci fa sentire errati, ma potenti qualora ne recuperassimo la sua unicità emozionale, tale da non chiedere alcun consenso. Una forte personalità non chiede il consenso per far esistere le proprie emozioni, ma lascia vivere se. Noi erriamo, per esistere.
L’errore è l’ urlo e la rivendicazione dell’ emozione trattenuta, frenata ed implosa, che detona verso l’ errore. L’ errore è l’ esplosione dell’ emozione negata.
Esso è la detonazione del non detto e del non vissuto. Il sintomo è un dolore da malfunzionamento, un errore che esprime una verità negata. Sia l’errore che il sintomo rappresentano l’ invito di cambiare direzione, di accedere alla strada sterrata mai percorsa della novità emozionale. Ogni emozione richiede un fuori strada, una elasticità tale da poter rispondere alle novità della vita, in modo assolutamente nuovo e congruo.
L’ emozione è irrefrenabile, scalpita , nitrisce, strattona, ringhia, avanza come una slavina, muove quantità enormi di energia, è rapace, delicata, dolcissima, disgustosa, odiosa, sofferta, gioiosa. È incontenibile come il pianto di un bambino, come l’ urlo per un lutto e la felicità incontenibile per la propria laurea, per la propria sposa. L’ emozione si fionda ed oltrepassa il confine dall’ anima, si fionda verso la condivisione, verso il mondo e la relazione, ha sempre un carattere Relazionale, nasce dalle relazioni e torna verso di essa. La sua frenata determina l’ errore. Trattenere il trotto è commettere un incidente.
L’ errore, è il tradimento del non espresso, è il numero uno, che per svincolarsi, diventa matto, compie follie, è la ribellione verso il proibito, è la logica che resta tradita e crepata dall’ impulso.
L’errore nasce dalla mancanza di ascolto di se, dalla trascuratezza verso se, è uno yes man, che ascolta e si prodiga per chiunque, si consuma perché gli tornino i consensi, lo yes man risiede alla fine della lista delle sue priorità, non esiste fintanto che gli altri non lo fanno esistere con i loro consensi, fintanto da continuare ad errare, da accumulare, sbagli su sbagli, tali da derealizzarsi e depersobalizzarsi da non percepire più se stesso da.
L’emozione è la verità del nostro vissuto, è la quadratura del cerchio, è quell’ indicibile assurdo di essere espresso, è l’impossibile che può diventare possibile, è la malattia curabile, la scomparsa di un sintomo prepotente, è il buio che diventa sole è l’ imprevisto che diviene prevedibile, non esiste l’ emozione con la falsità.
L’ emozione è l’ urlo potente di una vita muta, è la rottura dell’ omertà, è la vita che chiacchiera continuamente dentro e non esce mai, che litiga con il lecito, il senso comune e l’ idiozia, con il senso di colpa, il perfezionismo e la ragione. Questa è la guerra dentro, è la guerra dell’ uomo scisso, incapace di mettersi d’accordo con se stesso, artefice di ogni guerra fuori.
L’ errore è il numero uno, perché spiana e raddrizza la via, scardina e toglie i massi delle emozioni sedimentate, incistite rimosse e rancorose. Esso è il preludio del miglioramento, è la tappa necessaria per avviare l’ evoluzione, dopo una sequenza interminabile. Non può esistere alcun miglioramento se non attraverso fallimenti ed errori ripetitivi. Il sintomo, il dolore, è un numero uno che disperato piange perché, il direttorio centrale delle sue alte sfere illuministiche della ragion pura, non ascolta, sua altezza emotiva dai colori sgargianti ed esuberanti, ingestibili negli impulsi, perché la vita è lì, ed è più potente da non poter essere facilmente imbrigliata.
L’emozione è ciò che fa la differenza, è follia, è contorta; è perdita del controllo; la ragione è noia e consuetudine, è nota, vita retta, La ragione è il numero due, è controllo, inquadramento, linearità. La ragione frena, inibisce è la causa di tutte le disfunzioni personali, può solo essere progettuale, ingegneristica, mai personologica.
L’ errore, il sintomo, il dolore, l’emozione, sono imprevedibili, spregiudicati, maleducati, trasgressivi, ingarbugliati, tornanti, irrispettosi, perversi, ribelli, sono dossi, montagne russe, essi se ne fottono, perché esistono e basta senza alcun permesso, spiazzano, rappresentano il direttorio della più elevata ed autentica vitalità, sono il nostro numero uno, rivelatrici di verità.
L’ errore non è mai un errore, perché è la rivendicazione della frattura mentecorpo, l’ errore si ribella alla scissione, al dualismo, alla separazione tra i due emisferi, rappresenta il corpo calloso che li tiene insieme; l’ errore pretende il dialogo tra destra e sinistra, sopra e sotto, dentro e fuori, contenuto e contenitore, esso è la moderazione e la mediazione tra due continenti complementari.
L’ errore ama la pace e la libertà, quando lo incontri è in atto un processo di crisi che brama la soluzione e l’ armistizio.
L’ errore indica il bisogno di fare pace con se stessi . Indica il bisogno di mettersi in discussione e di mettersi d’accordo .
Se nascondi l’emozione, nascondi la verità e sbagli, l’ errore ti toglie la maschera, ti sbatte in faccia la realtà tale che non puoi più nasconderla. È la crepa in una roccia che manda a valle tutto ciò che è vacuo ed effimero, retto da impalcature di sabbia dipinte di cemento.
giorgio burdi
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piccoli putin
- piccoli putin
Dedicato a chi rende la vita impossibile
Siamo costernati da piccoli putin, si presentano inizialmente come uomini discreti, carini, gentili, comprensivi, compassionevoli, vittime sacrificali, ma la verità è tutt’altra, le vere vittime sono i carnefici da loro descritti;
i piccoli Putin, appaiono deboli, fragili, deperiti, empatici , buoni, sottomessi, lamentosi, ipocondriaci, vestono bene, poco dismessi, , sanno anche dire, ti voglio bene, ma sono delle maschere, perché di forza ne hanno da vendere, anzi sono in salute, possiedono aculei, spine prepotenti, laureati in saccenza e in persecuzione, lucidi negli obiettivi, apparentemente in ansia, meditano ore al giorno come zen, per placare le fiamme dei loro inferi.
Non vedono il bene, l’ amore, la buona fede o la compassione, dimenticano in fretta il conforto, la dedizione e i sostegni ricevuti, sono glaciali, cere da museo, sagome inespresse di cartone, vanno d’accordo, come degli zombi, coi loro simili, posseggono lo sguardo fisso, perduto nel vuoto, putridi delle loro piaghe, piagnucolano, si lamentano come commedianti. ma in realtà sono sconcertanti mister hide, uomini di carta vetrata, fastidiosi, raschiosi, sopra la loro pelle liscia trovi la raspa della corrente elettrica della loro irrequietezza, uomini alla ricerca, del loro scoop, del loro talk e reality show, di passare alla storia con la propria meschinità.
Appaiono delicati, curati come delle statue di travertino, con facce di bronzo e di pietra tosta, non hanno cedimenti nel volto, nessun filo d’emozione, freddi e pretenziosi, tiranni, despoti severi, dittatori che lamentano ingiustizia, indossano il baratro dei loro peccati che non vedono, non hanno sensi di colpa, si auto commiserano e si auto assolvono, appaiono pudìci, eunuchi, bigotti, bizzoche moraliste, angeli asessuati, ma in realtà sono angeli del male, insolenti spregiudicati, delinquenti, dietro la loro maschera c’è l’ inganno dell’ ignoranza e la freddezza della fucilazione, hanno il sogno mitomane di diventare qualcuno, di celebrare un nuovo giorno della memoria, senza mai sfogliare una pagina, perché loro, “hanno letto”, si emancipano attraverso Dr. Google, le serie di Netflix per una cultura del giallo, del crimine e delle armi. L’ ignoranza può anche diventare saggezza attraverso l’ umiltà, ma se si pone come saccenza, si fa deficienza.
I piccoli putin sono eternamente in guerra, perché hanno la guerra dentro, vivono nella paura di essere invasi, vedono il demone dappertutto, lo specchio della possessione che è dentro di loro.
Sono pericolosi, diabolici, votati al martirio del male, non cambiano, sono da evitare come il dirupo che è dentro di loro;
Autentici criminals minds, cinici, passano la vita nelle loro macerie a progettare terremoti; hanno l’ anima del fanatico omicida, pronti ad agire indisturbati quando meno te lo aspetti.
I piccoli Putin sono figli dei loro traumi, figli indesiderati, orfani di genitori viventi, addestrati in poligoni di morte.
Sono mercenari, ti usano, ti sfruttano, ti comprano con affetto, ti regalo cuori di pietra e Caffarel avvelenati e ti scaricano nello squallore di uno sciacquone se diventano vittime di proiezioni personali.
Servirebbe un esercito di psicoterapeuti e di assistenti sociali per sradicare loro i figli e la loro potestà genitoriale, per evitare il proliferare di criminali di nuova generazione.
I piccoli putin sono insicuri esoterici, superstiziosi ignoranti, cartomanti, streghe, maghi e fattucchieri, servono tso e rituali di esorcismo, per strattonare il loro male verso il bene, perché non c’è modo di dialogo, di civile comprensione o di accordo umano intelligente, perché non ci inganniamo di poter sperare di trovare l’ umano, lì dove risiede la bestia, c’è chi nasce per le barbarie; servono cecchini e sicari che puntino sul vuoto del loro esistere, sull’ anti umanesimo, sul nulla che li rappresentano.
Speculatori, ladri e padroni del tuo tempo, fastidiosi invadenti, non si fanno alcun rimorso nel disturbarti, usurpano risorse, come delle carogne, sulla base della benevolenza di ingenui sprovveduti in buona fede, che a differenza loro, vedono il bene dappertutto.
I piccoli putin, bruciano i libri, leggono paperone de Paperoni, guardano l’ horror, che possiedono, aspirano a diventare personaggio pubblico, dimenticano che hanno il tempo contato, ingordi, invidiosi, di chi ha consumato la rètina sui libri, di chi lavori, di chi si spacca; è un’ onta, è una vergogna l’arroganza dell ignoranza; essere strozzini rende, invasori e sciacalli usurpatori, avari e austeri nei sentimenti, ciechi verso l’ umanità, l’ amicizia e l’ affetto, facili a sbattarti in black list, lo paghi caro l’ alibi della loro diffidenza.
I piccoli putin, sono delle scimmie che imitano i ladri, le pecore, clementi con i demoni, ma angusti con gli umani ed i civili, ma la rabbia per la loro violenta ingratitudine, fa la resistenza, li rende partigiani, soldati spietati, perché la difesa della propria dignità, supera il sacrificio della propria esistenza.
I piccoli putin, tramano contro la serenità, contro la vita, sono disturbatori cronici, un cinico omuncolo sadico o una donnina pudica e mercenaria che si vende la dignità per soldi, ti aspetta al varco nella sua trappola, è l’ ombra della sua follia che merita il crematorio.
Chi minaccia la vita, dovrebbe soccombere con i propri figli della morte, inevitabilmente educati all’ inganno, all’ ignoranza del furto, del facile denaro, mascherati da onesti, ma ladri, mentecatti ed accattoni.
Alla loro apparizione e al loro passaggi bisognerebbe sprigionare una rabbia deflagratoria, un odio verso chi nasce per il male e per la morte. Non ci sono riformatori, ne processi rieducativi per chi è votato al male, e fa di esso il suo programma, andrebbero internati nei gironi danteschi infernali, ma terreni, noi non aspettiamo il giudizio universale, lasciandoli latitanti, ma la desideriamo loro morte subito, la vita va migliorata adesso, dobbiamo smetterla di sperarla, la pretendiamo.
Con i piccoli putin, la diplomazia è criminale, è una esplicita forma di timore, è aver paura e mostrare il fianco, è voler dialogare con un criminale che non vuol mettersi a tavolino. La diplomazia è il riconoscimento della violenza, perché essa è pur sempre delicata, comprende, magari condivide, alle volte lo tratta come un diversamente abile, come un pazzo o come un bambino irrequieto, stai calmo e fa il bravo, mettiamoci d’accordo su come dividere i giocattoli. La diplomazia è cieca, non vede il problema, produce morti, mentre vuole persuadere ad essere buoni, umani e umili come noi. La diplomazia è melensa, la sua esistenza da quasi valore al criminale, non riporta i morti in vita è un perditempo, l’ aristocrazia del perbenismo, un lava faccia, una strafottenza della vita, un aiuto umanitario estetico, è il lifting della solidarietà, è un politico che ti dice sempre di si, mentre non puoi più mangiare, la diplomazia può essere pericolosa, una presa per il culo. Non può esserci alcun dialogo con chi ha un programma di morte e la morte deve cercare e coincidere con se stessa, va uccisa. Per i piccoli putìn servono interventi tempestivi, squadre d’assalto, cecchini, fatti fuori a vista, perché non c’è alcun crimine sparando sulla morte e nell’ esercitare la legittima difesa. Altro che dialogo, esso fomenta ed agevola il processo di morte.
Sono traditori ben pensanti, tradiscono ripetutamente, cambiano i numeri e si auto assolvono. Devono fare attenzione ai propri passi per evitare il loro inferno, camminano su mine vaganti. La consapevolezza d’aver fatto loro solo ed inequivocabilmente del bene, oscuro alle tenebre che sono, non lascia passare un giorno, un solo istante, in cui gli si auguri a mitraglia, la più elevata esecrazione, malattie, anatemi, fatture, riti tribali e satanici e di passare quanto prima e per sempre a vita migliore; in attesa della battaglia, per vendere cara e degna la propria pelle, perché i demoni non meritano l’ esistenza, fintanto che la loro consapevolezza non li illumini da formulare le dovute scuse e i perdoni, la maledizione rimarrà eterna.
giorgio burdi
Continua